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BIBLIOTECA “BERNARDINI” - CONVITTO “PALMIERI”
Dall’antico cenacolo
l’avveniristico cuore pulsante
della cultura salentina
di Cinzia Dilauro
E' un ritorno a casa atteso da trent’anni, quello della Biblioteca provinciale “Nicola Bernardini”. Quel cenacolo di cultura e sapere nato nel 1863, che trovò dimora presso la biblioteca del Convitto Palmieri e lì vi rimase fino al 1979, quando fu provvisoriamente spostato a palazzo Argento in viale Gallipoli, si riappropria della sua storica sede grazie ad un poderoso lavoro di restauro finanziato per lotti dalla Provincia di Lecce che sta interessando l’intero complesso dell’ex Convitto Palmieri, un tempo struttura conventuale dipanatasi intorno alla splendida chiesa di San Francesco della Scarpa.
In attesa del completamento degli ultimi lotti che porteranno alla realizzazione di un grandissimo centro culturale, sabato 4 aprile riapre la storica biblioteca. E con essa una parte, grande (eppure solo una porzione), di quello che fu il glorioso Convitto Palmieri con il teatrino e i locali a piano terra trasformati in contemporanei spazi espositivi, dotati di bookshop e caffetteria. Impalcature e reti metalliche verranno finalmente rimosse e i leccesi potranno ammirare la ritrovata bellezza della biblioteca ma, anche, ricordare che essa fu propulsore di idee, conoscenza e istruzione attraverso uomini, semplicemente definiti bibliotecari, ma che in realtà condussero per mano Lecce verso la propria dignità culturale e la realizzazione della Libera università salentina, poi diventata del Salento. Fu proprio tra i suoi alti scaffali, infatti, che a metà degli anni ’50 maturò il progetto d’ateneo portato tenacemente avanti da Teodoro Pellegrino, bibliotecario dal 1935 al 1973. La biblioteca provinciale ripercorre dunque a ritroso viale Gallipoli, imbocca via Benedetto Cairoli per rientrare nel centro storico e girare in via Roberto Caracciolo da dove traslocò tanti anni fa.
Prima di varcare uno dei diversi accessi all’edificio riportato a nuova vita, però, è bene prolungare il fremito della sorpresa e condividerlo con chi, in tutti questi anni ha saputo attendere paziente. “La convivenza con il museo”, spiega il direttore della Biblioteca provinciale Alessandro Laporta, che in questi giorni come trent’anni fa assiste all’immane trasloco dei 150.000 volumi, “è stata sicuramente piacevole e rispettosa ma mortificante per le potenzialità di entrambe le strutture. È giusto che, pur rimanendo collegati dal punto di vista culturale, ognuno abbia i suoi legittimi spazi”.
Ma il ritorno implica spesso un cambiamento, necessario per tenersi al passo con i tempi e vestire gli abiti di una biblioteca contemporanea e moderna, affacciata sulla città e sul mondo, molto più di quanto abbia potuto finora nell’attuale e provvisoria sede nella quale ha dovuto dividere gli spazi con il Museo provinciale “Sigismondo Castromediano”. Uno spazio che, con il passare del tempo, è diventato sempre più angusto dato il naturale accrescersi del patrimonio librario.
E per la biblioteca che sarà, i progetti sono tanti, alcuni dei quali a lungo coltivati. Laporta vorrebbe che i suoi fruitori avessero tutte le età, a cominciare da bambini e ragazzi. E allora, perché non dedicargli una biblioteca nella biblioteca? Una sezione tutta loro, affinché l’amore per la lettura e la conoscenza sia coltivato fin da piccoli. Conoscenza e informazione sono le parole chiave per il direttore che immagina la sua biblioteca come “un centro di informazione, nel senso che”, spiega, “la biblioteca non è più il luogo dove consultare o leggere un libro, bensì dove informarsi, apprendere qualcosa, in qualunque modo, navigando in internet, confrontandosi, accedendo ad un luogo di aggregazione, uno spazio sociale aperto a tutti. Per noi”, continua Laporta, “il ritorno alla sede legittima è un momento importante, ci permetterà di esprimere al meglio il concetto di biblioteca moderna. Certo, dovrà passare un po’ di tempo per tornare a regime, per adesso si è preferito trasferire prima il fondo librario antico lasciando per ultimi l’emeroteca e la sezione degli autori salentini per non creare un disservizio, dato che sono quelle più consultate”. Come un pachiderma che sgranchisce gli arti a lungo intorpiditi, nei nuovi spazi si arriverà anche ad avere una sezione dedicata all’arte fino a quella contemporanea, con particolare riguardo al barocco salentino mentre il teatrino all’interno del complesso (anch’esso ristrutturato) potrà essere una sala convegni, uno spazio per gli incontri culturali e le presentazioni dei libri. Diventerà un cuore pulsante di cultura, anzi, tecnicamente, il ‘Polo’ cui le altre 33 biblioteche del territorio salentino saranno collegate, oltre che con il sistema nazionale Sbn (Servizio bibliotecario nazionale). Il passaggio dal vecchio al nuovo è necessario che sia graduale, si sa, i traslochi sono sempre un po’ traumatici ma può anche capitare di ritrovare un oggetto che si credeva smarrito o, addirittura, scoprire di possedere qualcosa di preziosissimo. È accaduto quando i 15mila volumi del fondo antico sono stati affidati alle cure dei restauratori di ‘Angelo Pandimiglio’, che per quattro mesi li hanno sottoposti ad un accurato maquillage che ha portato al ritrovamento, sotto la copertina di un libro di teologia del ’700, di diversi fogli manoscritti, lezioni di filosofia, ripiegati e utilizzati per conferire spessore al libro.
È il momento di ripercorrere i passi che hanno fatto gli antichi libri della biblioteca provinciale, “la seconda in quanto a patrimonio librario in Puglia”, sottolinea il direttore. Insieme all’architetto Salvatore Mininanni che ha partecipato alla progettazione e alla realizzazione dell’opera come coordinatore, ci si infila in corte De Ursis che si insinua tra un palazzotto di inizio secolo scorso e il poderoso storico portone della biblioteca con il nome di Nicola Bernardini, letterato e giornalista che la diresse dal 1902. Per il momento, occorre immaginare un verdeggiante giardino che si dipana sulla sinistra dell’entrata e, con un altro piccolo sforzo, tanto per non farsi mancare nulla, la possibilità di ammirare i resti messapici venuti alla luce tempo fa e messi in cantiere dopo essere stati protetti da una recinzione. L’architetto Mininanni conduce alla visita del risultato di un lavoro durato ben dieci anni, scrutando con interesse l’effetto prodotto sui privilegiati visitatori.
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C’è la luce che regna sovrana in questo luogo, amplificata dal tenue giallo delle pareti e il delicato azzurro cielo dell’interno delle volte “una soluzione impiegata spesso nelle case con soffitto a volta della nostra zona”, spiega l’architetto. Ecco la chiave. Ridare vita ad un edificio storico soffiandovi solo una brezza di contemporaneità, il modo, giusto ed equilibrato, affinché l’antico e il moderno vadano d’accordo, di più, si esaltino a vicenda. Si può accedere dal bookshop con gli scaffali già pronti a ricevere le pubblicazioni e i prodotti di marchio locale in vendita e il lungo bancone di legno dalle chiare striature, oppure, è possibile entrare dalla sala accoglienza dove gli operatori della biblioteca forniranno l’assistenza necessaria. Poi, dopo la sala catalogo completamente informatizzata, si prosegue verso quella storica, ed è un tuffo al cuore.
La testa gira come se la stanza fosse rotonda, ma sono i dettagli, antichi e moderni, che paiono rivendicare tutti insieme la giusta attenzione. Berlino, Londra, Madrid? Credevamo che solo le grandi capitali europee potessero vantare un luogo culturale, storico e allo stesso tempo all’avanguardia. Ricredersi, a volte, è confortante.
Eccoli i libri del fondo antico, è come se i “più anziani” fossero andati avanti per controllare la situazione, riambientarsi e rassicurare i più giovani, perché loro, in quella grande stanza ci sono già stati. Le cinquecentine, gli incunaboli, i manoscritti, le edizioni del XVI secolo, sono tutti allineati sui grandi scaffali intervallati dai ghirigori di pietra e inneggianti verso l’alto fino alla seconda passerella dalla ringhiere in ferro battuto che, spiega l’architetto, “abbiamo ritenuto di dover sollevare maggiormente rispetto a quella originale, perché durante i lavori sono venute fuori quelle belle arcatelle che erano state murate”. Si cammina sui grandi lastroni di pietra locale di Apricena, anch’essa complice della luce insieme alle belle volte, e nella parte centrale un inserto lievemente sopraelevato in noce nazionale funge, oltre che da giunto di dilatazione per il pavimento, anche da guida per i non vedenti che possono così recarsi agevolmente al proprio posto di lettura, due, delle sessanta postazioni divise nei dieci tavoli.
Persino l’aria qui aspira con rispetto al futuro con i diffusori a mezza colonna, perfettamente mimetizzati in oggetti di design, che la prendono dall’esterno immettendola attraverso delle tubazioni poste a circa tre metri e mezzo di profondità e la restituiscono rinfrescata: è il “sistema passivo”, e il risparmio energetico è straordinario.
La pietra e il legno sembrano aver stretto un patto in favore della luce, per mettere da parte l’idea che in genere si ha delle biblioteche, cupe e fredde, e perfino il lezioso orologio che occhieggia incastonato in quello che, per un fugace momento, potrebbe essere il luogo ideale per le canne di un organo, si prende gioco dello stereotipo polveroso. I progettisti hanno voluto recuperare il più possibile degli elementi originari, il portone d’entrata, con tutti i suoi chiavistelli in ferro pesante e le belle porte vetrate come se avesse vigilato sul rispetto del passato il perentorio sguardo dei busti in marmo (rispettivamente: Alessandro Manzoni, Eugenio Maccagnani, Filippo Briganti, Scipione Ammirato, Giulio Cesare Vanini, Francesco Milizia e Antonio Galateo), tutti opera di Antonio Bortone, sistemati nei quattro angoli e all’interno delle nicchie rotonde. Una “virata moderna” è, invece, la sala a sinistra dell’entrata, dedicata alla componente più multimediale della biblioteca e disposta su due livelli attraverso un avveniristico soppalco.
La visita prosegue attraversando gli ambienti che per diversi anni furono convitto e scuola per gli studenti di diverse generazioni del Novecento. Si giunge così nella grande galleria a croce che nel progetto è piena di vita come una “piazza trascorribile” e condurrà a quell’ampio respiro verde del chiostro o, voltando a destra e attraversata la caffetteria, al vecchio teatrino del collegio. Chi lo ricorda com’era fino a poco tempo fa, non crederà ai propri occhi. Quello stanzone un po’ tetro che doveva pur essere stato luogo di fanciulle emozioni, ha ritrovato la vividezza della pietra che dal battiscopa si rincorre sulle cornici di porte e finestre, risalendo lungo le paraste ocra che svettano orgogliose ai lati del piccolo palco dal soffitto a cassettone con gli inserti floreali in gesso bianco, due dei quali, danneggiati irreparabilmente, sono stati commissionati ad un artigiano salentino. Impossibile distinguerli da quelli originali. Il teatrino, cento posti a sedere (ma all’occorrenza la sala può essere interamente libera), oggi è una sala tecnologicamente attrezzata per ospitare eventi, dai convegni alle presentazione di libri, dalle mostre ai concerti. E intanto i carrelli per il trasporto dei libri sono un po’ ovunque in attesa del proprio culturale fardello, sembra che anche loro fremano di iniziare.
L’architetto Mininanni spiega che l’intero progetto è stato concepito come una biblioteca in senso lato, dove diverse attività possono vivere e convivere anche contemporaneamente e non solo come semplice sala di lettura e consultazione. Lo spazio, dunque, è permeabile alla socialità, all’incontro, è da questo concetto, decisamente europeo, che dovrebbe nascere il grande centro culturale, qui, nel cuore della città dove anche l’Università del Salento ha ricevuto in comodato d’uso per 29 anni una parte dell’edificio che destinerà a sede di attività di internazionalizzazione, a centro europeo per gli studi australiani e di master e dottorati di ricerca. Teodoro Pellegrino, che nel corso della sua fervida attività aspirò alla “sprovincializzazione” della cultura salentina, ne sarebbe entusiasta.
Il grosso del lavoro è fatto e quasi finito. Non resta che attendere il ritorno della vita in questi ambienti a lungo silenziosi, e provare, perché no, ad immaginare un futuro possibile ma affatto scontato: sarebbe bello che la biblioteca di una città che si dice d’arte e di cultura, non aprisse solo due pomeriggi la settimana. Sarebbe bello se, passando davanti a piazzetta Carducci con il busto e il bel colonnato, una sera d’estate, l’odore di caffé, i colori di una mostra o la musica dal vivo invitassero ad entrare. Sarebbe bello se, quel genere di turisti caparbi che alle spiagge preferiscono i vicoli della città, trovassero riparo dalla canicola estiva in uno di questi chiostri e potessero ascoltare echi di poesia e cultura salentina incontrando Vittorio Bodini, Girolamo Comi, Rina Durante, Antonio Verri, e così via. Sarebbe bello se, grazie a questo luogo, non si avesse più l’impressione di essere lontani da tutto e che per una volta ci si sentisse, invece, al centro di qualcosa.
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