SAGRE

 

 

 

 

 

Centopietre/L'ombra di Carlo Magno
sul Salento fra Messapi e Saraceni a Veretum

di Antonio Sanfrancesco

C’ è un documento emerso di recente che, se confermato, rischia di sparigliare le carte facendo scrivere daccapo le vicende dell’antica Veretum. S’intitola Historia de Leuche, è del 1583 e conterrebbe un’iscrizione che fa riferimento nientemeno che alla presenza dell’imperatore Carlo Magno (e non di Carlo il Calvo, come si è creduto finora) alla storica battaglia di Campo Re del 24 giugno 877 tra Franco-Veretini e Saraceni durante la quale l’esercito locale sconfisse e cacciò definitivamente gli invasori dalla città messapica di Vereto.
Se quella remota battaglia è sopravvissuta nella memoria locale non si deve, però, alla presenza dell’illustre ospite, peraltro tutta ancora da accertare, ma ad un certo Gimignano, un generale dell’esercito cristiano ucciso dai Saraceni. Doveva essere un condottiero molto valoroso, questo Gimignano se, per assicurargli una sepoltura con tutti gli onori, gli fu costruito un monumento funebre ad hoc. Quello che oggi è conosciuto con un nome dal sapore quasi ragionieristico, Centopietre, era dunque un prestigioso mausoleo funebre.
“Dopo le indagini condotte da Adriano Prandi negli anni ’60”, spiega Antonio De Marco, del circolo Patù Terra di Mezzo e appassionato cultore di storia locale, “oggi gli studiosi sono quasi tutti concordi nel datare la Centopietre al IX secolo”. Ma i blocchi che la compongono sono davvero cento? “Più o meno”, dice De Marco. Che spiega: “Quel che è certo è che tutti i massi usati per la costruzione del monumento sono di riutilizzo e provengono da monumenti più antichi, di età romana, che sorgevano nelle vicinanze”. Ad avvalorare quest’ipotesi c’è un particolare circa le misure dei blocchi e quelle del monumento: “I primi conservano esattamente i multipli del piede romano, che era di 29,9 centimetri; mentre il secondo ha le misure totali riferibili al piede bizantino di 31,5 centimetri”, osserva De Marco.
Ma che la Centopietre sia stata costruita con materiali di riuso lo conferma anche il luogo in cui sorge, una necropoli, che ai tempi dei Messapi doveva essere assai estesa e dove diverse indagini archeologiche hanno portato alla luce numerose tombe, tutte con la testa rivolta verso ovest, alcune delle quali affioranti sul terreno e visibili ancora oggi. “E questo conferma la bontà della datazione al IX secolo”, precisa De Marco.

Da Gimignano ai bizantini
Di pianta rettangolare, la Centopietre è tutta costruita con blocchi di carparo locale; la copertura ne annovera 26, disposti a spiovente. Due gli ingressi che permettono di accedervi, uno sulla parete est e l’altro, più ampio, lungo la parete meridionale. “La tomba è rimasta chiusa per molti secoli”, spiega De Marco, “per essere riaperta quando dalla Francia giunsero dignitari di corte per recuperare le spoglie del generale”. Quanto c’è di storico in questo episodio è difficile saperlo, ma sulla seconda vita della Centopietre dubbi ce ne sono decisamente meno. Una volta congedato l’illustre generale, infatti, l’edificio fu adibito dai monaci bizantini a luogo di culto. Lo dimostrano i frammenti, oggi completamente illeggibili, di affreschi disseminati qua e là sulle pareti, dove campeggiavano figure olosome di santi e probabilmente una crocifissione. Del ciclo pittorico non si è conservato praticamente nulla se non qualche lacerto sopravvissuto coraggiosamente tra i muschi e l’umidità che hanno invaso completamente le pareti.
Da Gimignano ai fasti bizantini fino a ricovero per gli animali e all’incuria di oggi, la Centopietre è abituata ai mutamenti. E anche ai paradossi, visto che nel 1873 è stata riconosciuta come “monumento nazionale di seconda classe” ma ancora oggi appartiene ai privati senza che le istituzioni locali, a cominciare dall’amministrazione comunale, abbiano mai fatto abbastanza per acquisirne la proprietà, permettendo così di sviluppare un progetto organico di conservazione.

L’interno è diviso in due navate da un architrave che poggia su due colonne e tre pilastri. L’architrave è diviso a sua volta in tre blocc
hi allineati, due dei quali presentano una decorazione con triglifi, metope rettangolari e dentellature che, aggiunge De Marco, “dicono tutto il gusto decorativo del periodo bizantino”.Di fronte alla Centopietre fa bella mostra di sé la Chiesa di San Giovanni Battista. È ancora un elemento architettonico che aiuta a datare il monumento intorno al IX – X secolo in virtù del piede bizantino che è l’unità di misura usata in tutta la costruzione. Perché un tempio dedicato al Battista? “La leggenda vuole che proprio in questo luogo siano state rinvenute alcune reliquie del santo ma è molto più probabile che si tratti di una coincidenza di date. Il 24 giugno, infatti, si festeggia San Giovanni ma è anche il giorno della grande battaglia di Campo Re dell’877 che valse alla popolazione locale la liberazione dall’esercito invasore dei Saraceni”, spiega De Marco.
Ma questa chiesa è importante per un reperto di straordinario valore storico: un cippo funerario in marmo di origini romane. Risale al I-II secolo a.C. e presenta un’iscrizione latina che testimonia come in quei secoli Vereto fosse un municipium dotato di apposito statuto e assegnato ad un decurione che lo governava.

A Veretum, tra mondanità e business
Se quella intorno alla Centopietre era l’area delle battaglie militari e dell’omaggio ai defunti, come testimoniano le numerose tombe tuttora visibili, Vereto, assisa lassù in alto, era invece il luogo del business, delle chiacchiere nell’agorà, del culto anche.
Sorta sulle ceneri dell’antica Bareti, una delle città più famose della Messapia antica, Veretum era assai vasta, come testimonia la cinta muraria che si estende per circa quattro chilometri ed è costituita da un doppio paramento di grossi blocchi squadrati di pietra locale. Forse corrisponde alla città di Iria di cui ha parlato lo storico greco Erodoto; quel che è certo è che Veretum costituiva uno dei capisaldi militari e civili assai importanti, tanto da ottenere, in epoca romana, la designazione a municipium.
“Su quella che era l’agorà, oggi è stata costruita una cappella”, nota De Marco, mentre sono ancora visibili alcuni tratti delle strade un tempo assai trafficate. Oltre alla cinta muraria, a testimoniare l’antica imponenza ci sono alcuni resti di monumenti funerari romani in marmo del I-II secolo a.C., resti di pavimenti a mosaico, frammenti di trave con segni di scrittura che risalirebbero all’alfabeto messapico…
Poi, tra erbacce e rovi spinosi, ecco che ci s’imbatte in un altro sentiero dove vale la pena fermarsi un attimo per godere dello spettacolare panorama che si apre davanti. Un panorama amplissimo che abbraccia quasi tutti i centri, i paesaggi e i colori del Capo di Leuca fino al faro, che svetta imponente sull’azzurro cobalto del mare. Non è un caso che Veretum sorgesse così alta, visti i particolari compiti di difesa militare che aveva per sé e per gli altri centri vicini.
Passeggiando tra queste strade, ogni pietra sembra avere impressi i segni di una nobiltà antica. “Per sottrarre questo luogo all’oblio, da un po’ di anni, in estate, organizziamo una Notte bianca per Vereto”, dice De Marco, “portiamo quassù tanta gente, turisti e salentini, li facciamo passeggiare tra le vestigia dell’antica città illuminate a giorno”.
È anche grazie a queste iniziative se negli ultimi anni si sta assistendo a un timido risveglio per Vereto, con alcuni scavi archeologici che dimostrano il rinnovato interesse degli studiosi. “Il nostro auspicio è che presto si possa istituire un museo dedicato a Vereto dove poter ospitare tutti i reperti ritrovati qui”, dice De Marco. Se poi da queste parti, davvero, si fosse spinto Carlo Magno…