SAGRE

 

 

 

 

 

Il caldo vento della memoria
e il sogno della terra promessa

di Marina Greco

Sul lungomare Lamarmora di Santa Maria al Bagno, marina di Nardò, il 14 gennaio 2009 soffia il vento, ma non porta con sé il freddo del nord. È un caldo alito che giunge dal sud-est del Mediterraneo, uno scirocco che fa spumare il mare, che arriva dalla sponda opposta, carico di echi, di voci di esseri umani che qui tornarono alla vita.
Arriva da un luogo in cui, soprattutto nelle ultime settimane, regna l’assordante boato dei razzi, riecheggia il pianto dei bambini, non trovano pace le anime di oltre mille morti in quella “striscia” al di là di una terra contesa da due stati che rivendicano sovranità, terra “promessa” per gli uni, “occupata” per gli altri. Sono le crudeltà della guerra, le ultime evoluzioni di un conflitto che dura da circa sessant’anni, da quando cioè, a due anni dalla fine della Seconda Guerra mondiale, i sopravvissuti alla barbarie nazista, profughi della diaspora ebraica disseminata da cinque secoli in diversi stati d’Europa, tornarono in Palestina, per fondare lo stato di Israele.
Il vento testimone degli eventi giunge fin qua, in questa giornata speciale, quasi a cercare sollievo, per aiutare a raccontare una storia infinitamente toccante, in cui le parole, segni neri su sfondo candido, non bastano ad esprimere i significati intrinseci di altri segni scuri che una mano, decenni fa, volle passare all’intonaco, impressi sulle mura di una legnaia, oggi struttura fatiscente pronta all’abbattimento sulla via non a caso intitolata ad Anna Frank.
Un grido silenzioso di speranza, rimasto inascoltato per troppo tempo che ha trovato casa nel Museo della Memoria e dell’Accoglienza sul lungomare di Santa Maria al Bagno.
Una struttura moderna, grigio pallido, trasposizione cromatica della tragica esperienza dei sopravvissuti all’olocausto, spezzata da raggi del color della pietra leccese, simbolo dell’incontro con un ambiente naturale e umano generoso, da oggi ospita i murales ebraici di Zivi Miller, miracolosamente sfuggiti all’oblio e all’incuria, alla sottovalutazione e alla dimenticanza, in cui il pittore rumeno scampato ad Auschwitz, campo in cui perse moglie e figlio, non volle tracciare l’obbrobrio vissuto al di là del ferro spinato, ma la Speranza, quella di approdare, dopo tanta sofferenza, in terra di Sion. Tracce uniche al mondo hanno portato alla creazione di questo museo, primo in Italia nel suo genere, inaugurato in una mattina di gennaio dal commosso abbraccio di folla, con una cerimonia riservata alle grandi occasioni.
Tutte le autorità civili, militari ed ecclesiastiche, dal sindaco Antonio Vaglio, a Riccardo Di Segni, rabbino capo della comunità ebraica di Roma, da Silvia Godelli, assessore al Mediterraneo della Regione Puglia, ad Aurelio Gianfreda, assessore alla Cultura della Provincia di Lecce, soddisfatte per la creazione del museo, auspicano che non sia solo custode della memoria, ma diventi centro vivo e attivo nella diffusione della cultura di pace attraverso la valorizzazione delle differenze culturali. Concetti che si specchiano anche nelle parole di monsignor Domenico Caliandro, vescovo della Diocesi di Nardò-Gallipoli; di Gabriele Sorani, rappresentante di Atlit Hof-Hacarmel, città gemellata con Nardò, al cui campo arrivarono i profughi dopo aver lasciato Santa Maria; di Liliana Picciotto del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano, parole rafforzate anche dal calore del messaggio inviato da Carlo Azeglio Ciampi, già Presidente della Repubblica, che nel 2005 premiò Nardò con la medaglia d’oro al valore civile per quanto la comunità di Santa Maria al Bagno fece per i profughi sopravvissuti ai campi di sterminio.
L’architetto Luca Zevi, progettista del museo, ha espresso in esso una metafora del cammino compiuto dagli ebrei verso la libertà, “che richiede grandi sforzi ma, al tempo stesso, consente di penetrare a fondo la realtà, di misurarne l’intera dimensione apprezzandone ricchezza e complessità, di scoprirla a poco a poco e non tutta in una volta e superficialmente”. E così, lentamente, si compiono i passi verso le attuali due sale, primo blocco di un museo destinato a crescere, lasciando che i pensieri indugino ancora sulle testimonianze di chi, negli anni dal ’43 al ’47 era già ragazzo e ne serba vividi ricordi, come Mario Pisacane, o suo fratello Consiglio, per tutti “nonnu ’Nsigliu”, padre di Paolo, quest’ultimo nato insieme ai murales, che da piccolo andava in quella casetta a giocare, lasciandosi suggestionare da quei segni strani, lasciati da Miller, ormai partito per la Palestina con la nuova moglie, Giulia My, la giovinetta che seppe restituire al pittore il senso della vita. Non sapeva ancora, Paolo, che la fiumana di gente ritratta nel varcare una soglia a forma di stella a sei punte, che la donna imbronciata con i suoi figli, che i soldati inglesi, sentinelle di uno strano candelabro a sette braccia, che ogni piccolo particolare di quei murales esprimeva significati importanti, che presto sarebbero diventati una delle sue ragioni di vita, l’inizio di un’avventura che per trent’anni l’ha visto, spesso in solitudine, alla ricerca minuziosa, urgente, necessaria di nomi, testimonianze, foto, documenti e contatti che gli permettessero di ricostruire la storia recente del piccolo borgo di pescatori, per salvare dalla distruzione quelle tre mura rivestite di intonaco che furono amiche, confidenti e uniche tramiti per l’istituzione del museo che oggi, infine, esiste.
Qualche passo ancora sul cemento per far tornare alla mente l’anno studiato sui banchi di scuola, il 1945, fine della guerra condotta con follia, sete di potere, allucinante ferocia. Quando fu messa la parola “fine” alla spaventosa voragine di orrori che si consumò mentre il mondo stava a guardare, gli alleati crearono una rete di campi in cui inviare i sopravvissuti, come quello di Santa Maria al Bagno e di altri centri salentini (da Santa Maria di Leuca a Santa Cesarea Terme), il “Desplaced Persons camp number 34”, attivo già, come racconta Mario Pisacane, dall’antivigilia di Natale del ’43, quando sul piazzale del borgo affacciato sul mare arrivarono camion furgonati inglesi, carichi di slavi: le case degli abitanti furono requisite, ville o misere stanze che fossero, per ospitare gli sfollati dei Balcani, dove gli italiani erano andati a portare la guerra. Non fu un rapporto facile, quello con gli slavi, che riversavano su questi pochi abitanti e sulle loro case la frustrazione e l’odio per le ingiustizie subite.

Quando però, nel ’45 la scena dell’arrivo dei furgonati, stavolta molti di più, si ripresentò, i pescatori di Santa Maria e le loro famiglie percepirono subito che questa gente era diversa: “Quelli che arrivarono qui sembravano cartoni animati, per non dire zombie, più che esseri umani”, ricorda il signor Mario Pisacane, “nel rapporto tra le nostre sofferenze e le loro, ci sentimmo fortunati”.
Larve umane, che silenziose, sole, disperate, con gli occhi incavati e le ossa sporgenti, si trascinavano alla sopravvivenza, avevano impressi nello sguardo, svelati da ogni stilla di lacrime, anni di perdite, di figli, di genitori, di mogli e mariti, dissoltisi nell’aria, in quelle nuvole di fumo nero dall’odore acre, pulviscolo d’anime studiato per non lasciare traccia dell’incredibile voracità definita “olocausto”, “shoah”, “soluzione finale”, anni in cui Dio guardò altrove anche per omosessuali, zingari, testimoni di Geova, malati di mente, portatori di handicap, dissidenti politici.
A Santa Maria, però, arrivarono solo ebrei, sotto il patronato degli inglesi, in attesa di essere imbarcati per la terra tanto anelata. Non passò molto tempo, e quei poveri resti ritrovarono la voglia di vivere negli indigeni, persone accoglienti, comprensive, e nell’orizzonte ionico, l’alba di nuova vita. “Tanti figli di quei sopravvissuti in questi anni”, racconta Paolo Pisacane, “sono venuti a conoscere il luogo di nascita dei propri genitori. A chi gli chiedeva dove erano venuti al mondo, infatti, molti di loro non esitavano a rispondere: Santa Maria”.Qui, infatti, trovarono la forza di lasciarsi alle spalle gli anni dell’internamento, dove la morte era in ognuno di loro e la speranza un vocabolo privo di significato.
Un altro passo, infine, e con la mente carica di pensieri e interrogativi si varca l’ingresso del museo dove le bandiere fanno il picchetto d’onore al libro delle firme per chi vuole lasciare una traccia. Nella sala a sinistra, le pareti ospitano i tre murales, dopo l’impeccabile lavoro di recupero condotto dalla squadra di Nori Meo-Evoli, coordinatrice del restauro dei murales, che da luglio a settembre, con il metodo dello “stacco”, utilizzando colla forte e tela, ha proceduto a separare l’intonaco dalla decadente legnaia, l’ha diviso in pezzi 30 per 30, l’ha trasportato e infine, come un mosaico, l’ha perfettamente rimesso insieme, come si può vedere nei pannelli esplicativi, completi di foto.
E poi ci si ferma davanti ai murales. Semplici, privi di colore, che rispecchiano il futuro auspicato, i desideri, le sensazioni degli scampati e, ancora, il più grande dei tre, la Speranza: nel primo una lunga fila di gente esce dai lager, supera il filo spinato, scende verso il Sud Italia, attraversa un imponente arco a forma di stella di David, in un grande sole che abbraccia il sorgere di una nuova era. Nel secondo disegno, quello a sinistra, meno gioioso del primo, una madre e i suoi due figli vanno verso la terra promessa, un castello con i simboli dell’ebraismo che sventolano da lontano, ma l’accesso è impedito da un soldato inglese. Nel terzo murales, realizzato da una ragazza ebrea del campo, i soldati inglesi presidiano una menorah con candele ardenti, simbolo universale della religione ebraica, rimanendo un gradino più in basso. Nella sala di destra trova spazio una mostra fotografica; alcune stampe su pannelli azzurri riproducono foto d’epoca della raccolta personale di Paolo Pisacane. “Gli ebrei”, racconta, “non appena riacquistavano la dignità di esseri umani, si facevano fotografare, ci tenevano tantissimo”. E continua: “In alcuni anni della mia ricerca qui mi sono sentito solo, ma in altre parti del mondo ho avvertito un forte abbraccio per quello che facevo, molti profughi o i loro congiunti mi hanno spedito addirittura le foto originali”. Dalle immagini emerge una Santa Maria degli anni ’50, diversa ma riconoscibile, con le Quattro Colonne, la manica di sabbia, il piazzale e questi profughi che ritornavano alla vita, in posa sorridenti. È nei loro sguardi, però, che si legge un passato che mai più sarà dimenticato. Documenti, paesaggi, volti, sorrisi, una processione, la scena di un matrimonio: ben 368 se ne celebrarono al Comune di Nardò, informa Pisacane, ma le nascite non furono poi tante perché, per molti profughi, la possibilità di avere figli fu brutalmente negata dalle sterilizzazioni.
È tutto qui il Museo della Memoria e dell’Accoglienza, che rientra nel circuito del museo diffuso della Provincia di Lecce, solo l’inizio di un progetto che prevede anche una mediateca, una biblioteca, una sala per incontri e riflessioni, nonché il collegamento diretto e costante, attraverso internet, con il campo di Atlit Hof-Hacarmel.
Per le visite di questo primo periodo bisogna contattare il Comune di Nardò e sarà proprio il signor Pisacane a far emozionare i visitatori. Museo aperto, dunque, per quanti vorranno venire qui a riflettere, scoprire, ammirare una generazione di salentini che, con calore e umanità, restituì dignità e vita ai figli di Israele.
Fuori, percorrendo a ritroso la passerella metafora del cammino verso la libertà, si percepisce la leggerezza della discesa: è ancora il vento che accompagna fino al piazzale “dell’accoglienza”, lì dove giunsero i profughi e da cui nel 1947 ripartirono, e porta con sé le note della “Hatikva” (La Speranza), inno di Israele, scritto da Naftali Hertz Imber di cui la comunità internazionale vorrebbe far sue alcune parole “Non è ancora perduta la nostra speranza”, perché la memoria non vada perduta, ma che quella stessa memoria, di tanti soprusi, violenze, carneficine subite, non continui ad essere la macabra scusante di una guerra che appare destinata a non finire mai, di quei morti i cui nomi, tra altri sessant’anni, nessuno più ricorderà. Solo il vento porterà con sé i sommessi echi di quanti, morendo, hanno provato, per la prima volta, il pieno significato della parola libertà.