SAGRE

 

 

 

 

 

Archeologia di segreti e storie
nel cuore di Lecce sotterranea

di Valeria Nicoletti

Nei primi giorni di freddo, di pomeriggi impazienti che si fanno subito sera nella nebbia umida di Lecce, spesso anche le pietre più vecchie tacciono, inconsapevoli di tanta storia, di un passato nascosto e silenzioso che si è consumato sotto di loro.
È così in via Grandi, lì dove appena svoltato l’angolo, dalla strada più libertina della città di oggi, il respiro dei secoli si fa sentire, il passato ritorna ad essere un presente, così esigente e imperioso da cambiare la vita, i sogni, le giornate di un’intera famiglia.
È la storia del signor Luciano Faggiano, proprietario, insieme ai figli, dell’omonimo edificio storico-archelogico, un museo singolare, ritrovato spogliando le pareti e scavando sotto terra, dove l’architettura stessa si fa reperto.
Tutto è iniziato più di vent’anni fa, nel 1984, quando la famiglia Faggiano decise di acquistare, ignara, la proprietà in via Grandi. Quello che oggi è museo, infatti, non lasciava trapelare niente dal prospetto, una semplice parete in muratura, comune e ordinaria. E a quest’ora forse sarebbe un ristorante se non avesse rivelato, nel 2000, per un banale problema di tubature, un pregevole quanto inaspettato tesoro, la più recente delle meraviglie della Lecce sotterranea.
È stato il signor Luciano in persona a operare il primo scavo, senza alcun intento archeologico, con il solo obiettivo di rimettere in sesto l’edificio che, come altri palazzi della stessa strada, doveva fare i conti con tubature vecchie di secoli e con la presenza del fiume Idume, corso d’acqua che attraversa buona parte dei sotterranei della città vecchia. Si era già a un metro e mezzo circa sotto il livello del piano di calpestio quando la Soprintendenza ai beni archeologici di Taranto bloccò i lavori, in apparenza inspiegabilmente, e mise l’intero edificio sotto sequestro. “Da quell’anno la mia vita è cambiata”, spiega il signor Luciano, una volta cuoco, oggi esperto, per necessità, di storia locale e archeologia.
Nel 2000, infatti, la scenografia di un sogno, il progetto di un’attività commerciale immersa nel centro storico della città, diventa un vero e proprio cantiere dove, sotto la supervisione di due architetti, padre e figli lavorano per portare alla luce numerosissimi reperti e ridare vita a un passato sepolto, attraverso lo svuotamento del banco roccioso.
Il Natale del 2007 segna la fine di interminabili lavori, di estenuanti perplessità e di un fastidioso scetticismo. Il museo delle meraviglie, archeologia di segreti e storie, apre i battenti, ripagando la famiglia Faggiano delle tribolazioni e del duro lavoro e lasciando estasiata la città, anch’essa ignara di un tale tesoro.
“Ma non solo”, aggiunge il signor Luciano, “il museo, voluto da me, è stata anche una sorta di reazione ai sospetti, alle dicerie che gli stessi leccesi hanno sussurrato”. E non tanto a voce bassa. A chi, infatti, lo accusava di voler trafugare una parte importante del patrimonio storico e archeologico locale, il signor Luciano ha risposto con la volontà di divulgare, aprendo il museo alla città, in cambio solo di una piccola offerta volontaria.
A stimolare la curiosità all’angolo tra via Grandi e via de’ Perroni, meglio conosciuta come “la via dei pub” qui a Lecce, una piccola freccia. Sarà poi una strana bicicletta, appoggiata al muro, a dirvi che siete arrivati nel posto giusto, che il museo è proprio lì vicino, confuso tra le case e le vecchie architetture dei palazzi del centro storico. E sebbene dall’esterno le due piccole stanzette che ammiccano alla strada sembrano non celare alcunché, non bisogna cedere alla tentazione di tirare dritto. Come la stessa Lecce ci ha insegnato, è abbassando lo sguardo che si trova il vero tesoro. Una regola che vale sin dal tempo dei Messapi.
Risalgono all’epoca dei primi salentini, infatti, i ritrovamenti più antichi, custoditi e rimasti quasi inalterati anche quando l’intero edificio divenne un monastero. Inizia così, infatti, il tour del museo Faggiano, dalla porta dell’antico monastero di Santa Maria delle Curti, che inaugura la seconda stanza e si attraversa dopo aver calpestato il pavimento di epoca messapica e reso l’ennesimo saluto a una tomba risalente allo stesso periodo. È adesso che la storia comincia a divertirsi e i ritrovamenti si sovrappongono, cosicché accanto alle cisterne, ai fori circolari scavati nella roccia usati per costruire le capanne, si può ammirare quel che resta dell’antico convento che un tempo occupava buona parte del suolo asfaltato di via Grandi.
“La strada prima era completamente chiusa”, spiega il signor Luciano, “e Santa Maria delle Curti si estendeva fino a congiungersi con la vecchia chiesa di Santa Maria del Tempio, prima proprietà dei Templari, poi passata ai Cavalieri del Santo Sepolcro”.
Siamo in pieno Medio Evo. Lo testimoniano i capitelli, dov’è scolpito il ciclo, tipicamente francescano, della vita delle foglie, dallo sbocciare all’appassimento, i resti di un altare e il disegno dei gradini che oggi sono rimasti sotto la pietra ma un tempo conducevano alla torre d’avvistamento, situata, si presume, al secondo piano. A testimonianza della presenza religiosa nel corso dei secoli ci sono anche tombe, ossari e cunicoli scavati nella roccia, unica via d’uscita quando i turchi marciavano veloce alla conquista dell’Occidente o, semplicemente, quando la clausura diventava così stretta da preferirle la fuga attraverso spaventosi sentieri sottoterra. Sotterranei come via di salvezza, quindi, ma anche come unico lugubre armadio dove nascondere scheletri e segreti innominabili. Non era infrequente, infatti, che una suora, caduta vittima del tedio e della tentazione, mettesse fine alla vita del frutto del proprio peccato. Risuonano anche di urla innocenti i sotterranei dei vecchi monasteri. E questo di via Grandi non fa eccezione. Tra la seconda e la terza stanza dell’edificio, infatti, protetto da una teca di vetro, inchioda il passo e stringe la gola il piccolo sepolcro di un bimbo, l’ultima culla di chi, nato dalla noia, fu assassinato dalla paura.
A smorzare l’inquietudine, le fantasie fresche e colorate delle maioliche del 1600, che rivestono un intero angolo della stanza, usate anticamente per salvaguardare i muri dall’umidità provocata dallo scolo dell’acqua, e la delicata eleganza di un affresco a motivi floreali, che è coperto da un muro ma si lascia agilmente sbirciare da chi si accontenta di osservarlo di rimando: un sottile gioco di specchi, infatti, permette di ammirare ciò che resta del delizioso affresco.
È un tuffo nel passato recente, invece, la stanza che il signor Luciano ha deciso di dedicare a Severino Albertini, Isidoro Mattioli, Remo Mazzotta, Enzo Evangelisti e Daniele Rizzo, i cinque scopritori della Grotta dei Cervi, che il 1° febbraio del 1970 portarono alla luce gli ormai celebri pittogrammi rupestri. L’intera sala è un tributo al Santuario dei Cervi di Porto Badisco, la cui importanza, ampiamente riconosciuta in tutto il mondo, è ancora sottovalutata nel Salento, dove regna la pessima abitudine di guardare altrove senza curarsi di quello che c’è sotto il proprio naso.
Una televisione sempre accesa trasmette le diapositive relative alla scoperta gentilmente concesse dalla signora Rosanna Romano, vedova Albertini, e le pareti sono tappezzate di fotografie che presto saranno raggiunte dalle iscrizioni realizzate personalmente dal signor Luciano, commossi messaggi di saluto e di solidarietà da parte di chi, sotto un cielo diverso e in un’altra epoca, ha vissuto sulla propria pelle le emozioni, e le paure, di un’importante scoperta.

Nell’ultima stanza del piano, i tantissimi reperti aspettano di trovare un’apposita collocazione dietro le teche in vetro anti-proiettile. Intanto, giacciono lungo i ripiani i frammenti che sembrano quasi infiniti confondendosi in un insieme che può quasi destare confusione, eppure i più importanti (“e i più belli”, aggiunge il signor Luciano) dimorano adesso presso il Museo di Taranto, altri ancora in una sala del Castello Carlo V. Qui restano le ampolline in vetro opaco, un bellissimo angelo in pietra, cocci di terracotta e le misteriose figure dei Lari, statuette in creta o terracotta che rappresentavano gli spiriti degli antenati defunti, conservati in casa come protezione per la famiglia. Solo una foto, invece, del prezioso sigillo vescovile, “rinvenuto quasi per caso”, racconta il signor Luciano, “a fine giornata, infatti, portavo via i frammenti ritrovati con una Renault 4. Mettevo tutto in alcuni secchi e, un giorno, da uno di questi cadde una zolla di terra”, continua, “mi fermai a pulire e, tra la terra, trovai questo anello”. Adesso, il gioiello, che alcuni vogliono addirittura di Sant’Oronzo, è a Taranto. Mentre, a formare quasi una pista cifrata della storia consumata tra queste mura, maioliche e pietre incastonate alle pareti, un mosaico di vite dove si nascondono frammenti di teschi e cocci di vasi.
Da un piccolo atrio all’aperto, una scalinata in ferro conduce al primo piano e qui l’atmosfera cambia. Passato e presente si amalgamano in un gioco di epoche che catapulta i visitatori in un’altra dimensione, indefinita e colorata. Un piccolo bar annuncia l’anima variegata di questo piano che, oltre ai tesori del passato, custodisce i segreti della tradizione più schiettamente salentina, dai sapori della cucina locale alla maestria dell’arte della cartapesta. Nelle stanze, quasi segmentate da ciò che resta delle vecchie cellette monacali, mobili di modernariato sono impreziositi da busti sacri e antichi candelieri, da lucerne e pietre scolpite. Una luce calda illumina l’area più versatile dell’intero edificio. “Non voglio che resti un semplice museo”, rivela il signor Luciano, “è mia intenzione organizzarci mostre, eventi e anche affittarlo per chi ha voglia di festeggiare un momento speciale in un contesto diverso”. E di certo lo splendido salone sarebbe la cornice adatta, lì dove i curati angoli retrò non riescono a distogliere l’attenzione dal maestoso soffitto, formato da una miriade di piccole “pignate”, poste una accanto all’altra in modo da creare una sorta di isolamento, una coibentazione ante litteram affinché d’estate non si soffrisse il caldo e d’inverno il freddo fosse meno impietoso. Ultimo avamposto della storia prima di scendere giù, la porta che un tempo accoglieva nel vecchio monastero medievale, con l’iscrizione ripresa da un’epistola di San Paolo, “Si Deo pro nobis qui contra nos?”, se Dio è con noi, chi è contro di noi?, indovinato scongiuro contro le invasioni nemiche, ma soprattutto una decisa e implicita giustificazione per ogni sorta di crimine commesso pur indossando la tunica benedetta da Dio.
Il museo dalle mille vesti mostra la sua faccia più intensa a chi supera il timore e scende la vertiginosa scala a chiocciola che conduce ai sotterranei. Giù la luce va via, resta la discreta illuminazione dei faretti archeologici e uno strano senso di inquietudine che paradossalmente ha la meglio sull’horror vacui e sul forte peso del passato che si respira in queste ultime stanze. Nelle viscere del museo, le speranze di fuga, il desiderio di altrove, i pertugi appena accennati, le strade solo inaugurate che lasciano all’immaginazione il gusto di indovinarne la meta finale, distraggono dal claustrofobico buio, dall’aria densa e dai ricordi di morti consumate. È nei sotterranei, infatti, il macabro essiccatoio, dove i cadaveri venivano fatti riposare, “stringere”, affinché occupassero meno spazio nelle fosse comuni.
Ma dove finisce la pietra e dove inizia la roccia? È questo l’interrogativo impellente nell’utero della terra. Cosa è natura e cosa, invece, è opera dell’uomo? Una domanda, questa, che il signor Luciano non ha più intenzione di porsi. Secondo lui, infatti, gli scavi devono necessariamente fermarsi, prima di invadere le altre abitazioni, per non correre il rischio di far crollare ciò che c’è sopra e, soprattutto, per mettere fine a quello che potrebbe tramutarsi in un cantiere infinito.
Forse un giorno la misteriosa Lupiae sotterranea risorgerà nella sua interezza, i cunicoli dispersi, oggi a metà, si ricongiungeranno ridando vita all’antica città brulicante lontana dalla luce del sole. Per adesso, restano minute e affascinanti oasi di storia, come i recenti ritrovamenti in via Marco Basseo, gli affacci al fiume Idume, il discusso sito archeologico delle terme romane di piazzetta Santa Chiara e il museo del signor Faggiano, che oggi snocciola con disinvoltura date, avvenimenti storici, nomi di vescovi e battaglie. Magia di un passato che non ha voglia di essere dimenticato e di una storia che forse non si è ancora compiuta. Troverebbero un senso, così, le strane sensazioni che si respirano in questo museo, le ombre di monaci che ogni tanto fanno capolino dalle porte, una misteriosa forza che ha trattenuto il signor Luciano dal chiudere bottega e dal rinunciare a questa avventura.
Anzi, il Museo Faggiano è solo il primo progetto dell’associazione Idume, battezzata così dal signor Luciano in virtù del fiume che scorre sotto il museo, visibile da un pozzo di dieci metri di profondità, la cui acqua, apparentemente stagnante, è sempre limpida e in movimento. “Non sarebbe male pensare a un modo di utilizzare l’acqua del fiume Idume, che sfocia a Torre Chianca”, dice il signor Luciano, “ora che hanno chiuso i rubinetti nel Mezzogiorno e il risparmio dell’acqua, più che dovuto, è forzato”. Se il presente latita, è il passato, quindi, che tende la mano al futuro, ripagando una terra che ha custodito per secoli un tesoro, con la sola pretesa di vederlo tornare alla luce.
L’edificio storico-archeologico Faggiano è in via Grandi, 56. Aperto tutti giorni, dalle 9.30 alle 13 e dalle 16 alle 21. Ad attendere i visitatori, durante il periodo natalizio, anche il tradizionale presepe allestito all’interno del museo.