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Nell’universo de “lu Carminu”
da mercato a palcoscenico di cultura
di Marina Greco
“E pur si muove!” Quasi non te ne accorgi, attraversando la via che dal tempietto dell’Osanna reca in piazza Salandra, anima profonda dell’antica Nardò, in un assolato mattino di ottobre, un lunedì sornione in cui i piccoli bazar presenziano con serrande abbassate, i numerosi circoli recuperano a poco a poco vitalità, le locandine dei quotidiani danzano a passo di tramontana e il piccolo emporio di Silvio, in controtendenza con la periferia brulicante di grandi market e discount, offre sapori della tradizione e ammalia i passanti con stuzzicanti effluvi della “pagnotta” di metà mattina.
Eppur si muove, questo centro storico, cambia aspetto lentamente, recuperando vita e fermento di anni, o addirittura secoli fa: rifà prospetti, cura basoli e lampioni, segnali stradali e perfino i bidoni, restituendo alla cittadinanza alcuni tesori rimasti troppo tempo all’ombra dei porticati, o alle spalle di cancelli chiusi, non tanto però da cancellarne il ricordo nei neretini d’altra generazione.
È quanto accaduto al chiostro dei Carmelitani, il cui portale d’ingresso, fresco di pittura e già alla seconda mano di colore, è solo il secondo protagonista sul piazzale dominato da impietriti leoni a vegliare l’accesso ancora negato, purtroppo, alla chiesa del Carmine, che sta lì, in prima fabbrica, sin dalla metà del Quattrocento censita come “Sancte Marie de Nunciata”, un periodo in cui questo era perimetro del primo nucleo urbano, divenuto poi “pictagio” (quartiere) San Paolo.
A Nardò, trovare il monumento religioso è facile: basta chiedere di “lu Carminu”, e una volta giunti al suo cospetto, lasciarsi distrarre, ma non troppo, dalle impronte cinquecentesche presenti sulla facciata della sacra dimora. Sopito lo stupore, volgendo lo sguardo al portale adiacente su cui anni fa campeggiava il cartello “Vietato introdurre biciclette anche a mano”, si può oggi scorgere nuovamente l’incisione in latino “Per l’antichissimo ordine dei Carmelitani la cittadinanza neretina eresse dalle fondamenta questo convento il primo febbraio 1586”.
Fu in quell’anno, infatti, che il magistrato della città fece erigere alcuni locali che offrì a Crisostomo Romano di Mesagne, superiore dei padri Carmelitani: donazione accettata due anni dopo, come testimonia un atto notarile. E fu convento per tre secoli. E poi gendarmeria, scuola, agorà commerciale, e dunque l’oblio, fino ad oggi, in cui il convento ha smesso definitivamente i panni delle passate destinazioni d’uso, cercando di allestirsi come palcoscenico della cultura.
Oltrepassata la soglia scolpita, guidati da un fornitore che conduce un carico di latticini al mercato coperto adiacente, il “religioso” silenzio di questo fascinoso contenitore, tra le cui volte riecheggia ancora ai giochi del vento un’eco di antiche orazioni dei frati con lo scapolare, trascina alla scoperta dell’area ristrutturata, solo una parte dell’imponente complesso conventuale.
La prima porta a destra dà il benvenuto con un cartello indicante la “Biblioteca”: salita la scala, in realtà, lungo il corridoio da cui si dipanano ancora le celle, un tempo consolazione notturna dei frati, dal 26 settembre scorso ha riaperto al pubblico il Crsec Le/41, Centro regionale servizi educativi e culturali di competenza dell’Area Politiche per la promozione del territorio, dei saperi e dei talenti, Servizio allo studio, Regione Puglia.
Qui il profumo degli stucchi freschi si mescola a quello della carta, dei libri ordinatamente disposti sugli scaffali, in un’allettante bella mostra e classificati per aree, fasce d’età e temi.
Di storia, il Crsec di Nardò ne ha da raccontare: rilevato per passaggio di competenze dalla Regione negli anni ’80, il centro vide la sua istituzione negli anni ’60 ad opera della Cassa del Mezzogiorno che ingaggiava così la lotta all’analfabetismo, rifornendo il centro, originariamente in via Duomo, di circa settemila volumi, dalla letteratura alle enciclopedie, e una vasta sezione di testi sui mestieri. Il Centro, poi, traslocò in via Duca degli Abruzzi fino al 2003, anno in cui fu costretto a prendersi una “pausa”, almeno per il servizio di prestito bibliotecario, come spiega il responsabile Mauro Vaglio, “in questi anni le nostre attività sono continuate comunque con i progetti per le scuole, in particolare di Nardò e Galatone”. E chiarisce che il centro, tra i suoi compiti, “ha l’educazione alla lettura, visite guidate e animazioni, oltre che interventi di riordino e sistemazione delle biblioteche scolastiche o servizi nel campo dei beni culturali e ambientali”. Il centro, dunque, dopo cinque anni riprende l’attività di prestito e consultazione bibliotecaria, in uno spazio che trasuda di storia e di vite passate per questi luoghi; ai testi d’origine si sono aggiunti quelli dei centri di Copertino e Galatina che hanno fatto lievitare il numero dei titoli fino a venticinquemila, ordinati con il sistema di classificazione Dewey e a disposizione di oltre tremila utenti.
Nelle celle del convento, lì dove un tempo c’erano i frugali giacigli, sono ospitate le varie sezioni: ricca e aggiornata la narrativa per ragazzi, ma anche bambini, giovani adulti, letteratura locale e, dunque, tarantismo, con un occhio di riguardo all’ambiente e all’educazione alla lettura. In programma, nelle prossime attività del centro, momenti speciali di animazione con burattini, letture, incontri con insegnanti e una nuova edizione del progetto “Dal libro al film”. Fortunati i neretini, dunque, che oltre alla storica Biblioteca comunale Vergari, hanno di nuovo a disposizione un luogo di lettura e di fermento culturale attivo, che punta alla vitalità, cercando di far nascere l’amore per i libri anche nelle generazioni “figlie” di Internet che, come sottolinea Vaglio, “non comprendono la differenza sull’attendibilità delle fonti e usano per le proprie ricerche il più comodo e meno istruttivo, copia e incolla. Noi puntiamo al piacere che la lettura e i servizi di informazione danno, privilegiando il rapporto fisico con il libro”.
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Il prossimo passo, se arriverà l’autorizzazione, sarà l’allestimento e la messa in rete del sito internet per consultare, anche da casa, l’elenco dei titoli a disposizione. Il centro, aperto di mattina da lunedì a venerdì, e nei pomeriggi di martedì, mercoledì e giovedì, mette a disposizione un’emeroteca, una mediateca e un centro di documentazione ambientale.
Sorrisi e cordialità, prima di concedersi un’ultima panoramica dalle grandi finestre, le stesse da cui i carabinieri della locale caserma tenevano d’occhio il volgere quotidiano della cittadina, quando il centro ancora storico non era, e la periferia iniziava appena dopo le antiche mura. Da qui si gode una vista da cartolina-ricordo: il prospetto della chiesa, il teatro comunale e il palazzo che fu Fonte, il cui livello superiore, in fase di “intelligente” ristrutturazione, ha scolpiti, probabilmente non a caso, sulla balaustra del balcone i “bastoni di Asclepio”, antico simbolo greco della medicina: un tempo al pianterreno del palazzo, vi era infatti una farmacia.
Scendendo nuovamente la scala, si può andare a scoprire gli altri locali accessibili del Chiostro dei Carmelitani. Sulla destra, un grande vano, forse refettorio dei frati, si offre restaurato, con alcune parti d’affresco riprese, come spazio di incontri, convegni e congressi. Più in là, il varco nel muro dà sul mercato coperto e le sue ormai pochissime attività commerciali, che qui persistono, forse, per un attaccamento viscerale al chiostro attiguo che, come si legge nella toponomastica comunale, porta ancora il nome di piazza Mercato.
L’imponente cancello aperto è come un invito ai curiosi che si trovano al cospetto di un’incerta Vergine, sovrastata dagli angeli, anch’essi troppo sbiaditi nell’affresco malconcio; la seconda rampa di larghe scale offre ancora altre tracce dipinte sul muro, fino alla sede del Gruppo speleologico neretino, punto di riferimento per ogni ricerca speleologica del Salento, con le sue interessanti attività. Anche quest’ala, soprattutto per la nobile e fertile laboriosità del gruppo e per il piccolo museo che conserva reperti fossili di notevole interesse e valore, meriterebbe un intervento di riqualificazione che, ci si augura, non tarderà.
Nel porticato del chiostro, oltre a numerose porticine e ad un altro varco che sbocca in piazzetta delle Erbe, giardino dell’antico convento, si fanno notare alcuni banchetti che restano lì per le manifestazioni organizzate o patrocinate dal Comune. Così, oggi, il chiostro pullula di cultura e inorgoglisce i neretini, che non ne rimpiangono il passato, almeno quello più recente.
Ma cosa è stato, nei secoli, questo convento? Nel 1586 il priore dei frati stipulò una convenzione con artigiani e scalpellini tra i migliori del tempo, Giovanni Maria Tarantino, Angelo Spalletta e Tommaso Riccio, che dotarono il convento della loro arte. Qua e là, leggeri ghirigori e delicati ricami, lascito gradito dei maestri di allora, s’alternano a scritte e graffiti dei nuovi barbari, almeno sul lato del chiostro che ancora non brilla di luce propria.
Riposano, uno appresso all’altro, i varchi intorno al cortile, fino ad un altro cancello, il cui accesso è bloccato da un perentorio lucchetto, e la tetra scala che conduce verso il buio fa pensare alle “prigioni”, il carcere in cui si segregavano i monaci trasgressori della Regola dell’ordine. Ma probabilmente prigione non lo fu mai, qui, fino a qualche anno fa, e per decenni, c’è stata la sartoria di Eraclio, e poi la sede storica del Partito socialista. Basta chiedere per saperlo, magari addentrandosi nella Società operaia di Mutuo soccorso: all’ingresso qualcuno sfoglia quotidiani, ed è ancora una scala a condurre in un’altra parte dell’ex convento, un labirinto in cui la sala biliardo lascia spazio al grande androne con i tavoli pronti per il “tressette” giocato a caramelle o, vero azzardo, a un euro, e poi ancora una stanza da gioco, la sala tv, la stanza del presidente. Non finisce più.
Qui, a seconda dell’orario, è possibile trovare Vito, Uccio per gli amici, che racconterà il chiostro degli anni cinquanta, come le scene d’un film in bianco e nero, quando lui ci veniva a scuola: una specie di “sottomarca”, definisce simpaticamente l’avviamento professionale in cui, oltre a italiano o francese, insegnavano a zappare la terra. Ad ogni passo gli occhi rivedono: “dopo la rimessa per le bici dei carabinieri, c’erano mesciu Oreste l’arrotino, la salumeria Dell’Atti, il grande alimentari di Donato ti lu casu che esponeva vasche di alici e conserve di peperoncini piccanti, poi i formaggi di Dell’Anna e la macelleria Russo; a sinistra l’osteria ti Uecchi picciccu e la bottega del barbiere; lì c’era il venditore di olive e più in là lu guarnamintaru che cuciva i finimenti per gli animali”. I ricordi sono vivi più che mai e neanche tanto nostalgici: “Prima, ad ogni colonna c’era una panchina e al centro, un pozzo per l’acqua piovana. Tutta la parte scoperta era rialzata di due o tre gradini”.
La gente andava e veniva, vendeva e comprava: voci, offerte, brusio e poi, all’imbrunire, i clangori metallici delle serrande scandivano l’ora di rincasare. E il giorno dopo uguale. Tempi lontani che hanno lasciato al Chiostro dei Carmelitani solo il nome. La speranza è che al più presto l’intero complesso, e non solo “i piani alti”, si trasformi nel fulcro di una cultura pulsante e pensante, e che gli angoli in cui una volta c’erano mercanti e mercanzie, inizino a calamitare giovani e artisti, cittadini e cultura. Così i tesori dell’architettura salentina, i centri storici, i conventi e le sedi dell’universitas possono tornare a brillare, modellandosi alla cittadinanza e alle aspirazioni dei giovani. Mentre il resto della città corre verso l’omologazione, il centro storico rivendica sempre più forte il suo carattere, la sua unicità. E, dunque, si muove.
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