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Da Roca nuova a Roca vecchia
le voci del passato e la poesia
di Matina Greco

Da Roca Nuova, immersa in un mare d’ulivi, a Roca Vecchia, cinta e cullata dal mare Adriatico, pochi chilometri percorrono secoli di storia, miti, leggende di popoli che si sono incrociati in un passato che dal prossimo al remoto rivela la sua preziosità. Come un viaggio nel tempo, partendo dal presente della graziosa Melendugno, sulla strada per il mare di Roca e San Foca, un cartello bianco sulla destra indica il piccolo e prezioso complesso di Roca Nuova, come se, nonostante sia fresco di ristrutturazione e, nell’ultimo periodo, luogo prediletto di mostre, concerti e manifestazioni, volesse conservare ancora un po’ quell’aura di mistero e il fascino che per decenni l’hanno soprannominata “villaggio fantasma”.
Qui però di spettri non ce n’è, almeno in superficie: anzi, da qualche tempo è finalmente possibile accedere all’interno del grazioso villaggio della fine del XVI secolo, dopo aver varcato le mura ancora esistenti che celano, come uno scrigno, il piacere d’una passeggiata colorata di bianco di tufi e verde di ulivi, fichi e rucola selvatica, musicata dal solo canto degli uccelli e profumata d’aria pura di campagna. La fortuna gira a favore perché in estate Roca Nuova schiude i suoi cancelli anche al mattino per lasciarsi ammirare, abbacinati dal sole che dona luce, una appresso all’altra, alle case degli abitanti che fino ai primi del ’900 qui ci nascevano, si sposavano e, sempre qui, morivano come si evince dall’archivio dell’anagrafe del Comune che ne raccoglie gli atti. Ogni casa ha il suo camino, la sua volta a botte, le bianche pietre silenziose a custodire i segreti d’una storia che le porte inesistenti ormai non celano più, mentre sul pavimento è possibile intravedere i primi rudimentali “frigoriferi”, ovvero stanze scavate in profondità per preservare le provviste dalla calura estiva.
All’entrata del borgo, uno dei tanti pozzi presenti qui è fresco di restauro con i leziosi motivi floreali che il sapiente scalpellino ha appena fatto fiorire. L’orgogliosa torre d’avvistamento rimira l’orizzonte, testimonianza del timore di incursioni: affianco alla porta d’ingresso uno spioncino per controllare arrivi e partenze si potrebbe definire “un videocitofono” di fine ’500. All’interno della torre, la frescura accoglie e rigenera il corpo intorpidito dai raggi dell’astro mattutino. Una ripida scala conduce al piano ammezzato, ma qualche gradino in più e ci si guadagna l’occasione per ammirare una vista mozzafiato, mentre il vento accarezza i volti stupiti e sussurra i sospiri dell’anima di questi ulivi che ne avrebbero di storie da raccontare, se solo potessero parlare.
In cima alla torre bocche di camini rivelano la mancanza di un intero piano, e chissà se da qui nei secoli scorsi si poteva ammirare lo stuolo di rigoglioso verde scivolare fino alla costa e fondersi nell’orizzonte delimitato dal blu. La torre, come tutto il villaggio, negli ultimi due anni è stata rimessa a nuovo dall’Amministrazione comunale di Melendugno che ne ha fatto un’aula consiliare dove potersi scambiare, con rito civile, la promessa d’amore eterno mentre il sacro vincolo religioso può svolgersi nella chiesetta di San Vito.
Ma prima di recare il saluto al santo, nella torre si svela la stanza delle carceri: un piccolo vano accessibile solo dall’esterno, con un pozzo chiuso da una lastra di vetro e sul muro i segni lasciati da coloro che, qui, non trascorsero solo qualche ora. Alcuni erano di sicuro marinai, come rivelano i graffiti di barche e galeoni, ma c’è anche San Niceta il Goto, patrono di Melendugno, in groppa al suo cavallo, il sole con i raggi che testimoniano i giorni di permanenza nella prigione, un vaso che zampilla acqua mentre, viva eccome, tesse la sua tela, involontaria Penelope, una tarantola bianca e nera. Sul retro della torre, la graziosa chiesa dedicata a San Vito è un piccolo gioiello vegliato da due alti oleandri che, agitati dal vento, “suonano” con il fruscio delle foglie, l’unica campana che il sacro luogo possiede. All’interno, delle preziosità ricordate dagli abitanti della vicina Melendugno rimane ben poco: all’entrata, una statua del santo con il cagnolino si specchia nell’icona dagli sgargianti colori alle sue spalle, su un altare con il paliotto inciso in latino.
Un antico confessionale sembra baluardo difensivo dell’altare nell’unica cappella posta sulla sinistra e del suo affresco dedicato alla “Mater mia” protetto dagli angeli e dai cherubini. Sul pavimento, un quadrato di lastre si fa notare, pur volendo celare un “carnaio”: vi giacciono ossa, soprattutto di animali, vegliati in eterno dal loro santo protettore. Qui il 15 giugno, così come un tempo, si celebra l’unica liturgia dell’anno con la benedizione degli animali, ma nei ricordi tutt’altro che sbiaditi d’un vispo sessantenne, il signor Antonio Petrachi, si svolgeva anche una grande fiera. Gli animali, dunque, trovarono spazio all’interno del sacro ostello, mentre la maggior parte delle ossa umane è stata rinvenuta sotto uno degli oleandri posti all’ingresso come fiorite sentinelle.
È triste apprendere che qui, per anni, tutto era abbandonato all’inclemenza delle ruberie e alle bravate dei giovinastri, come racconta il signor Antonio, e rivela che l’epigrafe collocata tanti anni fa sul portale della chiesa è stata ritrovata in un ristorante nei pressi di Nardò e restituita al Comune di Melendugno che se n’è preso cura così come del villaggio attraverso una virtuosa politica di valorizzazione che comprende anche la rassegna estiva BluFestival.
Infatti, prima di andare via, può anche capitare di incontrare l’assessore Francesco Stella intento a controllare che tutto sia perfetto per il concerto della serata: sono ormai passati i tempi in cui qui, come qualcuno sussurra in paese, si veniva a celebrare esoteriche “messe nere”. A malincuore, ma con secoli di storia ancora da scoprire, si riprende la strada in direzione di Roca Vecchia, che con i suoi ruderi si specchia sul cristallino mare Adriatico e che una leggenda vede progenitrice del luogo appena lasciato. Si narra che gli abitanti di Roca, terrorizzati dai turchi sbarcati nella vicina Otranto, scelsero di distruggere il proprio villaggio per spostarsi nell’entroterra, fondando Roca Nuova, anch’essa poi abbandonata, come per una sorta di maledizione.
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Il mito vuole che la popolazione si sia poi riversata nelle vicine Vernole, Melendugno, Calimera, Borgagne non dimenticando mai, fino ai nostri giorni, di fare il proprio pellegrinaggio a piedi, nel mese di maggio, a rendere omaggio alla Madonna di Roca, in ricordo dell’esodo. Non sarà questa, però, la prima storia che gli abitanti di Melendugno racconteranno, al sentire nominare Roca Vecchia: la commossa memoria proferirà il nome della compianta concittadina Rina Durante. In particolare, un altro Antonio Petrachi, emigrato a Firenze, narra di sua madre, oggi ottantotto primavere, che per ben due volte fu scelta dalla poetessa e scrittrice salentina per fare la parte della “regina” Isabella, protagonista della Tragedia di Roca, che triste declamava “Nun me chiamati cchiui donna Isabella, chiamatime Sibella sfurtunata, mo’ ca aggiu persu Napuli e Missina, Terra te Roca e la Basilicata”.
Quando s’arriva a Roca Vecchia, il mare e il vento avvolgono i sensi e trasportano alla scoperta della leggenda sì, ma anche della storia di questo fascinoso litorale, in passato ambito dai perfidi turchi, ma che fu anche rifugio di monaci bizantini in fuga dal vicino Oriente, e nello scorso decennio, miraggio per la ricerca di una vita migliore, qui a due passi dal Regina Pacis, centro d’accoglienza dei barconi della speranza, e l’ultima scialuppa che questo orizzonte ha solcato strappando lacrime è ancora impressa in immagini di repertorio e nei vivi ricordi dei salentini. Da lontano svetta nel cielo una candida Madonnina, punto di riferimento per gli “stranieri”. Affacciandosi come da un balcone sull’insenatura che cattura stretta il braccio di mare, la vista esplora da lontano i buchi nella friabile e calcarea roccia, quelle grotte bizantine risalenti a più di mille anni fa, e con un po’ di immaginazione, si possono scorgere ancora i profili dei monaci, stesi sui loro giacigli, o in ginocchio a pregare.
Il professor Gino Santoro riporta alla realtà spiegando che questa è stata nei secoli un vasta zona santuariale, e la terraferma arrivava molto più in là rispetto all’attuale litorale. Sulla roccia si vedono ancora le tracce di antiche stanze funebri risalenti a circa quattromila anni fa e più avanti, invisibile dall’alto ma accessibile da gradini scavati nella roccia, ci si trova in un pronao dove resistono due bassi altari le cui coordinate furono sapientemente studiate. Sollevando lo sguardo verso la scogliera prospiciente, si schiudono i misteri della cittadella fortificata, o almeno i ruderi di quella che fu l’ultima “Roca”. La zona recintata racchiude un interessante sito archeologico, luogo di scavi diretti dal professor Cosimo Pagliara dell’Università del Salento, che da circa vent’anni continua a sorprendere i ricercatori, ma sono ancora innumerevoli i segreti che si celano in ognuna di queste pietre. Pare, infatti, che come la leggendaria Troia, Roca sia stata distrutta per poi risorgere sulle proprie ceneri, per ben cinque volte, sempre con gli stessi massi. Con l’ausilio di una guida, si può accedere a questo mondo antico e trovare resti di pozzi, cisterne, mura di abitazioni, che hanno offerto frammenti di crateri, vasellame, armi e suppellettili in bronzo di fattura cretese, fino a giungere al cospetto della porta d’accesso all’ultima ricostruzione, quella che vantava mura, ancora visibili, con il loro fossato, dello spessore di trenta metri, provando solo a immaginarne l’altezza.
In un camminamento interno alla cinta muraria, la triste vicenda di una famiglia risalente al 1450 a.C. si è schiusa sotto gli occhi degli archeologi, confermando l’ipotesi di una delle cinque distruzioni della città, a causa d’un terribile incendio: si rifugiarono in sette in quest’antro, per sfuggire alle ire degli invasori, occultando l’ingresso con della legna che, data alle fiamme, finì per cremare queste vite, rivelando a distanza di tremila e cinquecento anni, i resti di una madre con il suo bimbo stretto sul petto. Chi fondò per la prima volta questa città, non è dato sapere, ma note furono invece le frequentazioni, soprattutto dell’alto medioevo, di anacoreti provenienti da Oriente.
Sono queste le tracce che più colpiscono, oltre alla torre cinquecentesca che appare impietosamente ingabbiata per restauri, sull’isolotto-appendice di Roca sul mare, soprattutto i bagnanti estivi che cercano un’immersione non solo nella storia del Salento e nelle sue leggende, ma anche nel mare turchino senza nubi all’orizzonte.
Il corso degli eventi che ha trovato spazio nei libri scrive di Roca dal 1300, secolo in cui Gualtieri di Brienne, conte di Lecce, la fece ricostruire un’ultima volta, e fino al 1480, quando la popolazione fuggì all’arrivo dei turchi che qui fecero base per attaccare meglio Otranto. Liberata l’anno successivo, Roca divenne rifugio per i “corsari di Barberia” e fu così che il tragico destino di Roca si compì per volere di Ferrante Loffredo, governatore di Terra d’Otranto, che diede ordine di raderla al suolo.
Ma è il sottosuolo di Roca la riserva di nuove meraviglie, alcune ancora da decifrare. Ai piedi della colonna con la Vergine, un vero faro per chi è a caccia di tesori, Roca recita le sue poesie: sono due grotte, la Poesia Grande e la Poesia Piccola, i cui nomi derivano dalla distorsione romantica di “posìa”, termine con cui i griki indicavano una fonte d’acqua potabile; altri la associano a “prodosia” (dal greco “tradimento”) e intessono la trama che volle i turchi usare questi passaggi dal mare per conquistare Roca. È la Poesia Piccola che ha regalato sconcertanti sorprese: tappezzata di incisioni spesso sovrapposte tra latino e greco, la grotta “poliglotta” attraverso le sue mura di calcare parla messapico, con simboli miracolosamente giunti a noi, e in parte, ancora da decifrare. Gli antichi scendevano qui a pregare e chiedere intercessioni al dio pagano “Thaotor Andi Rahas”, connesso a pratiche di guarigione. Tra le scoperte fatte dall’università emergono, come spiega Santoro, aneddoti simpatici come la preghiera di uno schiavo che chiedeva libertà in cambio di una pecora e due orci di vino; di rimando, il suo padrone, rilanciava del doppio l’offerta al dio, per non cambiare la condizione del suo schiavo.
Dalla grotta fronde di fico fanno ombra allo stagno d’acqua salata unito al mare da un canale, anche se l’accesso è oggi impedito ai curiosi esploratori “fai da te” da grossi massi per preservare dal vandalismo il prezioso vocabolario con ancora tanto da svelare. La Poesia Grande, invece, è un’invitante piscina naturale del sottosuolo, che offre l’opportunità di un bagno da ricordare, “fonte” d’ispirazione per tanti artisti salentini, suggestiva scenografia naturale.
Una ragazza sul bordo della calcarea piscina indugia un po’ prima del salto, come volgendo un rispettoso pensiero alla storia prima del tuffo; sembrerà di riconoscere una giovane Rina Durante mentre Zefiro porta con sé i versi di una sua delicata poesia: “…siamo rimasti soli / e i pallidi voli di qualche gabbiano. / Antica Poesia, / poesia dimenticata / la tua voce rimane inascoltata / come la mia... perché abbiamo la stessa voce / antica e triste del passato”.
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