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Il tesoro dell’Isola dei Conigli:
il mare da vivere... naturalmente
di Matina Greco

Rimirato a scirocco da Torre Squillace e scrutato a maestrale da Torre Chianca, cullato dalle onde in faccia al litorale di Porto Cesareo, domina l’orizzonte uno sbuffo di roccia adagiato in un mare di sabbia: è l’isola Grande, detta dei Conigli.
Appare, a chi si ferma sulla costa a guardarne i confini, come un prolungamento della terra, effetto visivo alimentato anche dalle voci che la vorrebbero, in periodi di secca o nel mese di febbraio, unita alla terraferma dal lato di Porto Cesareo dove l’ormai nota statua dedicata alla moglie del pescatore, ma dalle sembianze “arcuree”, distrae l’attenzione lasciando così credere all’ignaro forestiero di poter giungere un giorno, a piedi asciutti, sull’affioramento di roccia calcarea che ammalia i cercatori di tesoro, quel tesoro inestimabile fatto di natura, mare incontaminato e alberi ombrosi, lontano dal chiasso, dalla musica e dagli ombrelloni dei lidi privati che coprono ormai quasi tutta la costa sabbiosa di Porto Cesareo.
La lunga traversata da impavidi pirati, meno d’un chilometro in pochi minuti, è una fortunata gita in compagnia di Sergio, giovane “Virgilio” dell’Area Marina Protetta “Porto Cesareo”, e di Gianni Colelli, un “Caronte” traghettatore d’anime tutt’altro che infernale, che prima di catapultarci dell’altra parte del braccio di mare, lui che di Porto Cesareo conosce aneddoti, storie realmente accadute e leggende secolari, invita a salire sul suo Capriccio II a bordo del quale mini-crociere, pescaturismo e brevi gite, allietate da degustazione dei frutti offerti dalla pesca, invitano i turisti a “vivere il mare”.
Ed ecco, si salpa a bordo di piccole imbarcazioni che fanno la spola fino all’imbarcadero di legno sgangherato, semplice introduzione ad un’atmosfera rarefatta, e si respira già un’altra aria, forse la stessa che percepì Robinson Crusoe, una volta approdato, naufrago per volere di Defoe, su un’isola deserta. Il piede, solleticato da un manto di cimodocea (pianta parente, forse cugina, della famosa posidonia) affonda nell’acqua fresca che richiama l’attenzione, prima catturata dall’immaginazione andata, insieme ai gabbiani, a sorvolare il mare limpido e turchino dai tratti caraibici.
A pochi passi dal piccolo pontile, nascosta dai pini d’Aleppo, sorge la casetta del custode. E sì, perché l’isola ha un custode, nessuno sa in cosa consista il suo lavoro, ma corre voce che si tramandi di padre in figlio, come i titoli nobiliari. È una di quelle costruzioni di pietra che i salentini del nord definirono furnieddhi, che si mimetizza al punto da essere quasi invisibile dalla terraferma, con il lungo comignolo proteso verso il cielo azzurro. Porta chiusa e finestre nzerrate, e all’ignaro visitatore pare incredibile che il fortunato guardiano, da qualche anno, abbia preferito l’altra parte del mare, lontano da questo paradiso. Ma chi non è di queste parti non sa, non immagina nemmeno, che di notte l’isola si anima, e non di spiriti o fantasmi, ma da “occhi di bragia” di roditori affamati che divorano pigne e ogni altra cosa capiti a tiro. Altro che conigli! Eppure Sergio, come gli orgogliosi abitanti di Porto Cesareo, assicura che i conigli ci sono, anche se in passato ve ne erano molti di più.
È una storia breve, quella dell’isola, e le tracce dell’uomo, pure presenti in quest’oasi naturale, parlano una lingua recente, quella degli anni ’50, quando la Cassa del Mezzogiorno finanziò diverse opere di rimboschimento, tra cui anche quella dell’Isola Grande, o almeno di una parte.
Lunga un chilometro e larga al massimo quattrocento metri, l’isola si estende per circa dodici ettari proprio al centro dell’Area Marina Protetta, anche se si tratta d’una “zona franca”, per mantenere vivo il porticciolo naturale tra il lembo di terra e la costa di fronte. L’attenzione è comunque alta, perché ciò che accade sull’isola e intorno a essa, si ripercuote nell’intera Area.
Ma la passeggiata è soltanto all’inizio: dalla casa del custode, seguendo il sentiero creato da volontari molti anni fa, gli amanti e appassionati della vegetazione mediterranea godono di ben duecento differenti tipi di piante, alcune anche molto rare. Tre di queste specie, furono il dono dell’uomo, chissà se gradito, a questo lembo di terra: pini d’Aleppo, acacie e tamerici. Prima di quegli anni, cacciatori e bracconieri popolarono l’isola di fagiani e lepri, per puro diletto “sportivo” e lungo il perimetro dell’isola spuntarono a tratti, dalla vegetazione, i fortini rudimentali dietro cui i predatori s’appostavano in attesa anche delle marzaiole, precoci “turiste” che qui giungono a maggio.
Quando poi, dopo il rimboschimento, la “proprietà” passò alla Forestale, furono fatti nuovi tentativi per donare una dignitosa fauna all’isola, e si provò con due coppie di cervi. I poveri animali, allo scoppiare del primo temporale, terrorizzati tentarono d’approdare alla terraferma. Due di essi annegarono, gli altri chissà. Un ultimo tentativo fu fatto con i conigli, e questi si riprodussero talmente tanto, che quasi la desertificarono.
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Qualcuno sussurra che è colpa dei cani se ora non ve n’è ombra, altri ancora raccontano a ingenui bambini che i conigli di stare sull’isola proprio s’erano stufati. Ma immaginare che quei conigli stufati ci son finiti probabilmente in pentole annoiate dalla solita paranza è l’unica vera spiegazione plausibile. Imboccato il sentiero, si costeggia una piccola baia abitata dalle telline e attorniata da una prateria violacea: è la Salicornia fruticosa, una pianta alofila, che dà vita a un habitat prioritario tutelato e studiato per carpirne i segreti della crescita e magari applicarli anche in quelle zone del Salento “desertificate” dalla forte presenza di sale.
Seguendo il tratturo, giunti dal lato del mare aperto, la prima spiaggia, che è anche la più grande, invita a prendere il largo a nuoto in quest’insenatura denominata lu puertu pignatu per via dei numerosi frammenti di terracotta sparsi sul fondale. Qui la sabbia si stende pigra, protetta dalle scogliere su cui s’adagia una coltre bianca, secca e vegetale, trascinata lì sopra dalle alte maree: le uova di cuecciulu.
Insieme a questo manto canuto che si confonde con il bianco della scogliera, il mare restituisce all’uomo, come a causa di un nauseante conato, bottiglie, reti usate negli allevamenti di mitili, cassette di plastica, corde e buste che s’adagiano sulla candida battigia violentando la vista rapita, fino ad allora, solo dal fascino della natura. Ma qui i “legittimi proprietari”, e cioè la Forestale di San Cataldo (dall’altra parte del Tacco), giungono solo nelle manifestazioni di Legambiente e la pulizia dell’isola è affidata a pochi volontari. È vera ingratitudine, questa, soprattutto nei confronti di un’isola che protegge la piccola cittadina di pescatori, attenuando la violenza delle mareggiate che, se non fosse per l’isola protettrice, avrebbero già danneggiato, se non proprio distrutto, il centro abitato.
Un sole cocente, insieme a qualche lucertola oziosa, stranita da passi inattesi, accompagna fino al punto in cui un rettangolo scavato nella roccia calcarea giustifica la sua presenza come tomba di epoca sconosciuta. E non è affatto improbabile che lo sia stata, date le similitudini con gli scavi del sito archeologico “Scala di furno”, sulla costa poco più a nord dell’isola, che in epoche recenti ha portato alla luce vari cimeli, statuette votive e un’area dedicata al culto della dea Thana.
Nelle numerose conche naturali, secco e a scaglie, riposa il sale marino. Un tempo, per venire qui a raccoglierlo, si doveva pagare, era Monopolio di Stato. È così che Sergio distrae dalla calura, raccontando di come sua zia, qui a Porto Cesareo, andò da giovinetta a raccogliere qualche manciata di sale, ma non si poteva, e giunto tosto il finanziere per bloccare l’astuta usurpatrice, la guardò dritta negli occhi e si sciolse come sale sulla frisa e, da allora, è storia di “sale, amore e fantasia”.
Proseguendo la passeggiata, finocchietti un po’ rinsecchiti s’alternano a piante di odorosa salvia e ad altri vegetali tipici della costa salentina, come il limonium japigicum dai piccoli fiori lilla, mentre nel boschetto, in un angolo baciato dal sole, simpatici fiori formati da bacche gialle e arancioni appaiono mangiucchiati: ancora roditori! Ma ecco che spunta dalla terra un pozzo di cemento: era un buco profondo e stretto, chiuso per scongiurare qualche tragedia. A pochi passi, una croce di legno di fresca pittura è inquietantemente piantata nella terra; scherzano gli accompagnatori, sulle sorti d’un povero marinaio, ma questa è, in verità, la stazione della Via Crucis, che per la prima volta quest’anno è passata da qui. Però sull’Isola della Malva, l’altro lembo di terra proprio di fronte a Torre Chianca, furono seppelliti, durante la seconda guerra mondiale, i corpi di due aviatori che erano di base nella vicina Leverano dove un campo di grano divenne temporaneo aeroporto. Qui, i soldati s’allenavano al lancio di bombe di cemento con ai poli delle piccole fiale di vetro contenenti un liquido colorato. E quante di queste palle mostruose furono lanciate su questo pezzo di mare, che di ritorno fu generoso con i difensori dell’Italia, restituendo i due malcapitati corpi e offrendo loro l’eterno riposo, per sempre cullati dal vento di Calabria.
Ma la passeggiata, superato il lato nord dell’isola, va cercando la sua ultima tappa nell’immersione dei sensi in queste limpide acque, dondolati dal fascino dei racconti, e si vede di nuovo la costa, quel tratto protetto e vegliato da secoli dalle due torri costiere, nell’abbraccio che, con le sue alte costruzioni, riporta i novelli pirati alla modernità.
Non cercatela sulle mappe, né sugli atlanti, ma non smettete mai di inseguirla, come in un sogno, mentre il vento vi canta due strofe d’un brano forse inadatto, eppure ossessivo: “Seconda stella a destra / questo è il cammino / e poi dritto, fino al mattino / poi la strada la trovi da te / porta all’isola che non c’è / …una terra / dove non ci son santi né eroi/ e se non ci son ladri / se non c’è mai la guerra / forse è proprio l’isola che non c’è”.
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