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Sull’antica via dei pellegrini
traffici, fede e tesori di Leuca Piccola
di Antonio Sanfrancesco
Ai tanti pellegrini che passavano di qui bastava alzare gli occhi e vedere l’immagine della Madonna dipinta sul lato della cappella per capire che erano sulla strada giusta. Il Santuario di Leuca doveva essere davvero vicino. O, forse, era proprio quello lì, che nello stile architettonico riproduceva esattamente il “vero” Santuario. Ma non c’era solo la cappella, con l’effigie della Madonna di Leuca affrescata sopra l’altare. C’era una scuderia con le mangiatoie per gli animali, la locanda per rinfrancarsi un po’ e rifocillarsi, i pozzi scavati nella roccia da cui attingere per bere. Per i viandanti, questa sosta, l’ultima del Cammino, aveva il sapore di un arrivo anticipato. Tanto da indispettire il vescovo di Alessano, alla cui diocesi apparteneva il Santuario di Leuca, deturpato dai ripetuti saccheggi dei Saraceni. Fu questo vescovo, infatti, che volendo ricostruire un tempio più sontuoso, per il quale aveva bisogno delle offerte dei pellegrini, fece ricorso in Vaticano accusando di “concorrenza sleale” la cappella di Barbarano, alla quale molti si fermavano come all’approdo finale. La Congregazione dei Riti risolse diplomaticamente il caso dando alla chiesa di Barbarano il titolo di “Santa Maria di Leuca del Belvedere” per distinguerla, così, dal Santuario de Finibus Terrae.
Ma l’appellativo, Leuca Piccola, rimase. Come il senso di bellezza e di ristoro che questo luogo infondeva a chi vi arrivava. Una bellezza dal volto feriale, semplice. Da qui, nei secoli, sono passati devoti e avventurieri, cavalieri e contadini, mercanti e briganti. Molti col desiderio di pregare la Madonna, quasi tutti con l’esigenza di rifocillarsi, fare affari e riposarsi prima di riprendere il cammino.
È a loro che pensò don Annibale Francesco Capece quando, a fine Seicento, attorno ad una cappella preesistente cominciò a costruire quest’ampia “stazione di servizio”, dotandola di tutti i comfort necessari per i pellegrini che giungevano da ogni parte. Ecco che alla chiesetta viene aggiunto il pronao neoclassico, due lapidi in pietra leccese con l’invito a pregare la Madonna, mentre l’antica finestra sopra l’ingresso della cappella veniva occupata dal leone rampante, stemma della famiglia baronale dei Capece. All’interno, dalle pareti laterali alla volta, è tutto un tripudio di affreschi, realizzati dopo il 1711, che incuria e degrado hanno reso pressoché illeggibili. La chiesa, infatti, venne utilizzata a lungo come fienile e fucina per i fabbri, mentre su molti di questi dipinti s’avventava la furia di quanti, armati di piccone, speravano di trovare l’“acchiatura”, il tesoro nascosto. “E non avevano occhi”, dice don Francesco Cazzato, rettore del Santuario, “per riconoscere il vero e unico tesoro che sta, invece, sull’altare”.
Da una scala stretta ricavata nell’intercapedine, a sinistra dell’altare, si giunge al piano superiore. Qui il vano riproduce esattamente il Santuario di Leuca, il quinto, com’era nel 1685: tre navate racchiuse in una struttura a forma di capanna.
Ma a farti capire che anche da queste parti la paura di incursioni e saccheggi era sempre in agguato, ci sono le fortificazioni, insolite per una chiesa, realizzate sulla terrazza. Feritoie, finestre sbarrate, e la scala strettissima che, spiega don Francesco, “obbligava a salire uno per volta e perciò più facile da bloccare impedendo l’accesso ai turchi”. I “turchi” erano quei musulmani che dai paesi del Mediterraneo (Libia, Algeria, Turchia...) approdavano lungo le coste salentine per depredare e saccheggiare campi e contrade.
Dall’alto, sopra il pronao, si dispiega un vasto orizzonte, il belvedere appunto, che abbraccia tutto il Capo di Leuca: dalle vore di Ruggiano al castello dei Capece di Barbarano, da Patù con la collina di Vereto alle serre di Morciano, fino alla lanterna del faro di Leuca. Abbassando lo sguardo, di fronte alla chiesa, ecco le dieci arcate sotto le quali i mercanti vendevano le loro merci; al centro, un ampio portale, sormontato da fregi floreali, introduce nel campo dove si teneva periodicamente il mercato (e dove tuttora si svolge la fiera del 1° maggio in onore della Madonna). Questa è la zona commerciale del complesso: qui si fermavano i cavalieri per ferrare gli zoccoli dei cavalli o riparare le carrozze, i pellegrini per acquistare la biada e il fieno per gli animali, i contadini per scambiarsi i prodotti.
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Sotto le arcate, il business era davvero fiorente. Fu soprattutto questo, forse, a spingere don Annibale a costruire accanto alla chiesa gli ampi sotterranei dove poter ospitare i pellegrini. “Il barone aveva compreso bene che offrire l’acqua ai viandanti e alloggiarli gratuitamente creava un indotto commerciale di tutto rispetto, richiamando a Barbarano folle numerose”, spiega don Francesco, “e questo flusso di pellegrini dava lavoro, sia pur indirettamente, ai commercianti e agli artigiani della zona”.
Ecco allora che il 1° gennaio 1688, come recita la lapide posta all’ingresso, viene inaugurato l’ampio sotterraneo, scavato interamente nel carparo e lungo circa 20 metri, rimasto miracolosamente intatto. Lungo le pareti, vi sono le cuccette dove i pellegrini poggiavano le “fasazze”, le bisacce, o si stendevano per dormire, mentre nelle piccole buche ricavate nella roccia venivano poggiate le lucerne per illuminare gli ambienti. Tre i pozzi, tutti profondi più di 15 metri, da dove era possibile attingere acqua dall’esterno e dall’interno del sotterraneo. “Mentre alla locanda bisognava pagare”, precisa don Francesco, “qui sotto l’ospitalità e l’acqua venivano offerti gratuitamente”.
Le solite esigenze di sicurezza e di difesa dal “terrorismo” turco spinsero poi don Annibale a scavare accanto al sotterraneo un lungo e stretto cunicolo da utilizzare in caso di emergenza come via di fuga. Con i tufi ricavati dagli scavi vennero costruite le rimesse per gli animali e la scuderia con la volta a botte che poggia sugli archetti a sesto acuto che coprono le 43 mangiatoie. Ambienti ampi, che sorgono tutti attorno alla chiesa, “segno che il traffico era molto intenso”, chiosa don Francesco, “come testimoniano anche i numerosi documenti e diari di viaggio dei pellegrini passati di qui”. Accanto alla scuderia, c’era l’osteria, oggi diroccata, dove gli avventori si trattenevano fino a notte inoltrata per mangiare e bere. C’era chi esagerava col vino e... anche con le parole, le quali non di rado causavano risse e litigi anche violenti. È proprio per questo motivo, infatti, che venne posta a mo’ di ammonimento la lapide con le 10 P, saggio acronimo per avvertire che “Parole Poco Pensate Portano Pena Perciò Prima Pensate Poi Parlate”.
Dalla fine dell’Ottocento in poi, la storia di Leuca Piccola annovera molti scempi. Come le due arcate abbattute a fine secolo per “fare spazio” alla strada che unisce Barbarano a Morciano di Leuca. Poi, nei decenni scorsi, l’abbattimento della terza arcata e di buona parte della locanda, fino alla “scomparsa” delle pile in pietra usate per abbeverare il bestiame. Ma dal 1988, col restauro delle strutture e il ripristino del Santuario, Leuca Piccola è tornata all’antico splendore ed è di nuovo meta di tanti fedeli.
La “rivalità” e la vicinanza al Santuario di Leuca, il più antico tempio mariano del mondo, hanno dato lustro a questo complesso che don Annibale Capece costruì e gestì con piglio manageriale. Ma oggi Leuca Piccola, affrancata dall’antica concorrenza con la ben più famosa Basilica de Finibus Terrae, dice anche dell’antica vitalità di questo lembo di Salento che, precisa don Francesco, “è diventato ‘Tacco’ a partire dall’Unità d’Italia, ignorando secoli di storia che l’hanno invece denominato ‘Capo di Leuca’. E tra Capo e Tacco c’è una bella differenza...”. Ma di queste distinzioni agli antichi pellegrini interessava poco. Per loro, la terra di Leuca e il suo Santuario erano l’ultimo avamposto prima dell’ignoto: il mare e le immense terre dell’Islam.
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