SAGRE

 

 

 

 

 

Specchia, dal buio della storia
alla luce di memoria e futuro

di Cinzia Dilauro

Una lama di ombra taglia in due piazza del Popolo ma il sonno placido dei cani preferisce l’altra metà, quella del sole ancora indulgente. Dicono che il nome di Specchia derivi da quei cumuli di pietre disposte in forma conica che i messapi usavano come torrette di avvistamento o difesa, le “specchie”, appunto. Ma se questa fu l’origine, oggi Specchia è uno dei 108 borghi più belli d’Italia, un comune al quale mancano dieci nascituri per arrivare a contare cinquemila anime e che si fregia sempre più spesso di riconoscimenti e premi per la sua virtuosa politica di sviluppo sostenibile. Se si decide di andare a vedere, a cercare di capire e conoscere meglio questa cittadina del Basso Salento, si potrebbe avere la stessa sensazione che d’estate si prova quando il nitrire delle cicale cessa all’improvviso e il silenzio diventa piombo. È domenica, verrebbe da pensare, ma la bolla di pace che racchiude piazza, vicoli e strade qui è quotidianità che qualche voce di saluto e lo scampanellio di una bicicletta rendono subito familiare. Mezzogiorno è appena passato, la facciata del palazzo Protonobilissimo-Risolo non smette di abbacinare e se ci si ostina a fotografare questa piazza cercando di rubare le sue geometrie di ombra, può succedere che un distinto signore segua l’impresa con lo sguardo. Forse, cogliendo l’attimo giusto, quello che la saggezza degli anni suggerisce, deciderà di avvicinarsi, indicandovi il proprio biglietto da visita: la sua casa.
Specchia comincia a svelare la sua indole ospitale. Rosario Scarcia, al quale le nobili origini non impedirono di sposare gli ideali del Socialismo, non esiterà ad aprire la porta della sua graziosa abitazione, dominata da un delicato pergolato di colonnine bianche dal quale si gode una vista della piazza incorniciata di gerani. Racconterà la storia della sua famiglia, gli Indino-Scarcia, il cui stemma, un tempo, campeggiava sul portone e chiarirà, risoluto, che le due nicchie vuote ai lati del portone non ospitarono mai alcun santo, anzi, piuttosto, ecco la sua storica tessera del Partito Socialista Italiano. Ma quelle nicchie una piccola storia ce l’hanno comunque; una delle scritte in latino, incise sopra e appena visibili, recita della spocchia di un antenato che decise di racchiudere la casa in una corte rosicchiando così un pezzettino di piazzetta e, alle proteste dei suoi concittadini, prontamente fece scalfire la sua risposta nella pietra: “volli, potei, era lecito e feci”.
Scaramucce del passato, niente a che vedere con l’amabilità degli specchiesi di oggi che hanno fatto del proprio centro storico un albergo diffuso, raccogliendo la sfida dei tempi nuovi nel nome di uno sviluppo davvero sostenibile fatto di recupero e valorizzazione. E così, sotto l’insegna rigorosamente in pietra leccese - qui i neon non hanno niente su cui vibrare - si ha la possibilità di soggiornare in una dimora storica d’eccellenza all’interno del palazzo Protonobilissimo-Risolo, di riposare, accarezzati da lenzuola ricamate a mano, abbandonandosi al sonno rigeneratore, tra mille pensieri da viaggiatore curioso.
Chiedendosi, per esempio, cosa pensano i busti di Desiderio e consorte, appollaiati ai lati del portone del palazzo, delle sculture moderne di Scupola che occhieggiano dalla piazza o del barbiere Donato che dal 1962 continua a fare barba, capelli e shampoo nelle stanze al pianterreno o, ancora, della dirimpettaia “Bettola” del giovane Pericle la cui famiglia, da quattro generazioni, soddisfa senza disattesa i palati degli intenditori di carne.
Immergersi nell’anima di questo paese, però, può anche passare dal soggiorno in una casetta dalle volte a stella così particolari che il funzionario del Ministero dell’Agricoltura di Malta, sollevando lo sguardo verso una insolita decorazione con la forma della croce di Malta, ne rivendicò scherzosamente il copyright. Ci si può allora affidare all’amichevole disponibilità di Maurizio Antonazzo, agente di sviluppo locale del Gal Capo Santa Maria di Leuca, che attraverso il suo lavoro si occupa da sempre della valorizzazione del patrimonio salentino. È in buona compagnia: Federica, Lara, Emiliano e Armando hanno deciso, unendo cordialità e competenza, di investire passione e futuro nella bellezza del proprio paese facendo nascere Mediterrae per gestire l’albergo diffuso e offrire visite guidate, battute di pesca o corsi come quelli che hanno frequentato Henry e David, padre e figlio, cimentatisi nell’antica arte delle massaie salentine di confezionare le orecchiette. Rapiti dal fascino del Salento, ai due americani piaceva il mangiar bene, ma non li saziava, volevano entrare nella magia di un passato che non è più ricordo, in quell’alchimia di cose genuine. “Era strano vedere due uomini con il grembiulino, entusiasti di imparare a fare le orecchiette e, ancora più strane, erano le braccia tatuate di David alle prese con questi piccoli pezzettini di pasta”, racconta Federica. Le porte si aprono e i portoni fanno altrettanto, sempre con il sole a picco, il bianco non va mai oltre il dorato della pietra leccese ma, all’improvviso, sotto gli immacolati portici di palazzo Ripa, quelli che gli specchiesi chiamano “sutta a capanna de lu Ripa”, lo sguardo abbagliato ha un sussulto, perché nel laboratorio di Gino De Giovanni è esplosa la primavera e i rossi papaveri cominciano dai vasi che ha sul tavolo ma continuano, di tela in tela, facendosi mimose, gerbere, margherite, viole, lillà e poi, grano, ulivi... E il colore continua, continua fino ai jeans appesi al soffitto ai quali questa fioritura inarrestabile ha regalato un guizzo di vita. Ma non tutte le storie di Specchia si compiacciono di questa luminosità; alcune di esse non hanno mai visto la luce del sole e dal bagliore delle case e i colori di un artista dall’aspetto sornione, si può andare alla scoperta di una città sotterranea, quella dei frantoi ipogei e della fatica di uomini appartenuti ad un’epoca che ci siamo da poco lasciati alle spalle.
Federica aprirà le porte di uno di questi gioielli dell’archeologia industriale salentina, il frantoio di via Matteotti, recuperato a beneficio della memoria, uno dei tanti che caratterizzavano l’economia di questo paese. Una moderna scala di gradini trasparenti conduce alle viscere di un mondo abitato da quei marinai che d’inverno non potevano prendere il largo. Uomini forti, in grado di resistere alle condizioni estreme che il lavoro di frantoiano imponeva.

E la quotidianità oscura di questi ambienti ci mise poco ad impregnarsi dei salsedinosi termini marinareschi, primo fra tutti: “lu nachiru”, come il nocchiero delle navi, capo indiscusso di questa ciurma sprofondata negli abissi umidi e profondi della terra. La grande macina di pietra è ancora qui, si può anche vedere il solco circolare lasciato dagli infiniti giri dell’asino che, spesso, diventava cieco e non sopravviveva alla stagione.
Non ci si fermava mai, il lavoro era ininterrotto e massacrante e oggi, in questo frantoio, anche gli utensili e gli attrezzi parlano di quel tempo e dei suoi uomini come “lu nappu” che serviva per raccogliere l’olio dai contenitori e, se la moglie del contadino che portava le olive alla molitura si era immortalata mandando un pranzetto con i fiocchi a nachiru e ciurma, poteva “pijare u susu susu”, prendere il sopra-sopra, cioè l’olio migliore, quello in superficie. Qui si lavorava, si mangiava, si dormiva, si viveva senza vedere mai giorno per mesi e mesi; la gente diceva che i frantoiani venissero fuori da quelle profondità solo l’8 dicembre per la festa dell’Immacolata. Hanno macinato e prodotto olio fino agli anni Sessanta, questi frantoi, eppure anche in quegli anni se ci si voleva fare un’idea della condizione economica di una famiglia bastava andare a guardare lo spazio assegnatole sotto la “sciarra”, ovvero il foro che dall’alto della strada serviva a versare le olive: più era ampio quello spazio, più grandi erano le terre e la quantità di ulivi in suo possesso. Lapalissiano, no?
Il progresso non scese mai la scaletta di pietra e neanche l’avvento dell’elettricità migliorò di molto le condizioni di lavoro, anzi. I più anziani a Specchia ricordano ancora di quell’operaio morto folgorato in questi antri. L’ambiente umido, i piedi scalzi e la scarsa confidenza con l’elettricità furono complici della tragedia. All’improvviso tutto finì, la macina si arrestò, l’asino non condivise più l’oscurità con l’uomo e i frantoi divennero solo un ricordo sopito sotto il passeggio indifferente delle generazioni più fortunate.
Risaliti alla superficie di questo tempo, non ce n’è altro per perdersi tra i viottoli del paese dove le facciate dei palazzi signorili hanno come dirimpettaie candide case a corte nelle cui cucine sembra si stia preparando la stessa pietanza. Di vicolo in vicolo, di corte in corte, un unico profumo, quello della domenica: carne al sugo. Oggi, lo si può tirare piano piano, ore, prima che acquisti il carattere giusto per condire la pasta fatta in casa. È ora di andare. Ma prima di lasciare queste vie - cariche di sorprese e dalle porte aperte per fare accomodare nel salotto buono gli inaspettati raggi di sole - che non passi inosservata l’insolita colonna incastonata nello spigolo del palazzo di don Realino Carbone, tra vico dell’Annunziata e via Annibale Balsamo. È la “colonna dell’immunità” che, facendo parte dell’abitazione di un religioso, come in un perfetto gioco a nascondino tra monelli di strada, solo toccandola metteva in salvo dall’arresto.
Adesso si può andare a piedi verso la parte bassa di Specchia con l’aiuto di discese, amiche del fiato corto, venire giù dalle mura che cingono il paese e, siccome questo non è un “luogo comune”, non commettere l’errore di pensare che esse furono alzate a difesa perché, in realtà, si costruirono quando il paese rischiava di crollare e si dovettero “’nfucare” le case sottostanti, ovvero riempirle di terra, restituendo così stabilità e sicurezza al borgo.
Dal basso svetta una Specchia con qualche modesto tornante che offre l’illusione dell’altura, ma basta voltarsi e le arance degli alberi che sorridono tronfi dal giardino del Convento dei Francescani Neri ricordano che questo piccolo rilievo del pianeggiante Salento è la classica eccezione alla regola. Furono proprio gli agrumi a colpire il mite San Francesco di ritorno dal suo viaggio in Egitto. Quando li vide la profezia venne da sé: “Un giorno, in questo luogo, sorgerà un convento dedicato al mio ordine”, così fu, due secoli dopo. I Francescani Neri vissero in questo splendido edificio fino al 1880, anno in cui decisero di andare via, tutti, tranne uno. Bonaventura Branca, il suo nome. Si ostinò a non voler partire, visse e morì solo e qualcuno ne scorge ancora la figura con la sua inconfondibile barba da eremita, affacciata alla finestra dalla quale si domina il paese.
Giunsero poi le suore vincenziane che accoglievano tutti i ragazzini del paese e alle cui cure, in particolare, venivano affidate le figlie degli emigranti che non potevano aggiungerle al loro fardello di stenti lontano da casa. Ma fu la paura, questa volta, a rendere ancora disabitate le stanze del convento, perché la madre superiora di origine irpina, ancora impressionata dal devastante cataclisma che in quel 1980 aveva colpito la sua terra, fu terrorizzata da una crepa apparsa sul muro e, senza esitare, prese suore, bagagli e abbandonò il convento. Tornarono vuoti questi meravigliosi ambienti dalle volte a crociera, le piccole stanzette che si affacciano sui larghissimi corridoi ma, oggi, nel convento sta per tornare la vita; si lavora per restituirgli luce e splendore in vista della nuova sede di alta formazione della fondazione Campus Studi del Mediterraneo. Qui, si studieranno le fonti di energia rinnovabile e le preziose piante officinali. Stessa degna sorte ha già assaporato l’annessa cappella di Santa Caterina dove gli altari laterali dell’unica navata sono tornati ad affascinare con il loro capriccio barocco mentre degli affreschi del ’500 si è salvato il salvabile e nella sottostante cripta-ossario, restano le belle colonnine allineate nella loro diversità di capitello e qualche scritta interrotta dall’incuria e dal tempo: “Imparate da noi, voi che camminate sopra noi. Noi eravamo come voi, ora siamo distesi sotto i vostri passi. Non ci hanno giovato i consigli né l’arte né la medicina. Ci chiamavano i Superni, ora siamo solo la...”. Non se ne legge la fine, ma questo monito appena accennato sembra sia stato comunque colto in questo paese, che ha imparato a non dimenticare, a proteggere il passato da un presente troppo veloce e a guardare lontano, verso un futuro che appartiene a tutti.