SAGRE

 

 

 

 

 
 

Nella piazza formato cartolina
la storia di un approdo a misura d’uomo
di Ilaria Marinaci

Ci sono luoghi che sono approdi. Santa Maria al Bagno, marina di Nardò, è uno di questi. Un fazzoletto di spiaggia, una piazza formato cartolina, una croce di ferro che domina dall’alto, sopra edifici dalle forme gentili e dai colori pastello.
E poi roccia. La roccia degli scogli che disegnano il litorale e, più in là, la roccia di una torre costiera che, all’epoca delle scorrerie corsare, doveva essere la più imponente. Ne restano solo Quattro Colonne, ieri avamposto di difesa, oggi tempio estivo del divertimento.
Quella di Santa Maria al Bagno è storia molto antica. Resti d’età neolitica sono stati rinvenuti negli anni Sessanta all’interno della Grotta del Fico. Cuspidi di frecce, lamelle, cocci di ceramica fanno pensare che i primissimi abitatori di questo angolo di terra fossero abili a fabbricare utensili domestici e oggetti in pietra e che cuocessero i loro cibi sul fuoco. Una civiltà molto sviluppata, quindi, che, successivamente, conobbe l’organizzazione sociale e il culto religioso dei Messapi, ai quali fece seguito la dominazione romana. Ancora oggi sono visibili le tombe risalenti a quest’epoca o, forse, già a quella precedente.
La Neretum citata da Ovidio nelle Metamorfosi è stata da molti identificata con Nardò e nella sua colonia sul mare, “Emporium Naunae”, che ospitava edifici termali, qualcuno ha ravvisato l’attuale Santa Maria al Bagno. Emporium indicava un attivo scalo marittimo. Già allora, quindi, questa piccola località era un approdo appetibile.
I Saraceni fecero più volte oggetto delle loro incursioni, soprattutto per rifornirsi alle sorgenti d’acqua dolce. A proteggere il Vicus Divae Mariae ad Balneum, a partire dal 1200, sarebbero stati i Cavalieri Teutonici che, secondo alcune fonti, potrebbero aver insediato proprio qui una casa ospedaliera deputata alla riabilitazione fisica e morale dei pellegrini reduci dalle Crociate.
Agli inizi del XVI secolo, gli attacchi di navi corsare erano diventati sempre più frequenti. Per questo, Carlo V decise di puntellare di torri di difesa le coste del Regno di Napoli. Un’importanza strategica aveva la Torre del Fiume a Santa Maria: non era, infatti, solo destinata all’avvistamento ma anche alla protezione della sorgente d’acqua dolce, sulla quale era stata eretta. Di quella imponente fortezza a base tronco-piramidale, sono sopravvissuti fino a noi solo i quattro bastioni angolari, oggi chiamati, appunto, le Quattro Colonne.
A cavallo fra Ottocento e Novecento, Santa Maria divenne un rinomato centro di villeggiatura per le famiglie benestanti ma anche per quelle meno abbienti, grazie alla costruzione di appartamenti popolari da concedere in affitto.
La vocazione ad essere un approdo è confermata sul finire della Seconda Guerra Mondiale. Gli Alleati, nel 1944, scelgono le marine di Nardò per ospitare un campo di accoglienza per i profughi dei lager nazisti e dei campi di confino italiani. Arrivarono dapprima gli slavi, poi gli ebrei, migliaia di ebrei, tutti accomunati dallo stesso sguardo triste e dalla stessa diffidenza. Solo più tardi si capì il perché e si seppe degli orrori che avevano visto quegli occhi e cementato quella diffidenza.
Come ai tempi in cui, con il suo clima temperato e le benefiche acque termali, aveva restituito nuova vita ai cavalieri reduci dalle Crociate, così Santa Maria tornò ad essere crocevia per chi, nel 1947, alla chiusura del campo, si imbarcò per andare in Terra Santa e fondare lo Stato di Israele.

Si dice che, fra coloro che qui soggiornarono, ci siano stati anche Ben Gurion, primo presidente della neonata nazione ebraica, e Golda Meir, che ne fu a lungo il primo ministro. C’è una straordinarietà in questa pagina di storia: dopo l’iniziale reticenza della gente di Santa Maria che si vide requisire dall’oggi al domani le abitazioni di villeggiatura, si creò spontaneamente una solidarietà umana fra gli italiani e gli ebrei che fece nascere amicizie e matrimoni che durano tuttora. La marina si modellò come un guanto sulle esigenze dei nuovi arrivati. Si improvvisò una sinagoga in un locale che oggi ospita un bar nella centralissima Piazza Nardò e il kibbutz venne organizzato nella masseria Mondonuovo. A testimoniare le vicende che accaddero a Santa Maria fra il 1944 e il 1947, restano tre murales dipinti da un ebreo rumeno, Zivi Miller, che nei campi di sterminio aveva perduto la moglie e la figlia, e che, proprio qui, si risposò con una ragazza del luogo. Nel primo murales, Miller traduce in immagine la sua storia personale, simile a quella di molti altri ebrei che, in processione, lasciano i lager del Centro Europa - rappresentati dal filo spinato - per arrivare nel Sud dell’Italia e, da qui, riprendere il cammino verso la stella di David, cioè la Terra Promessa. Il secondo è di ispirazione religiosa, con il candelabro a sette bracci posato su un altare sorvegliato da due sentinelle ebree. Il terzo raffigura un soldato inglese che impedisce ad una madre e ai suoi due bambini l’ingresso in Israele e riprende le denunce di un movimento clandestino di giovani sionisti, contrario agli inglesi perché ritenuti filopalestinesi.
Per salvaguardare questi murales, che si trovano in un’abitazione ormai fatiscente, è stata fondata l’Associazione Pro Murales Ebraici, presieduta da Paolo Pisacane. È stata proprio l’opera di sensibilizzazione fatta dai membri di questo sodalizio a riportare alla luce la storia del campo di accoglienza di Santa Maria, che rischiava di assumere i contorni di una leggenda. Restituendole la sua storicità con un lungo lavoro di ricerca sia di documenti sia di testimoni ancora in vita, l’Associazione ha favorito, nel 2005, il conferimento da parte dell’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, della Medaglia d’Oro al Merito Civile al Comune di Nardò, sottolineando come, in quegli anni, gli abitanti di Santa Maria abbiano dato prova “dei più elevati sentimenti di solidarietà umana ed elette virtù civiche”.
Uno dei motivi del fascino di questa marina d’inverno è che attenua ma non perde la sua vitalità. I suoi ristoranti, affacciati su un mare che conosce tutte le sfumature dell’azzurro, propongono prelibate specialità di pesce. La piazzetta, di recente ammodernata, ha restituito eleganza e suggestione a un luogo che, per la sua storia, meriterebbe attenzione non solo d’estate. Ora si attende che venga ultimato il Museo della Memoria, situato sul lungomare a pochi metri dalle Quattro Colonne. Racconterà ai turisti, ma anche ai salentini, la storia di un approdo secolare, accarezzato da un vento caldo, che riuscì a restituire il sorriso e la gioia di vivere a chi li aveva persi per colpa della follia degli uomini.