SAGRE

 

 

 

 

 

Nell’eterna e dolce primavera iapigia
cinquecento anni dopo Galateo

di Giuliana Coppola
“Il tempo cancella, come le città e le genti, così anche il ricordo di ogni cosa... Ut et urbes et populos, sic et cunctarum rerum memoriam destruit tempus”. Ipse dixit… lo ha detto proprio lui, Antonio De Ferrariis, il Galateo, medico, filosofo, geografo, umanista, amico di sovrani e letterati ed ebbe patria a Galatone… Ma il tempo non ha avuto il coraggio di cancellare del tutto, in via Galateo n. 111, a Galatone, l’inizio d’una storia che risale a più di cinque secoli fa. Resiste l’arco della porta della casa umile e rugosa che l’ha visto nascere e forse giocare da bambino. Lo ricordano le lapidi, rugose anche loro. Tu osservi e leggi e ringrazi Società Operaia che lapidi volle e senti che proprio era tuo dovere ritornare oggi, in questo mese di quest’anno che segna principio (così dicono gli storici) dell’opera che hai tra le mani, che hai portato con te; tu vuoi che il Galateo sappia che non riesci a scordarlo; e come si fa? Compie cinquecento anni il “Liber de situ Iapygiae”, lettera e saggio e libro di geografia e prima guida per le strade della Iapigia e atto d’amore per questa terra d’eterna primavera. E tu vuoi ricordarlo e festeggiare, a tuo modo; oggi quest’arco di porta è luogo ideale, ma solo per l’inizio del percorso; oggi Galateo sarà tua guida e i profumi da lui cantati saranno i tuoi da offrire, anche questi, in dono a tutti… E l’ombra s’acquieterà, sentendo ancora voce sua tra strade e vicoli del paese di “Calatana, unde mihi origo est, donde io traggo origine. Alcuni la citano col nome di Galatea, altri di Galatina, altri di Galata… chi potrà fare delle congetture sensate su eventi così oscuri? È certo che tutte le città di questa penisola ebbero origini orientali e alcune conservano il toponimo…” Hai ascoltato la sua voce? È sussurro tra foglie; continua: “Galatone si posa ai piedi del colle… qui l’aria è salubre e tiepida, i venti salutari e soavi, i campi soleggiati, un’eterna primavera con la terra coperta di fiori e profumata di erbe… produce nobile formaggio e miele non inferiore a quello dell’Imetto, e pregiato zafferano…” E tu, ora che hai ascoltato, ti guardi attorno; lasci alle tue spalle l’arco rugoso della porta, tuo luogo ideale di storia e di memoria e decidi… ti sposti nei campi perché l’eterna primavera iapigia dona colori e profumi come un tempo, come sempre. E inizi a raccogliere… e poi cerchi zafferano e miele e formaggio e vino e olio e fichi secchi e uva passa… son dolci come lo erano cinque secoli orsono, così come Galateo ti ha raccontato; li offrirai al primo che incontri; anche questo t’hanno insegnato i padri, ad essere gentile, a donare quello che è dolce da donare.Ascolta “Il tuo Galateo… discende… dai greci. Mio padre studiò le lettere greche e latine. Mio nonno e i miei avi furono sacerdoti greci, colti in letteratura greca, sacre scritture e teologia, illustri non per essersi distinti nell’uso delle armi, cioè per violenze, stragi e spoliazioni, ma per buoni costumi e santità di vita”.

Ed ora riprendi viaggio e vai a posare, accanto al suo volto, questo fascio di profumi e di colori, al suo volto nel silenzio della Villa Comunale a Lecce… sarà anche questo, oggi, luogo tuo ideale. Lungo uno dei viali, tu, i tuoi padri li incontri tutti; vieni anche tu e vedrai. Lo sai che sta per gemmare melograno a salutarti e neanche sei arrivato? Incontrerai gli sguardi dei grandi e poi, poi lui, sguardo di Antonio De Ferrariis, il Galateo; non ti sembra che t’inviti a sostare un attimo? C’è profumo anche qui, di storia, di memoria, di rose e pini e cipressi e tigli e c’è profumo di sua voce. Senti cosa ti racconta “Coelum saluberrimum est, il clima è proprio salubre… è tiepido l’inverno non troppo rigido e simile al clima di primavera, in altre terre…” E lieti e forti, laeta et fortia, sorgono gli alberi d’agrumi e nobiles sunt orti e nobili sono gli orti e se non ci fossero Francesco ed Annarita che hanno adottato con tutto il loro amore questo giardino di Villa Comunale, se non ci fossero loro ad osservarti, tu abbracceresti busto di marmo che Maccagnani creò così nobile e forte e giovane e deciso… Per il Galateo è nobile anche un orto in questa Lecce di cinquecento anni orsono, pensilis, pensile, quasi balcone fiorito sulla sua storia antica. Ipse dixit… lo ha detto il Galateo che oggi a Lecce riposa in eterno; c’è tanta luce di cielo e di sole nella villa; così tu pensi che un gocciolo d’elisir di questa luce è giusto che tu glielo porti, ai piedi dell’urna, umile anch’essa, come arco di casa a Galatone; in quest’urna umile, che devi scoprire tra gradini d’una scala, egli vive in eterno, a raccontare della sua Iapigia, al Cristo-uomo che in eterno prega, nel silenzio della chiesa del Rosario d’Aymo; raggiungi quasi di corsa la chiesa, in via Libertini, ché non si spenga fiammella di luce; il sole te l’ha versata nel concavo delle mani ed è felice Bodini perché tu ripeti, ai piedi d’un’urna la preghiera laica che lui, da poeta, t’ha insegnato, che permette al sole di trasferirsi sulla terra, e a te, ogni volta che lo desideri, di regalarlo perché sia vinta tenebra di silenzio. “Mastro Sole, / stamane ho l’anima sudicia d’ombra; / vorreste, / Di grazia / versarmi / nel concavo delle mani / protese / un gocciolo / solo / del vostro Elisire di Luce?”