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GIORNATA
FAI DI PRIMAVERA
Tra i gioielli di Acaya e Roca
negli scrigni della memoria
di Loredana De Vitis
Cosa... fai il 20 e 21 marzo? Non cè scusa
che regga: la giornata Fai di primavera, questanno,
svela in due giorni due gioielli di incredibile fascino,
normalmente inaccessibili al pubblico. Larea archeologica
di Roca Vecchia e il Castello di Acaya (ancora in fase
di restauro) saranno infatti tenuti aperti (e attentamente
custoditi) dai soci del Fondo per lambiente italiano,
con il supporto di alcuni studenti universitari del
dipartimento di Archeologia e dei ragazzi del Liceo
scientifico De Giorgi, trasformati per loccasione
in provette guide turistiche.Liniziativa, promossa
in collaborazione con lUniversità, la Provincia
di Lecce, i Comuni interessati (Melendugno e Vernole)
e alcuni sponsor tecnici, sarà unoccasione
per diffondere le dieci proposte che il Fai ha presentato
a Roma in gennaio durante il suo primo congresso nazionale.
Tra i punti, il riconoscimento del valore delleredità
culturale e lopposizione alla tirannia
del presente smemorato, la difesa dellidentità
e lintegrazione del passato con il presente
per il futuro, ma anche limportanza delleducazione
al gusto, allarmonia e al riconoscimento della
bellezza attraverso lesperienza diretta.
ROCA
VECCHIA
Segreti e misteri di un borgo scomparso

Unaraba fenice, una presenza millenaria apparsa
e scomparsa in periodi diversi che oggi è uno
dei siti archeologici più importanti del Mediterraneo.
Larea di Roca Vecchia fu frequentata intensamente
durante letà del Bronzo, intorno al 1600
avanti Cristo, quando il mare aveva un livello inferiore
e lambiva una costa molto più estesa verso est,
quando nella depressione dei Tamari si estendeva un
lago, quando la foresta copriva per chilometri lentroterra.
In questo scenario, Roca Vecchia fu luogo residenziale
e culturale strettamente legato alla vicina Grotta della
Poesia, dove è conservato uno dei più
corposi corredi di epigrafi ed iscrizioni antiche di
tutto il Mediterraneo, testimonianze dirette della lingua
e della religione del Salento.
Questarea protostorica scomparve forse a causa
di un assedio e un incendio nel periodo classico. Dopo
lepoca ellenistica, punteggiata da brevi frequentazioni,
rinacque una vera e propria città, tra la fine
del Duecento e gli inizi del Trecento, in pieno Medioevo,
nel periodo angioino. Con la presa dei Turchi, nel 1480,
Alfonso II dAragona volle fortificarla nuovamente,
salvo essere ancora una volta distrutta per decreto
del governatore di Terra dOtranto nella seconda
metà del Cinquecento. Da allora e fino allinizio
del Novecento larea, proprietà demaniale,
fu usata come terreno agricolo.
Insomma, una storia di continui colpi di scena che,
non a caso, ha dato vita a racconti fantastici intorno
alla presenza della regina Isabella dAragona e
alla presa dei Turchi: sino agli anni Sessanta, veniva
addirittura portata in scena la Tragedia di Roca,
come testimonia anche un documentario Rai di quegli
anni. Oggi la città medievale venuta alla luce
si presenta con una maglia ortogonale, dai moduli di
circa 22 metri per lato; lungo le strade, rettilinee
e regolari, si aprono dei pozzetti coperti con lastre
di calcare un tempo usati per conservare le derrate
alimentari, secondo luso del tempo.
Ma nonostante limportanza internazionale per la
storia dellarcheologia e dellurbanistica
(continuano, infatti, gli scavi e le ricerche dellUniversità)
e il fascino emanato da queste pietre parlanti, larea
archeologica di Roca Vecchia è quasi del tutto
sconosciuta dai salentini. Le giornate del Fai, quindi,
non si possono perdere davvero. Data la difficoltà
di gestione dellarea, le guide saranno a disposizione
dei visitatori sabato 20 e domenica 21 soltanto dalle
9.30 alle 15.30. Roca Vecchia si può raggiungere
percorrendo la litoranea San Cataldo-Otranto, fermandosi
a Roca (tra San Foca e Torre dellOrso).
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ACAYA
Nella città ideale
di Gian Giacomo |
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Quando, nel Rinascimento, gli utopisti pensavano alla
città ideale, pensavano a una città
che, nel Salento, è diventata realtà.
Il borgo fortificato di Acaya, voluto dal feudatario
e noto architetto Gian Giacomo dellAcaya nel
Cinquecento, è stato infatti edificato a metà
strada tra Lecce e Otranto proprio seguendo i canoni
delle città ideali descritti nei
trattati di architettura del tempo, città a
misura duomo tra le quali Acaya è
antesignana perché costruita molto prima dei
centri tardo-rinascimentali come Sabbioneta e Terra
del Sole. Una
cittadella-fortezza la cui struttura urbana presenta
un rigido tracciato ortogonale, proprio come dettavano
quei canoni, come fu pensata Sforzinda, la città
ideale del Filarete mai realizzata.
Ma è il Castello di Acaya, depoca aragonese
e situato in uno degli angoli del quadrilatero del
borgo, che presenta gli aspetti storici, artistici
e architettonici di maggior valore. La sua forma trapezoidale,
le torri circolari e i fregi presenti al loro interno,
le proporzioni e la forma artistica dei beccatelli
fanno datare il Castello quasi sicuramente a unepoca
compresa tra la fine del Quattrocento e gli inizi
del Cinquecento, quando ad opera di Alfonso dellAcaya,
padre del più famoso Gian Giacomo, lantico
centro di Segine fu riprogettato e ribattezzato proprio
col nome di Acaya. Cannoniere, feritoie e merli fanno
quasi rivivere le antiche manovre di difesa che oggi
si riescono a vedere solo nelle ricostruzioni storiche
e cinematografiche. Il torrione lanceolato è
invece unopera di ammodernamento
voluta da Gian Giacomo dellAcaya: costruito
sicuramente sul luogo di una torre circolare precedente,
conserva, sulla sommità della chiave di volta
del salone principale un pregevole affresco raffigurante
lo stemma dei re spagnoli.
Ma
il Castello non fu semplicemente una fortezza, ma
anche una dimora cortigiana sobria ed elegante oltreché
funzionale: basti pensare alla condotta per il riscaldamento
delle acque (simile a quella progettata da Francesco
di Giorgio per la residenza urbinate dei Montefeltro)
e ai silos per la raccolta delle derrate alimentari
situati allinterno del cortile del castello.
Per decenni in stato di totale abbandono, il Castello
di Acaya è in fase di restauro a cura della
Soprintendenza e a spese della rovincia, che ne è
ora proprietaria e che vuole farne un centro propulsore
per il turismo di tutto il comprensorio. Il Fai lo
apre al pubblico sabato 20 e domenica 21 marzo dalle
10 alle 13.30 e dalle 16 alle 19.
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