Da vicolo a vicolo
tra profumi di pane e di libertà

di Giuliana Coppola



Il sapore del pane... se tu ne osservi la scorza, fili di cenere la percorrono... il comignolo, uno dei tanti su tetti di tegole e canne, ti indicherà la strada perché è buono e caldo il profumo del pane a Nardò, profumo di libertà - un giorno qui dove tu andrai, seguendo filo di fumo di comignolo, qui due pezzi di pane infilzati su una spada, iniziarono rivolta -; profumo di casa e di silenzi, ma di chiacchierio anche, negli angoli, lì dove t’osserveranno sguardi di anziani, ognuno accanto alla sua storia, alla sua chiesa, al suo bar e al suo circolo, o all’ombra della Madonna Immacolata in piazza Salandra che un giorno era Piazza delle Legne e un giorno ancora Piazza Municipio.
Sapore di pane e poi sapore d’un limone; se tu ne osservi la scorza, fili d’oro, del colore del grano, la percorrono... limone dalla scorza di pane, ti diranno; che un giorno si grattava sui muri e se il giallo scompariva come sole al tramonto, ti riempiva lo stomaco il pane del limone che oggi porti con te, oggi che te l’ha offerto Luigi, guida saggia che ha solo sei anni ma lo fa risuonare con forza il tamburello; lui te la racconta la storia d’un albero cresciuto grande e forte e libero in un ortale, a proteggere forno antico. Ti dice Luigi che l’albero ha accolto sul suo tronco di limone, un arancio e un mandarino, anche; si intrecciano i rami, si mescolano gli odori dei frutti diversi, sfiorano tegole e comignoli. E così capisci perché sa di pane il limone e sa di limone il pane e perché profumi di terra rossa la tua giornata.
Se sceglierai di perderti ancora in questo luogo della tua terra, luogo che ha nome Nardò, aspetta che ci sia il sole ad illuminare le vene del carparo dei monumenti, degli angeli, delle volte e degli angeli ancora, degli archi, delle colonne, dei fregi d’un barocco tenero che non ti pesa sull’animo. Luigi davanti e tu dietro, a sentire d’un vicolo che porta ad un arco, ad una casa... Cammini piano su basoli; ogni basolo una ferita profonda; le ritrovi le ferite impresse sul carparo che ha visto trascorrere vicende di secoli... che c’erano una volta i fratelli Gaballone, oggi nome d’un vicolo di centro storico a Nardò; forti e tenaci come il pane che brucia oggi ancora in forni di pietra, che infiammò gli animi ieri, infilzato su spada.
Se guardi l’arco di carparo - si attutiscono d’un tratto le voci - tu senti che è fatto di pietra diversa; non la scalfisce il tempo, memoria rappresa nel sorriso impenetrabile di volti scolpiti chissà quando, chissà da chi; loro lo hanno visto il sangue in quel giorno dell’anno del Signore in cui morirono pregando i fratelli Gaballone e venne giù pioggia fitta fitta a lavare sangue innocente. E fu leggenda... che qui a Nardò, dove hai scelto per guida gli occhi di un bimbo, qui anche Francesco d’Assisi venne e donò a una fanciulla una rosa e fu leggenda..., lungo i vicoli, sorriso e sapore di lacrima s’intrecciano e convivono e si smarriscono e si ritrovano.

La ritrovi una lacrima, mentre ti sorride in mano il limone, sul volto di un angelo ai piedi dell’Addolorata, nella cattedrale che t’accoglie col suo silenzio d’un giorno qualunque; sorpresa d’una lacrima umana sul volto divino d’un angelo; sorpresa d’un Dio-padre che regge la croce al Dio-figlio; sorpresa d’un profumo di cedro di Libano per un Cristo impenetrabile, enigmatico, lieve come lieve è la corona di spine. E non fai in tempo a provare emozione, che subito fuori, lì dove t’aspetta il sole, lo ritrovi il sorriso in via Campanile, dalle case basse come in un paese di fate... che c’era una volta anche via San Bartolomeo, e c’era donna Checca Trecca, e c’era suo fratello Trifone e i suoi gatti e le sue gatte, e donna Checca venerava il santo nella cappella della sua casa e regalava angoli di strada a chi le dava una mano, ed erano bellissimi i basoli e profumavano di pane e di ceci i comignoli. C’era una volta; oggi c’è l’Assunta che te la racconta la storia d’un vicolo che ha perso il suo nome; rimane la campana su una chiesetta che non prega più; lo pensi mentre ti perdi ancora da vicolo a vicolo, da chiesa a chiesa e poi lo vedi d’un tratto - t’appare sospeso - l’angelo su uno degli archi dolcissimi che s’aprono e si chiudono a Nardò, che incorniciano piazza Salandra, che appaiono quando meno te l’aspetti in ogni angolo a raccontarti storie, come quella, ad esempio, di un vento di scirocco che portò su terra neretina i monaci basiliani; e di un conte, Simone Gentile ucciso nella Piazza de Nerito; e d’un toro che aveva sete e scavò sino a trovare l’acqua; e di armate turche che assalirono e distrussero; e poi ci fu anche terremoto ma intanto si costruivano chiese e porte; e quando la chiese e le porte cadevano si ricostruivano ancora per poter ritornare a pregare e a difendersi; che Gioacchino Murat giunse a Nardò, un 13 aprile mentre erano in fiore limoni, aranci e mandarini, e lo accolse sorridente il Cristo di cedro, buon cugino; e d’un bimbo con gli occhi pieni di terrore che scalzo seguì piangendo il suo papà, portato via tra fucili di gendarmi, c’era la neve in un notte di tempesta... perse la parola il bimbo, rimase muto per tutta la vita; oggi è pagina di storia.
Se scegli di andare a raccogliere storie, non dimenticare l’albero di Luigi e poi scopri l’angolo di terra rossa che appartiene a Massimo e a Luana; e poi osserva la macchia di colore senza cornice che appartiene a Gianfranco e poi prendi con te il pane dalla scorza di cenere e poi porta con te le stelline di Sonia al caffè Teatro e un libro che parla di Nardò... Le storie, le leggende, le fiabe si raccolgono per strada, poi le ritrovi pagina dopo pagina, anche quelle di una lotta di contadini... riscoprile basolo su basolo... Un tocco di tamburello, un rintocco d’orologio dal sedile, un tocco di campana...; ti seguono mentre t’avvii all’Osanna... tempo di lavoro e di preghiera, lì dove una volta c’era anche porta San Paolo.