Salento live...

MELA D’ORO - BAND AID
I sogni nel cassetto e i ritmi
della musica che cambia il mondo

Erano gli anni ‘70 in una città di provincia, dove l’unica musica era quella che si ascoltava nelle prime radio libere e in alcuni programmi d’avanguardia della Rai e i giovani trascorrevano le serate in Piazza Mazzini. O si andava a mangiare i pezzetti all’osteria, da Egidio o da Toto. E loro, i ragazzi di quegli anni, avevano ideali forti e tanti sogni nel cassetto. Valori in cui credere ed idee da portare avanti in prima persona, senza delegare. Così i sogni ben presto diventarono disegni ben impressi nella mente, affinché le cose si mettessero per il verso giusto. Non utopie, ma progetti. A cui dar voce giorno per giorno con l’entusiasmo proprio di chi si affaccia alla vita e si sente invincibile.
Toni, Raffaele e Pasquale avevano sedici anni in quei giorni del 74, quando decisero di formare il loro gruppo musicale. Così nacque “La Mela d’oro”, una delle band che fece storia nella Lecce di quegli anni. Il nucleo originario era composto da Toni Robertini, sax e flauto, Raffaele Camardella, chitarra, e Pasquale Binetti al basso, ai quali si unirono Felice De Donno, chitarra, e Sandro Mancino, batteria. A Raffaele subentrarono alla chitarra prima Mimmo Fazio, e infine Mino Toriano.
Il gruppo assunse una caratterizzazione definitiva quando si formò una vera a propria robusta sezione fiati con Roberto Gagliardi al sax e Francesco Nemola alla tromba. Quello che poi sarebbe diventato il Frank Nemola che ora suona con Ricky Portera e con Vasco Rossi (e che lo accompagnerà anche nel concerto leccese del 22 giugno). Eh già, perché ad un certo punto c’è chi decide che la musica sia tutta la vita e va avanti. Chi, invece, continuerà a portare dentro di sé i giorni da musicista, in quegli anni che sono lontani nel tempo e sempre vivi nel cuore. E, come accade nell’ultimo, gradevolissimo film di Pupi Avati, “Ma quando arrivano le ragazze”, se avrà un figlio magari lo esorterà ad avvicinarsi alla musica.
L’ambiente dei giovani musicisti era comunque abbastanza movimentato e nella Mela d’oro ritroviamo in certi periodi anche Vito Cianfano, percussioni, Cesare De Fiore, tastiere, e una persona di grande rilievo: lo scomparso Emanuele De Rosa, batterista. “Gli anni ‘70 furono un momento interessante per la vita di Lecce: il percorso evolutivo che attraversava l’Italia ed il mondo arrivava inevitabilmente fino a noi determinando il sorgere di fermenti culturali giovanili di grande spessore”, spiega Giacomo Toriano, storico chitarrista della Mela d’Oro e dei BandAid, oggi docente di Regia presso l’Accademia di Belle Arti di Lecce e collaboratore della cattedra di Metodologia Tecnica della Ricerca Sociale dell’Università di Lecce.
“Nel 1977 c’era Radio Lecce Giovane, la prima radio libera, che ci dava la possibilità di trasmettere musica alternativa”, ricorda Giacomo: “Iniziavano a diffondersi le riviste specializzate, che portavano fino a noi i miti internazionali: dal ‘74 al ‘76 c’è stata addirittura una fanzine ciclostilata da studenti del Liceo Palmieri, gli stessi che animavano la scena musicale. Ascoltavamo i Genesis, i King Crimson, i Pink Floyd, la Pfm, che tenne un concerto memorabile presso il Teatro Apollo. Fu proprio quel concerto che fece venir voglia a molti ragazzi della mia età di suonare. E così cominciammo a fare la “nostra” musica. Non esisteva una proiezione professionale: oggi si suona nei pub due o tre volte alla settimana, mentre noi ci esibivamo alle Feste dell’Unità o nelle occasioni autogestite, come all’Ateneo, all’Antoniano, a San Giovanni Vianney. Noi della Mela d’Oro ci siamo distinti perché non eravamo una cover band, anzi, avevamo un ampio repertorio di musiche originali, con una propensione verso l’avanguardia. Nel ‘76 siamo stati i primi a rielaborare la musica popolare salentina legandola alla musica progressiva, usando il termine “jazz mediterraneo”. Vennero fuori brani come “Nuove Strade” , “Case bianche” o “Statale 16” che furono apprezzati da critici e musicisti importanti all’Expo Arte 77 di Bari, tanto che il giorno dopo ci portarono alla Rai per un programma radio sulle nuove tendenze”, spiega Giacomo Toriano, che ricorda: “Eravamo musicisti autodidatti e facevamo musica strumentale. Il Conservatorio allora era totalmente chiuso a tutto quello che non fosse musica classica. Nel ‘78 avvenne la fusione tra la Mela d’Oro ed il Teatro dei Burattini di Luigi Lezzi e Stefania Miscuglio, per arrivare alla storica esperienza del Teatro Infantile di Lecce, che ebbe un notevole riscontro, partecipando a importanti manifestazioni nazionali e internazionali. Era un teatro “infantile” nel senso che l’infanzia è un modo di essere e di pensare il mondo, più che un’età anagrafica, e lo esprimevamo con le pantomime e il jazz fusi insieme”, ricorda Giacomo Toriano.
A un certo punto il Teatro Infantile si sciolse e dalla vecchia Mela d’Oro nacquero i BandAid, con Paolo Cesano alla batteria. Ormai era necessario un salto di qualità e Toni, Mino, Roberto e Francesco andarono a Bologna: erano gli anni ‘80 e nella grande città emiliana i fermenti musicali erano incredibilmente stimolanti. I BandAid divennero famosi in tutta Italia, incisero due Lp (“No Autostop” e “Due”) e un Ep, “A Tour in Italy”, che ebbe anche successo commerciale. Nel 1993 è uscito “Live Tree” un cd live con molti brani inediti.
“I progetti musicali erano approfonditi specialmente nei discorsi fra Toni e me, che siamo stati un po’ i leader del gruppo, ma fin dall’inizio il trascinatore di tutto questo percorso artistico è stato lui, Toni Robertini, una persona davvero straordinaria, di grande cultura e forte progettualità, impegnato dal punto di vista politico e culturale, era un vero e proprio punto di riferimento per molti. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto, la città ha perso una delle menti migliori. Ci resta il grande patrimonio culturale di quegli anni, insieme con i segni tangibili che quella cultura e quelle esperienze non sono passate invano, nonostante i risvolti oscuri che hanno attraversato la nostra generazione: l’eroina, gli “anni di piombo”. A volte penso che, proprio come nell’antico teatro greco, quelle tragedie hanno fornito a chi ha potuto, o ha saputo farlo, gli elementi di una catarsi, per “attraversare il bosco” e conservare i propri ideali”, conclude Giacomo Toriano.
Cosa è stato chiaro, alla fine? Che il sogno è dentro ognuno di noi. Sempre. E resta vivo negli occhi di chi ci crede ancora. La speranza è che ora, nel 2005, oltre alla Play Station 2, ci siano sogni nel cassetto per i sedicenni di oggi. Non da nascondere, ma da vivere.

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