La danza a "lu ruteddhu" nel paese della terracotta
di Giuliana Coppola

Corre voce che l’angelo del buon Dio si fermi di tanto in tanto dietro le spalle dei vasai di Lucugnano, frazione di Tricase. Così, per nostalgia, visto che una volta, nell’infinito, è accaduto che fu plasmata l’argilla e nientemeno fu creato l’uomo. Corre voce che ci sia spesso l’angelo nella bottega che s’incontra sulla statale 275, ad un passo dal paese, lì dove il tornio esiste da sempre ad aiutare le mani dell’uomo che plasmano ancora l’argilla e le danno, se non proprio l’anima, la forma, dapprima grigia del profondo della terra che la ospita, dei colori del Salento poi, quando si decide di imprimerli sulla forma che dovrà andare per il mondo.
La statale 275 si prende da Maglie, giunge sino a Leuca; corre tra paesi per 25 chilometri, prima di giungere al paese della terracotta, di papa Galeazzo, del barone Comi. La bottega è là, sulla destra per chi va verso Leuca e non è ancora arrivato al quadrivio che gli permetterà di scegliere direzioni diverse; si intravede tra gli ulivi, perché Lucugnano è anche paese degli ulivi. Se si vuole trovare Donato Ferrari, bisogna essere sul posto dalle 8 alle 12, dalle 14 alle 17 e lui racconterà la storia della signora Maria, sua maestra delle elementari, che, subito dopo gli esami di quinta - e si era nel 1949- gli aveva detto: “Continua a studiare, Donato, ché tu sei bravo”. Ma Donato Ferrari aveva un altro maestro, “mesciu Ciccio”, che l’attendeva nell’antica bottega centenaria di via 11 febbraio, presso la chiesa della Madonna Addolorata a Lucugnano.

BOTTEGHE  

Cartapesta e design d'avanguardia
Così Franca conquista New York

di Franco Farina

Se vi piace il design inconsueto e amate gli oggetti che hanno una storia da raccontare, Francesca Carallo potrebbe essere una tappa interessante per il vostro shopping: nelle sue mani la cartapesta diventa design d’avanguardia, pur seguendo i processi artigianali tradizionali di un materiale che fino a ieri era quasi esclusivamente riservato alla statuaria sacra. Francesca è nata ad Aradeo, a due passi da Galatina, ma vive a Lecce e dal suo laboratorio, al numero 1 di Vico dei Pensini, le sue creazioni prendono il volo per Tokio, Londra, New York.


Potreste facilmente imbattervi nelle sue inconfondibili lampade di cartapesta intrecciata dai colori sorprendenti, nei suoi arazzi e negli altri oggetti che produce, dando un’occhiata alle vetrine dei più prestigiosi spazi d’arredamento di Roma e Milano. Boffi e Cassina, tanto per fare solo due nomi prestigiosi, espongono regolarmente i suoi lavori. Issay Miyake, lo stilista giapponese che ha conquistato Parigi, ha scelto gli oggetti, le lampade e i complementi d’arredo di Francesca per ambientare il suo showroom londinese.
La maggior parte dei prodotti di Francesca Carallo è destinata all’esportazione ma è possibile prenotare qualche pezzo ed acquistarlo direttamente nel laboratorio leccese con attese variabili, che dipendono per lo più dai diversi tempi di preparazione degli oggetti che sono ottenuti con processi artigianali di ricerca molto innovativi e che diventano pezzi unici dal momento che l’autrice ne cura direttamente la preparazione e l’assemblamento.
Nel suo caso, il confine tra artigianato e arte vera e propria appare sfumato, impercettibile. Anche se il punto di partenza sono materie prime povere, il risultato finale è sorprendentemente raffinato e molto sofisticato, pur nella linearità e pulizia del design che sembra quasi contraddire le tradizioni barocche.
Di lei si è accorta subito la stampa specializzata, le riviste più famose d’arredamento e design le dedicano servizi eloquenti.
Molto richiesti sono gli oggetti da illuminazione di Francesca Carallo: quasi tutti realizzati con una particolare lavorazione ad intreccio della cartapesta che rende questo materiale (che caratterizza tutta la sua produzione) spesso irriconoscibile nella sua trasformazione finale e produce dei suggestivi effetti di luce. Ma sono decisamente affascinanti anche gli altri complementi d’arredo: contenitori, arazzi, ecc.
Il laboratorio di Francesca Carallo è il luogo in cui vengono prodotte le sue creazioni, pertanto è consigliabile prenotare una visita per telefono (il numero del laboratorio è 0832/241170) ed essere certi di essere accolti nei momenti in cui l’attività consente di mettere a disposizione tutta la cortesia e la disponibilità di Francesca.


Gli insegnava il mestiere; prese la pagella Donato e ritornò all’argilla perché lui sapeva che quello sarebbe stato il suo futuro: dare forma ad ogni pane di creta che allora si estraeva sotto gli alberi d’ulivo, e la trovavi a due metri di profondità dove si trova anche oggi, ma costa troppo estrarla dal ventre della terra così grezza e ruvida e portarla in bottega e setacciarla prima e poi pestarla con le “maiocche” di legno di fico per raffinarla e renderla sottile; la sottile si teneva pronta, il grosso nell’acqua dei “cofani” si scioglieva piano mentre si cristallizzava in superficie...
Racconta Donato Ferrari che l’acqua pulita di superficie si usava tipo collirio per curare gli occhi malati e s’andava in processione a richiederla mentre i piedi degli uomini, piedi nudi anche d’inverno, lavoravano forte e a lungo la pasta argillosa e poi si formavano i pani, tanti e di misura diversa a seconda dell’oggetto che sarebbe stato creato. Ora viene da lontano l’argilla già selezionata, ma mani e piedi continuano a lavorarla come da sempre, come hanno tramandato i padri e continua la danza: perché è una danza veloce, quella di mani e piedi in sincronia accanto al tornio; fanno girare “lu ruteddhu” i piedi, mentre le mani sempre bagnate modellano l’argilla che si plasma senza imporre resistenza; docile diventa un vaso o un “umbile” o una “capasa” o una delle ottocento forme diverse che Donato crea.
Migliaia di forme diverse che una dopo l’altra passeranno dal “ruteddhu” a seccare piano all’ombra, per una settimana, prima di passare al sole che darà loro tutta la forza per affrontare poi senza spaccarsi il calore del forno. Come hanno tramandato i padri: da mesciu Ciccio a Donato, da maestro a discepolo, da Donato ai suoi figli, Massimo, Giuseppina e Dario....dalla bottega della statale 275, tra gli ulivi prima di arrivare al quadrivio.