Coccole di cioccolato, latte e nocciola
ed ecco Mafalda, la regina dei gelati
di Marina Greco

Una candida carta si srotola: una Mafalda s’adagia sul piattino da caffè. Tra le dita un cucchiaino d’acciaiosa lega smania per affondare la sua curva capienza in una mezza ruota di piacere. Incalza la suadente nocciola, s’abbraccia alle coccole del cioccolato, passa per la freschezza d’una cassata tutta latte, gocce di cacao e minuzzoli di “cupeta” ed ecco che, con schegge di mandorle tostate a far da cornice, incontra i sensi: è tripudio.
Può il refrigerio di una Mafalda scaldare un freddo pomeriggio d’inverno? Ebbene sì, può. Miracolo di bontà o maestria di una sapiente tradizione pasticcera, la Mafalda, marchio registrato, è di casa esclusivamente a Galatina da quando, nel 1955, Antonio Matteo non si lambiccò più di tanto ma, dolcemente ispirato, incanalò in un tronchetto un incontro di gelato alle creme. E fu subito successo che anno dopo anno, gli valse innumerevoli riconoscimenti, non ultimo, l’entrata trionfale nei Pat (Prodotti Agroalimentari Tradizionali), cioè le tipicità territoriali tutelate dal ministero delle Politiche agricole e dalla Comunità Europea. La Gazzetta Ufficiale ne riporta la registrazione in data 5 giugno 2009, gli albi della memoria a Galatina ne ricordano l’esordio, e da 55 anni, la portano a suggellar le tavole di ogni dì di festa, estate o inverno che sia, a Natale come a Pasqua, a Ferragosto come alla festa patronale in onore dei santi Pietro e Paolo.
Un boccone dopo l’altro, è l’Archimede dei maestri gelatai salentini a raccontare la storia, sua e della Mafalda, Antonio Matteo, classe 1921, una vita dedicata al lavoro e alla sua più grande passione: i dolci. Lo trovi in giacca blu e cravatta coordinata, con le spille dei più alti onori ben appuntate sul petto, seduto a un tavolino del Matteo Café di via Liguria 2, a Galatina. Il bar è di Barbara, la nipote che ne ha ereditato l’arte e i segreti, due vite che si sono prese per mano nel 2001, era il giorno di Santa Lucia, e si sono sostenute l’un l’altra in un incontro di dolcezza che è molto più di un’attività artigianale votata ai piaceri del palato. Ha alle spalle solo una parte della sua preziosa collezione di bottiglie rare, il signor Antonio Matteo, e il curriculum alla mano con un biglietto da visita, su cui si legge “Cav. di Malta, Cav. della Repubblica Italiana, Commendatore”… Ma in questo luogo familiare lui è semplicemente “nonno Uccio”, occhi vispi dal color che dal verde volge al miele, una stretta di mano delicata e affettuosa come una carezza, sorriso contagioso e allegria semplice, che dal timido passa, in pochi secondi, all’eloquente.
Ha iniziato a fare il pasticcere nel 1934, e da allora ha fatto sempre dolci, anche quando fu chiamato al fronte per la Seconda guerra mondiale, nel 1940. I suoi cinque anni in servizio li passò “imboscato” in cucina. “Io non ero un cuoco, però me la cavavo”, ricorda il signor Matteo, “una volta doveva venire un ufficiale importante, e allora il superiore mi disse Matteo, fammi fare bella figura, e io presi le fragole e preparai una granita. Buonissima”. È probabilmente questo l’unico ricordo “dolce” della guerra, che si chiuse per lui con la prigionia nei campi della Germania.
“Io ho sempre inventato dolci”, ricorda come se fosse ieri, “il primo lo chiamai Santa Fè”. Correva l’anno 1954, e un amico lo aveva convinto a raggiungerlo oltreoceano, nelle Americhe di Caracas, in Venezuela: “Ci misi il cocco, la cremolata e una cassata inventata da me”. Ma l’America non era come lui l’aveva sognata… “C’erano i serpenti a sonagli, lunghi dodici metri, e poi non guadagnavo molto, ma”, sorride e allarga le braccia, “almeno ho visto l’America”. Così, otto mesi dopo, “Uccio” prese le sue cose e se ne tornò al paese, in quest’angolo d’Italia che non aveva ancora conosciuto Ernesto de Martino, quando a Galatina si veniva alla festa patronale da ogni angolo del Salento per bere l’acqua del salvifico pozzo.
Era il 1955, curiosa coincidenza di 55 anni fa, quando Antonio Matteo inventava accostamenti di gusti e cremosità: un letto di cioccolata, copertura di nocciola, ripieno di cassata “alla Matteo”, ben lontana dalla tradizione siciliana di morbida ricotta e canditi, ma fior di panna fresco e impreziosito da gocciole di cioccolato, dorato croccante e, segreto da non svelare mai, stille inebrianti d’essenza liquorosa. Il tronchetto di gelato duro l’avrebbe poi ricoperto di mandorle tostate, private della buccia e, a fette spesse due centimetri, confezionato in carta.
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Che nome dare al capolavoro dei gelati? A quei tempi “Uccio” al lavoro ci andava a piedi: “Percorrevo sempre due strade, ancora esistono, proprio qui vicino. La prima era dedicata alla principessa Jolanda, l’altra alla principessa Mafalda. E Mafalda mi suonò proprio bene. Un grande successo”. Fu dunque la sorte a voler che fosse una “principessa” a dare il nome alla “regina” dei gelati salentini: insomma, una questione di dinastie.
Qualche anno dopo, nel ’66, da un sublime incontro tra caffè, la cremolata che da una punta di cannella trae la sua superba bontà, e l’ormai celebre cassata “alla Matteo”, nacque l’Elisa. Quando poi s’andò a registrarne il marchio, come per la Mafalda, per evitare mistificazioni e plagi, sempre in agguato nei laboratori in cui la fantasia non ha trovato posto, si scoprì che un’Elisa esisteva già in quel di Trieste, e così s’andò a battezzo con l’Elisé.
Onore ai nomi femminili, insomma. “Se ci fosse un referendum per dare il potere alle donne, io subito andrei a votare a favore”, afferma con serietà, mentre un cliente, più incuriosito dai racconti che dal giornale sportivo sfogliato distrattamente finora, gli si siede proprio a fianco.
Di dolci poi, ne ha inventati davvero tanti, come quel vasto e diversificato assortimento di mignon in bella mostra nella vetrina. E ancora, ricorda, “nel 1979 andammo a Bari per un concorso di quattro giorni: ogni giorno ho vinto un premio, e i giurati, nomi famosi in tutto il mondo, mi chiesero la ricetta della crostata con confettura di pomodori romani e pinoli”, sorride, in memoria di quelle emozioni. L’ultimo giorno del concorso, il 4 ottobre, vinse il premio più ambito con una torta “monumentale” che riproduceva proprio un monumento di Galatina, il San Francesco sull’universo, un’opera d’arte nata da 36 ore di lavoro ininterrotto che lasciò tutti a bocca aperta (e piena): pan di Spagna, faldacchiera e croccantino, rum della Giamaica e pasta di mandorle, ma soprattutto, era una torta che portava con sé un messaggio di pace.
Una sorta di arte innata, insomma, che negli anni gli è valsa una notevole collezione di premi, targhe, onorificenze e incontri con personaggi importanti, una carrellata di strette di mano e complimenti, a cui, tiene a sottolineare, “segue foto, perché tutti possono dire di aver conosciuto qualcuno. Io ho le prove…”. Ha preso per la gola papa Giovanni Paolo II a cui ogni anno mandava un agnellino di pasta di mandorla, e quelli che furono poi presidenti della Repubblica, Francesco Cossiga e Oscar Luigi Scalfaro. Fu invece lui ad esser preso per un braccio, quella volta al Duomo di Milano, quando lo nominarono commendatore: “Sentii che mi poggiavano la mano sulla spalla, era il re di Spagna Juan Carlos che mi fece da padrino e mi accompagnò fino all’altare”.
Barbara è megafono alle domande che talvolta non giungono all’orecchio provato dalla guerra e dagli anni, è “il testimone” di tanta esperienza, passaggio di ricchezze d’animo e di una vicenda che è semplicemente vita. Ha appreso l’arte di fare gelato con gli occhi, Barbara, come i veri maestri artigiani che vanno a bottega, e prepara le celebri Mafalde, gli spumoni e le Elisé: “Sono richieste durante tutto l’anno. Certo, in estate di più, e anche durante la festa di San Pietro e Paolo. La ricetta è sempre la stessa, quella creata dal nonno 55 anni fa”. A Barbara dà una mano il suo papà, il signor Bandello, che racconta quanto i galatinesi siano affezionati alla specialità di Matteo: “Gli emigrati, appena tornano a Galatina, passano subito da qui e ordinano una Mafalda”.
E probabilmente, mentre accompagnano il cucchiaino alla bocca, chiudono gli occhi e, carezzati dalla fresca crema di gelato, mentre i chicchi di cioccolato si sciolgono e la croccante “cupeta” conquista l’attenzione del palato, allora ricorderanno di quanto era bello il giorno di festa, da piccoli, con i calzoncini puliti e il ciuffetto a tirabaci, e per una volta, il sapore dell’infanzia sarà uguale a quello di oggi.
Sulla soglia dei novant’anni Antonio Matteo, nonno “Uccio”, non va più a piedi a lavorare percorrendo via principessa Mafalda ma, alle 8 in punto e alle 16, in sella alla sua bici, arriva al Matteo Café di via Liguria. Lo troverete lì, insieme alle Mafalde, sempre pronto a raccontarvi la sua storia.
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