BOTTEGHE

 

La signora che veste la storia
tra nobildonne, crociati e sultani

di Antonella Gallone

“Pura passione”. Esordisce così la signora Margherita, infermiera di professione, per raccontare come è giunta, armata di pazienza e maestria, a trascorrere ore davanti ad una macchina da cucire per confezionare abiti d’epoca rigorosamente artigianali.
In via Albricci numero 7, nel cuore del centro storico di Mesagne, a due passi dall’austero castello normanno-svevo, il piccolo laboratorio “Meghy Costumes d’Epoque” spalanca le porte sulla storia. Soldati romani, cavalieri templari e dame di corte affollano le due sale della bottega sovrastata da volte a stella e a botte esse stesse testimoni del passato della città. Una accanto all’altra, le epoche dialogano e si intrecciano, regalando a chi entra l’illusione di poter cogliere con un solo sguardo qualcosa di infinito e inafferrabile: il tempo.
Con i suoi modi distinti e cordiali, la signora Margherita racconta di aver appreso il mestiere già da bambina quando, terminata la quinta elementare, i genitori la mandavano a pomeriggio nel laboratorio di una sarta per imparare i primi rudimenti del cucito. Ago e filo, uniti ad una buona dose di creatività, divennero presto una forte passione e, nonostante il padre fosse restio a far studiare fuori città la figlia, Margherita ebbe la meglio e ottenne di potersi iscrivere all’Istituto professionale femminile a Brindisi. Qui, tra la storia della moda e dell’abbigliamento, sbocciò la passione per le raffinatezze del passato e, da allora, libri e riviste da cui trarre ispirazione per le sue creazioni d’epoca affollano gli spazi entro i quali si muove.
Ma gli eventi della vita, si sa, sono imprevedibili e così, il tempo dovette dividersi con la professione di infermiera anche se, dopo l’ambulatorio, la signora Margherita continuava a coltivare il suo amore per l’arte del cucito e del ricamo confezionando abiti per il Carnevale e offrendo la sua competenza alle associazioni di volontariato.
A far compiere il grande passo, però, dall’hobby al lavoro vero e proprio, fu l’intraprendenza e l’intuito del marito Giovanni che, dieci anni fa, convertì l’insolito “talento storico” della moglie nella piccola impresa coinvolgendo anche i figli. In particolare Ramona, 25 anni, dalla mamma ha ereditato una destrezza artistica che si esprime anche nella realizzazione di magnifici presepi realizzati con polistirolo, legno e pasta di das. Materiali che danno forma a un piccolo paese dalle architetture in miniatura in cui si scorgono i tratti caratteristici dell’Italia meridionale, dalla venditrice di utensili in terracotta alla fruttivendola, dal pane preparato nel forno a legna al contadino in compagnia delle galline. E anche qui, la cura dei dettagli e il rispetto del passato abitano ogni scorcio.
“Meghy. Questo nome mi è sempre piaciuto. Io mi chiamo Margherita quindi è un riferimento al mio ma, semplicemente è un nome che mi piace da sempre e perciò, quando si è presentata l’occasione, l’ho utilizzato”. Nasce così la “Meghy Costumes d’Epoque”. Nelle rappresentazioni teatrali, nei cortei storici, nei presepi e persino nei film è possibile ammirare gli splendidi costumi d’epoca realizzati con dedizione, rigorosa fedeltà agli originali e quel pizzico di fantasia che rende ogni capo unico. Mentre Ramona si occupa del disegno dei modelli, Giovanni, ormai a suo agio nel laboratorio dall’anima femminile, si dedica alla lavorazione del cuoio realizzando sandali, elmi, loriche e corazze destinate ai centurioni di oggi. “Il cuoio è preferito al metallo”, spiega, “per la sua leggerezza, è particolarmente adatto nelle rappresentazioni teatrali, perché evita inutili fardelli agli attori”.

Margherita, aiutata da altre due sarte intimidite dall’invadente presenza della macchina fotografica, in questo momento è concentrata nella ricerca di alcuni modelli e delle stoffe il cui assemblaggio, e il sapiente taglio e ricamo di minuziosi dettagli, dovranno garantire all’opera finale effetti volumetrici e impatto visivo.
Sul grande tavolo da lavoro sono in bella mostra preziose stoffe dai disegni antichi, tutte rigorosamente di produzione italiana, cercate, ricercate e tirate fuori dai mercatini o dalle tessiture da nord a sud d’Italia. Velluti, damaschi, seta, lino, cotone non lasciano spazio alle fibre sintetiche e fanno rivivere gli splendori del Medioevo, del Rinascimento o degli antichi messapi. “Per la rievocazione della Natività, invece, si prediligono stoffe dalla trama larga e dai colori neutri come la terra e l’ocra”, sottolinea Margherita, indicando la Sacra Famiglia che fa capolino dal piccolo soppalco nella prima sala dell’esposizione. La “Meghy” guarda anche alle proprie radici, riscoprendo la cultura salentina con un abito tradizionale del XIX secolo che cattura subito l’attenzione per i suoi colori caldi, riverbero di una terra accarezzata dal sole.
La sapienza sartoriale e artigianale si serve di pochi strumenti: due vecchie Singer e una taglia e cuci sovrastate da una lunga mensola ricolma di matassine di filo colorato, forbici e l’immancabile ago. Le raffinate decorazioni e i ricami, ultima fase della creazione, sono realizzati con cordoncini in oro, passamanerie, perline e pietre che, affastellati in uno scaffale, appaiono come uno scrigno ricolmo di ricchezze, elogio dello sfarzo. Ma qui, i gioielli, ci sono veramente, perché la manifattura dei diversi accessori ha unito arte e artigianato di epoche lontane, dagli ornamenti preziosi realizzati in metallo punzonato, alle riproduzioni di armi ed elmi che rievocano guerre e battaglie sanguinose in grado di mutare il volto di una terra.
Regnanti, nobildonne, crociati, sultani orientali e personaggi delle più celebri tragedie, pare si siano dati appuntamento in questo piccolo laboratorio lasciandovi la propria poesia, frammenti di esistenze che sopravvivono ai secoli, simboli di potere o di sacrificio. E quando il più romantico degli abiti, quello di Giulietta, abbandona l’accogliente culla dell’armadio, si è rapiti dall’irresistibile voglia di indossarlo, per sentire addosso il mito, avvertire sulla pelle la leggenda e vivere il dramma shakespeariano da un punto di vista a dir poco privilegiato, quello della protagonista. Margherita ne descrive il modello: “Taglio impero medioevale che si stringe sotto al seno per slanciare la figura verso il cielo”, proprio come le cattedrali gotiche che, con guglie e pinnacoli, tendevano al divino. Fra trine e merletti, il fruscio di velluti e damaschi avvolge e stringe l’anima. Indossare un abito d’epoca è un privilegio concesso a pochi, una sublime emozione, che nasce vestendo un’identità altra, calandosi letteralmente nei panni di un personaggio che ha vissuto il suo tempo o che è stato generato dalla penna dei romanzieri. Smettendo jeans e t-shirt moderni e indossando la semplicità di un abito etrusco, la ricercatezza del Rinascimento, i volumi e le volute del rococò, il viaggio nel tempo diventa possibile.