Arte, bottiglie fuse e patchwork:
l’inguaribile sperimentatore del vetro
di VALERIA NICOLETTI
All’angolo di via Maremonti a Campi Salentina, un vivace abbaiare dietro la porta annuncia la baldanzosa presenza di Tito, un festoso cagnolone nero. Sembra essere lui ad accogliere gli ospiti nella singolare bottega di Massimo Maci, taciturno padrone di casa, classe 1972, artista del vetro e designer, che qui elabora, inventa e dà forma al vetro in completa solitudine, dove nessuno schiamazzo supera la coltre del giardino di limoni, profumato ingresso che precede il laboratorio. Qui, un ampio e vissuto tavolo da lavoro tracima di attrezzi, prove, materiali, pennelli, colori, disegni tra i quali si apre un elegante varco un gatto quanto mai imprevisto, il trovatello Camillo. Intorno al tavolo, i due forni, il trapano e numerose lastre di vetro.
Da quando, 15 anni fa circa, Massimo prese la decisione di lasciare la vetreria artistica di Squinzano dov’era impiegato, oltre a qualche avventore con un bloc-notes in mano e i tanti amici artisti, il laboratorio è rimasto il suo incontrastato dominio creativo, con la sola muta compagnia di due quadrupedi. E ora basta aggirarsi nella stanza, tra specchi incorniciati da tappi di bottiglia e barattoli d’alluminio che pendono dal soffitto rischiarati da un lumicino a formare un meraviglioso lampadario, per capire che questa è la bottega di un inguaribile sperimentatore, poco docile ad etichette di ogni sorta.
La passione per la duttilità e le inesauribili scoperte del vetro iniziano nell’adolescenza presso l’Istituto d’arte di Lecce, dove oltre all’immaginazione e al libero sfogo della fantasia, Massimo coltiva la precisione della tecnica e l’arte di maneggiare e modellare il vetro.
“Appena uscito dall’istituto artistico”, racconta, “cominciai a lavorare in questa vetreria ma non ero soddisfatto”. L’arte declinata nella modalità industriale non gli si addiceva. “Era come disciplinare l’estro creativo e diventai presto insofferente. Così mi licenziai”.
Da allora, forte dell’esperienza acquisita in vetreria, Massimo lavora da solo. Unica regola: rispettare tempi e peculiarità di un materiale a tratti imprevedibile se non infido come il vetro. Unica linea direttiva: sperimentare e ancora sperimentare. Soprattutto da quando lo sguardo da Re Mida di Massimo ha sfiorato le infinite possibilità del riciclaggio. È così che tappi bruciati ed ossidati accerchiano uno specchio tondo, bottiglie, bicchieri e calici passati di moda si accasciano nel forno, si fondono insieme e tornano a nuova vita in veste di portacandele, originalissime lampade da scrivania o semplici ornamenti da salotto.
Nessun confine all’inventiva, quindi, soprattutto quando a lavorare è solo il vetro.
Infatti, nel primo forno del laboratorio, il più piccolo, che serve a contenere materiali di partenza che si sviluppano in alto, come bottiglie e bicchieri appunto, non è infrequente che Massimo disponga sei o sette bicchieri l’uno accanto all’altro e li lasci fondere, da soli, facendosi vivo soltanto con repentine aperture del forno per controllare la forma in divenire. Raggiunto l’aspetto desiderato, il forno viene spento. Ma il movimento non è ancora finito. Il vetro continua a muoversi nella prima fase del raffreddamento e decide da sé cosa diventare.
Questo è il gioco del vetro. Infornare, aspettare la temperatura di fusione, anzi, di trasformazione, intorno agli 800°C, e lasciarsi stupire dai movimenti di un materiale molteplice. Una sperimentazione impossibile da contenere in orari d’ufficio e che dura tutto il giorno e tutti i giorni.
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Texture una diversa dall’altra, dal vetro zigrinato a quello decorato, e i materiali più disparati, come tanti piccoli chiodi per imbastire l’orlo di una scodella, si rimettono docili alle mani e alla fantasia di Massimo che fa del vetro, materia prima delicata e fragile, una pasta duttile come creta che si lascia plasmare con inaudita plasticità da uno scultore immaginifico, che ha fatto sue le mille fantasiose curve di uno stile simil barocco, la schiettezza del minimalismo e il principio dell’utile dulci, sintetizzando nella sua attività la filosofia del riciclaggio.
Coordinate che Massimo cerca di mantenere anche quando lavora su richiesta, finora riuscendoci. L’esempio più convincente, tra gli ultimi, è senza dubbio l’arredamento di un edificio risorto dalle ceneri di una vecchia abitazione, completamente ristrutturata usando materiali poveri, recuperati un po’ ovunque, da soffitte a vecchie cantine a magazzini dispersi, oggi destinato alla ristorazione.
L’impronta di Massimo spicca sui lampadari che troneggiano nelle stanze con un’imponenza di cento bottiglie in vetro policromo fuse l’una con l’altra a formare una cascata di riflessi e ancora nel banco di mescita che esibisce un singolare patchwork di bottiglie schiacciate e fuse, inondate di luce al neon. Capolavori di arte moderna, di quella particolare espressione personale che esige sì la precisione delle mani ma ancora di più l’unicità dell’idea, in questo caso apprezzata anche oltre i confini d’Italia.
“Proprio ora sto lavorando per una signora di Vienna”, conferma soddisfatto Massimo che, però, confessa di avere più a cuore un altro progetto, quello di una sorta di collettivo di artisti, tutti salentini, con i quali collabora in pianta stabile. L’idea è in cantiere già da un po’ di tempo e si spera divenga realtà per il prossimo Salone del Mobile, la pregevole kermesse milanese a cui Massimo è presente già da cinque anni, in solitaria. L’obiettivo è parteciparvi insieme, mettendo accanto al vetro la pietra leccese, alla cartapesta il ferro battuto.
Lasciando la quiete del laboratorio, silenzioso quasi quanto il proprietario, si ritorna in casa, quasi la vetrina principale, dove Massimo sembra esporre per sé lampadari, sculture di vetro e specchi. A tutti gli angoli, pile di riviste di design e, affiancato ad una parete, un secondo piccolo laboratorio dove, da bottoni, vetrini, piccole formelle forate, vengono fuori deliziosi gioiellini.
Accompagnati da Tito e Camillo, è facile ritrovare l’uscita ma, prima, un’ultima invenzione attira lo sguardo, un grazioso specchio rotondo, incorniciato da un insolito motivo, ghirigori geometrici e ondulati, appeso vicino la porta, quasi ad annunciare l’estrema creatività del padrone di casa, sperimentatore nato. “Ho aerografato una lastra di vetro”, conferma, “usando come base un vecchio centrino ricamato da mia nonna”.
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