Dai giunchi biondi borse e cesti:
l’arte antica della “spurtara”
di Alessandra Guareschi

“Questo è lu paleddhu”, spiega la signora Maria a un gruppo di visitatori con l’accento piemontese: orgogliosa, mostra un fascio di giunchi biondi, distesi per terra accanto alla sua sediolina e al secchio d’acqua in cui li immerge quando sembrano troppo secchi. Le mani, intanto, volteggiano senza sosta e intrecciano la base di una borsa di giunco, con una gestualità ritmica e decisa come lo sguardo della signora Maria.
Maria Verardo abita in via Calabria, al numero 17, ad Acquarica del Capo. Qualche anno fa, con cura e pazienza, ha sistemato un piccolo laboratorio in quello che, un tempo, doveva essere un garage. Tavoli puliti e ordinati, alcuni scaffali di legno, le immagini di Gesù e di Sant’Antonio, pochi attrezzi da lavoro e una bellissima esposizione di manufatti. In questo luogo un po’ ameno si mantiene viva un’arte di cui pochissime donne, quasi tutte anziane, conoscono ancora i segreti. “Nessuno vuole imparare più”, spiega Maria, “ci vogliono troppo tempo e troppo sacrificio”.
La lavorazione dei giunchi palustri, “li paleddhi”, fino a pochi decenni fa era una delle attività più remunerative del paese; esistevano diversi opifici, che davano lavoro a centinaia di persone. E le borse di giunco di Acquarica venivano vendute in ogni parte d’Italia. I primi laboratori nacquero intorno alla metà del secolo scorso: quello del signor Zonno, per esempio, esportava i manufatti anche all’estero, soprattutto in Inghilterra e in Svizzera. Alcuni studiosi locali ricordano che già nel 1873 i prodotti di giunco acquaricesi erano in mostra all’Esposizione Universale di Vienna.
La curiosità sulla provenienza della materia prima è presto soddisfatta; mentre le dita vanno da sole, Maria dice: “Quello è compito degli uomini”. Il giunco cresce soltanto nelle acque stagnanti, come nella zona Li Paduli di Torre Mozza o a Lido Marini, oggi più conosciute come spiagge ma fino ad alcuni anni fa vere e proprie paludi. Il giunco deve essere raccolto nel periodo che va da maggio ad agosto. Un tempo gli uomini lavoravano per ore nell’acqua putrida, spesso a mani nude, finché, raccolta una certa quantità di piante, le portavano in paese. Ancora oggi alcuni acquaricesi vanno a cogliere il giunco e lo forniscono alle artigiane, che si contano ormai sulle dita di una mano.
Dopo la raccolta, però, il giunco verde ha bisogno di alcuni trattamenti che lo rendano flessibile e resistente. Separate le fibre buone da quelle più secche, si compongono piccoli fasci, detti “serrazze” o “nappe”, che vanno bolliti in acqua per qualche minuto. “Lu paleddhu”, poi, deve essere lasciato ad asciugare disteso per terra, possibilmente coperto con un telo. Una volta asciutto, necessita di alcuni giorni di essiccazione, disteso sul terrazzo di casa o in campagna, sulla terra non coltivata, in modo che l’alternarsi di sole e umidità lo “bianchiscano” (cioè lo rendano biondo, come la paglia) e ancora più resistente. L’ultima fase prima della lavorazione manuale è la “zolfatura”, un procedimento disinfettante, che un tempo avveniva in casa in alcune stanzette chiamate “stufe” oppure nei “cofani” del bucato. La signora Maria è una “spurtara”, una “cestinaia”. Come le ricamatrici e le tessitrici, pratica l’arte tipicamente femminile di realizzare cestini, borse e sporte. Quando era piccola, al ritorno da scuola, si metteva a lavorare con le ragazze più grandi, da cui aveva imparato il mestiere. Lavoravano fino a sera; i ragazzi, qualche volta, passavano a guardarle e ad ascoltare i canti e le risate.
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Chi non andava a scuola, andava in opificio dalla mattina presto e tornava a casa solo quando il lavoro assegnato era portato a termine; quando le commissioni erano urgenti, si portavano “li paleddhi” a casa e si continuava a lavorare fino a notte fonda.
Ci si sedeva per terra, su una coperta o su un sacco di juta, con le gambe distese in avanti. Oggi la signora Maria, invece, per non stancarsi troppo preferisce la sedia e uno scannetto sotto i piedi. Come quando era ragazza, tiene accanto un secchio d’acqua per bagnare i giunchi di tanto in tanto - “perché altrimenti si spezzano” - e un paio di forbici per tagliare i fili troppo lunghi. Si inizia a lavorare dalla “curgitura”, incrociando due o più mazzetti di fili. Si continua con giri di intreccio molto fitto, “li ringuli”, inserendo nuovi fili fino ad ottenere la base. Si passa, quindi, all’intreccio laterale, piegando i mazzetti uno dopo l’altro con la “voltatura”, senza mai dimenticarsi di inumidire i fili.
“Ci sono due tipi di giunchi”, dice la signora Maria, che ancora non è stanca di intrecciare, “uno scuro, più grezzo, che si usa per le parti più grossolane, l’altro chiaro e più raffinato”.
Mostra alcune lavorazioni particolari: la “fietta” (o treccia), realizzata con i “paleddhi” chiari, che può essere singola o doppia e serve per fare i manici o per rinforzare i bordi (come una passamaneria di giunco); la “ricchia te la sporta”, un manico scuro, più resistente, lavorato in modo tubolare; la “ricchiapinta”, un manico usato per i cesti rigidi, come i portabiancheria per neonati, con un’anima di ferro e giunchi in fascio, rivestiti con una lavorazione tubolare.
Prima dell’industrializzazione di massa e dell’avvento della plastica, i manufatti in giunco erano oggetti d’uso quotidiano, versatili e leggeri, barattati e venduti in grandi quantità nei mercati del Salento, oppure esportati. Uno degli oggetti più diffusi era la sporta, talvolta realizzata con intarsi di giunchi colorati. La coloritura si faceva immergendo i giunchi in una vaschetta d’acqua dove era disciolta una polverina a base di gesso e pigmento (oggi non è più in commercio ed è sostituita dalla carta crespa che, quando si scioglie in acqua, rilascia il suo colore).
Le forme e gli usi dei cestini sono le più varie: la “cascetteddha” è una borsetta agile dotata di un coperchio, che spesso i ragazzi regalavano alle fidanzatine; ci sono il “gettacarte” e il panierino “portabottiglie”; la “pascara”, fresca e leggera, serviva ai contadini per la semina; le delicate borse “fiorentine”, dal manico più lungo delle altre, si distinguono per la lavorazione traforata e per le decorazioni con i nastri di raso colorato; i cesti “ondulati” sono perfetti come centrotavola e vi si può sistemare anche la frutta. Le “fische” o fiscelle, tipici cestini dalla forma cilindrica, servono per fare la ricotta e il formaggio; la signora Maria spiega perché si chiamano così: una volta lavate, venivano appese all’aperto ad asciugare e il vento, passando per i trafori, le faceva “fischiare”.
Mentre racconta, all’ingresso si affaccia un altro gruppo di turisti, che ha sentito parlare degli splendidi lavori di Maria. La signora ha insegnato il suo mestiere anche ai bambini delle scuole elementari e delle scuole medie, nell’ambito di un progetto fortemente voluto dalla cittadinanza per preservare la lavorazione del giunco. Da neppure un anno, ad Acquarica del Capo è nato il Museo del Giunco Palustre, unico nel suo genere. Al piano terra di Palazzo Villani, in piazza dell’Amicizia, sono allestite alcune sale espositive e uno spazio per la didattica con vetrinette piene di cesti, sportine e coppette di “paleddhu”. Tra i curatori dell’allestimento c’è il professor Tommaso Ventura, studioso di cultura locale, che si adopera per far conoscere e apprezzare gli oggetti preziosi dell’artigianato di Acquarica. Tra le vetrine, sotto le foto delle “cestinaie” al lavoro, c’è una sorpresa, opera virtuosa di un’altra “spurtara”: Addolorata Olimpio, nominata Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana. Ad un certo punto della sua vita smise di intrecciare i cestini e le sportine e si dedicò alla lavorazione di vere e proprie sculture di “paleddhu”: tavolini, telai, strumenti musicali, carretti popolati di personaggi di giunco. Tra le mani di acquaricesi, come la deliziosa signora Maria Verardo, ancora oggi nascono oggetti nuovi e antichi nello stesso tempo.
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