Le signore dei ricami
tra chiacchiere e chiacchierino
di Marina Greco

Chiacchiere e chiacchierino, risate argentine e voci di donne riecheggiano nell’aria tiepida di un mattino primaverile di Martano. All’ombra della lucente corte Stampacchia, oggi Aprile-Conte, anno domini 1743, come uscite dal “baule dei ricordi” del passato salentino, le “signore” dei ricami, all’affacciarsi della bella stagione, si trasferiscono qui dalla sede dell’associazione di via Atene, ritrovandosi ogni giorno a donare nuova linfa a un’arte che a Martano si impara, ma non si mette da parte, anzi.
Stanno in via degli Uffici, a quattro passi dal Municipio dove il dottor Antonio Micaglio, cordiale e attento sindaco, dà il benvenuto e invita a scoprire “un piccolo mondo antico”, elegante e ordinato, fatto di trine e merletti realizzati a mano, veri capolavori che, auspica, “possano avvicinare e coinvolgere le nuove generazioni a quest’antica arte, in primo luogo affinché non vada perduta, e poi perché possa costituire nel tempo un’attività produttiva, soprattutto per loro”.
“Loro”, le ricamatrici, sono chine sui telai, concentrate nel contare i fili sul pregiato lino che, avesse un’anima, spasimerebbe alle carezze di queste abili dita languendo al premuroso sguardo. Sono le adepte di un’associazione nata, come racconta la presidente Maria Carmela Guglielmo, “proprio su input del sindaco Micaglio che, conoscendo il nostro gruppo di appassionate di ago e filo, ci ha spronate prima a unire le forze e poi a partecipare a mostre ed esposizioni”. Impresa voluta e aiutata dando una “casa” all’arte con una sede provvisoria, in attesa di qualcosa di più adatto a custodire lo scrigno di beltà che questa “officina di Penelopi” ha prodotto a quasi due anni dalla sua istituzione.
Era l’agosto del 2007 quando un gruppo di poche amiche si tramutò in fucina di raffinate artigiane, partecipando subito alla mostra Agorà e riscuotendo i primi successi: nacquero, quindi, corsi e incontri tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 12, e due volte a settimana anche il pomeriggio.
C’è Maria Carmela alla guida dell’associazione “Il ricamo dalla A alla Z”, e qualcuna sussurra che sono incluse anche le lettere straniere come la X e la Y. Fin da bambina la madre la mandava ad imparare dalla ricamatrice di fronte casa, la maestra Tetta. Fu lei ad introdurla nel fantastico mondo del filet antico, del ricamo a punta d’ago, delle maglie… Con il tempo e la tecnica affinata, Maria Carmela pensò che fosse un peccato non condividere l’enciclopedia scritta ad ago e filo. Con il passare dei mesi, ad una prima unione di mani amiche, si sono associate esperte di cucito e non, donne in pensione, giovani casalinghe, impiegate e studentesse, alcune non sapevano nemmeno attaccare un bottone. Oggi, le tesserate sono una trentina, non solo di Martano ma anche di Melendugno, Sternatia, Cursi, Calimera, Muro Leccese, Galatina e Carpignano.
L’ultima conquista dell’associazione è Valentina, mascotte del gruppo, 25 anni, futuro architetto, iscritta dallo scorso settembre: “Ho iniziato a nove anni, quando mia madre mi mandò dalla ‘maestra’. Oggi la ringrazio, è un modo per rilassarmi, un passatempo terapeutico”, dice mentre prende in mano il suo lavoretto. Poi c’è Moira, poco più di 30 anni e ben tre capolavori ricamati dall’ingresso nella vivida comitiva, a detta di molte è lei “la simpatica”, ma anche la più peperina: “Non sapeva neanche passare il filo nella cruna dell’ago”, si fa per dire, “ma in pochi mesi è diventata una ricamatrice provetta”, dichiarano le colleghe. Marinella, proprietaria della corte, faceva la sarta e, quando si cimentò con il ricamo, le pareva un’impresa impossibile: ora è alle prese con le bomboniere per il matrimonio del figlio, pregiati centrini in puro lino, ricamati di fini e particolareggiati disegni. Poi c’è Lucia, che si dilettava con l’uncinetto, “ma il ricamo è tutta un’altra cosa”, dice. Non era Lucia il vero nome della Mimì di Puccini, che nella Bohème raccontava “d’essere ricamatrice, di tela e seta, dentro e fuori casa”, e che “il suo svago tranquillo e lieto era far gigli e rose?”. “Per iniziare proprio dall’abc”, il coro di donne non ha dubbi, “si impara il punto giorno che possono fare tutti. Poi si passa al gigliuccio”. Questo è il regno del lino, quello puro, dalla tela a trama regolare, lo si blocca nell’indispensabile cerchietto di legno: prima di creare il disegno è necessario improntare il “reticello”, si conta un certo numero di fili e, con mano decisa quanto precisa, se ne sfila via uno, poi si riconta e via un altro, così per la lunghezza del soggetto, inventato con estro o ispirato da riviste specializzate. Possono intravedersi, sul tessuto ben teso, i piccoli quadrati della scacchiera su cui un dito armato d’ago, l’altro protetto dal ditale, con pazienza intrecciano ricami, fanno sbocciare fiori, regolano forme geometriche, innestano foglie e motivi che, di prim’acchito, somigliano tanto ai ghirigori architettonici settecenteschi: questa è terra di Barocco, e ogni forma d’arte e artigianato pare se ne lasci influenzare.
|
 E se, alle prime armi, dovesse rompersi un filo? “Nessun problema”, rassicura Maria Carmela, “qui non si butta niente. Con il rammendo si rimette a posto e neanche l’occhio più esperto se ne accorgerà”. Una volta appresi i rudimenti, si passa a qualcosa di più complesso, in una sorta di gioco a livelli: segreti e misteri del punto antico si dipaneranno tra pollice e indice generando punti spirito, punti reali, punti a vapore, nomignolo quest’ultimo che si addice agli sbuffi di fili che a rilievo creano spessore di foglie e petali. C’è Fabiola che oggi va un po’ di fretta, c’è Giuliana, la più chiacchierona, che sfodera l’irresistibile ironia, e c’è Mimina che si è avvicinata all’associazione spinta dalla figlia, giovane medico, appassionata di ricamo, che ha saputo dell’operosa combriccola da una rivista specializzata. C’è Antonietta alle prese con il corredo della figlia, c’è Assunta, esperta di proverbi, che procede alle sfilature di una tenda, anche questa dote per la figlia prossima all’altare.  Annarita, mamma di Valentina, destreggia il punto antico di un centrino: inestimabile tesoro per il tavolo della sua casa. Di Pina di Sternatia dicono sia la più ingenua. Tina (da Costantina), esperta del ricamo con il chiacchierino, crea, su una corsia, il centrotavola che abbellirà il suo soggiorno, il disegno “a rinascimento” trovato su una rivista con le stelle a punto maglia e la lucentezza del cotone perlè. L’altra Tina (da Concettina) “ha un vocione”, scherzano le amiche, dipana applicazioni a punta d’ago sui centrini destinati al corredo delle figlie: “Per il momento non si devono sposare”, assicura, “ma il corredo iniziamo a prepararlo perché ci tengono molto, scelgono loro i disegni”. Sono ancora tante le ragazze che commissionano per tempo “la dote” unica e pregiata delle loro future case. Questo gruppo di donne sa bene che il ricamo, attraversati i secoli, come tante maestrie d’altre epoche, è sempre a due passi dal baratro della scomparsa: “Bisogna continuare a tramandare le tecniche antiche, altrimenti vanno perdute”, afferma con vigore Tina. E così, ogni giorno, queste donne fermano i “nostri tempi” e ne dedicano un po’ del loro all’associazione, intessendo doni e tesori per i propri figli, per le future spose e per chi, semplicemente incantato, se ne innamora e li commissiona.
La storia si ripete a Martano, in un vecchio Sud che non si lascia corrompere dalla dimenticanza, e proprio come le nonne facevano i “plauna” e le madri si dedicarono ai “chisciuni”, oggi le figlie ricamano “i lanzuli” per i corredi: il nome delle lenzuola varia con le generazioni, ma l’arte è la stessa.
C’è ancora Maria Lucia che con il “cordonetto” crea, come si fa con la rete del pescatore, la base da montare sul telaio, lo sfondo per un pregiato lavoro di filet. I fili si annodano con un ago a doppia cruna, il modano, su un ferro da maglia a due punte: “Ultimata la rete, che può assumere diverse forme, e montata sul telaio”, spiega Maria Carmela mostrando il centrotavola di una prossima sposa, “si ricameranno i disegni con punti di vario genere”. È sicuramente questo il ricamo più complesso, un intrigante gioco d’abilità, così come il chiacchierino e il tombolo, tecniche di cui ormai sono pochissime le esperte.
Passione, passatempo, svago sono i più svariati motivi ad aver avvicinato le signore dei ricami, ormai grandi amiche, a questa associazione: mai un litigio né un’invidia, una parola di troppo o un’incomprensione, c’è affetto e voglia di scambiarsi saperi, desiderio di stare in compagnia con “filo conduttore” l’arte comune, c’è la genuinità della condivisione che spesso si esprime in deliziosi dolci che l’una prepara per le altre, e c’è un consiglio direttivo, composto da Maria Carmela, da Giuseppina Farì, la vice presidente, e da altre due socie, ma le riunioni, inevitabilmente, finiscono con lo scambio di ricette.
Sensibilità e gusto del bello sono i principali commissionari di corredi, ancora molto apprezzati e ricercati nel Salento, ma anche di speciali bomboniere o delicati corredini per neonati, dalla culla al passeggino, ai fiocchi di nascita: “Tempo fa”, raccontano, “ ne abbiamo confezionato uno in un solo giorno, perché il bimbo è arrivato in anticipo”. Non si fanno di certo sorprendere dall’urgenza di certe situazioni, le signore dei ricami perché, come nel detto “cu llu sieti sieti, e naetta mina mina, se voi spicci prestu la tila” enunciato da Mimina, solo stando seduti e facendo correre la “navetta”, si finisce presto la tela. Ricamano e ridono con il vasto repertorio di barzellette, orlano e si prendono un po’ in giro, intagliano e si fanno confidenze, rifiniscono e condividono le preoccupazioni, le più grandi elargiscono consigli, ognuna scrive sulla tela parole di cordoncino, intessendo storie ispirate dal proprio meraviglioso mondo di donna che, di punto in punto, emerge e rimane impresso sulla stoffa. Lo stesso “pezzo di stoffa” che apparterrà per sempre a chi vorrà e saprà capirne il senso, la sensibilità e il valore.
Ogni punto ricamato è espressione di questa terra che, volente o nolente, permea la precisione dei ghirigori, il profumo del lino, attraverso le maglie di un delicato fiore, sussurrando echi di tempi andati, quando nelle corti e sulle soglie delle case le giovinette arrossivano al passare dell’amato, imbastivano i sogni nella tela, riversavano il desiderio di futuro, di famiglia, di casa, lasciando in ogni intaglio, sotto ogni punto a vapore, un po’ di se stesse e di quell’aria pura e autentica di salentinità che a Martano, fortunatamente, non corre alcun rischio di estinzione.
|