L’arte dei fiscoli salentini
odor di frantoio e fantasie di cocco
di Valeria Nicoletti

Quattro generazioni sono passate da quando nella piccola Specchia, uno dei borghi più belli non solo del Salento ma di tutta Italia, la famiglia di Adolfo Cazzato è diventata nota in quanto onorata stirpe di fiscolai, collaboratori preziosi dei trappitari salentini. È Adolfo, 38 anni, occhi scuri e accesi e mani grandi, a snocciolare orgoglioso sotto le volte del suo laboratorio-bottega un albero genealogico di tutto rispetto, a partire dal bisnonno di suo padre, Santo, capostipite della famiglia, primo maestro fiscolaio, poi la nonna Elisa, il papà Antonio e infine lui, l’ultimo, l’erede di un mestiere che, da una cinquantina d’anni, si è fatto anche arte.
In via Diaz, nel cuore del paese, due discrete porticine annunciano il laboratorio di Adolfo Cazzato, fiscolaio di professione e intrecciatore per passione. Dietro, appena tre stanze, ricavate dalla vecchia casa in cui, 75 anni fa, nacque il signor Antonio. “Ho voluto lasciare tutto così com’era”, spiega Adolfo, “la cazzafitta è quella originale, le volte a stella quelle di cent’anni fa”, e persino il pavimento, consumato e segnato, è quello calpestato da nonna Elisa ai tempi in cui i fiscoli, vale a dire i filtranti oleari e vinicoli realizzati in fibre naturali, erano ventimila per anno e costituivano la totalità della produzione che usciva dalla bottega per alimentare l’attività dei frantoi salentini.
All’epoca si lavorava con funi spesse, si testavano i prodotti in frantoio e non c’era tempo per le fantasie di cocco e rafia colorata.
Ed è stata forse la voglia di evadere da quei cerchi tutti uguali e dalle forme monotone per giocare con materiali familiari, magari il desiderio di realizzare qualcosa che non fosse destinata ad un uso schiettamente pratico. Fu così che al signor Antonio non bastarono più i grossi fiscoli resistenti e le sue mani, anche dopo sei, sette ore passate ad intrecciare davanti alla ruota o a quel vecchio torcitoio in duro legno d’olivo che oggi riposa appeso al muro, non volevano fermarsi e continuavano a lavorare e a creare.
Sono nati così i cestini panciuti che oggi rallegrano la stanza verde, quella nascosta sul retro, fiore all’occhiello della produzione rigorosamente artigianale del laboratorio Cazzato. Ma non solo cestini nella camera dove ancora c’è il vecchio letto di una volta. Da una decina di uncini penzolano borse davvero mai viste, tonde, quadrate, colorate, dal fresco taglio estivo ma dalla fibra così forte da resistere anche alle fredde temperature invernali. E poi ancora i tappeti, anche questi multicolore, “sono fortissimi, la gente non ci crede”, garantisce con un sorriso Adolfo, impilati uno sull’altro, accanto ai portavasi, alle tende in corda, ai posapentole, “testati personalmente”.
Manufatti originalissimi che alla praticità insita di per sé nell’oggetto di quotidiano utilizzo uniscono la bellezza del pezzo unico, mai uguale, anche volendo, al suo simile e la qualità altissima garantita da materiali resistenti e naturalissimi e una lavorazione interamente a mano.
Per un cestino, ad esempio, ci vogliono circa due ore di paziente e preciso lavoro, senza mai staccare gli occhi dal filo intrecciato che, partendo da una base rotonda, viene intessuto fino a formare un cerchio della dimensione voluta. Questa prima base, forata al centro, sarà poi colmata e ’ncoppulata, questo il termine tecnico, ossia ripiegata a mo’ di cestino e rifinita. Nate dalla fantasia di papà Antonio che nel tempo libero, cinquant’anni fa, non riuscì a staccare le dita dal filo, oggi le creazioni artigianali firmate Cazzato hanno preso il volo grazie al figlio Adolfo, che ne ha fatto la punta di diamante della sua bottega.
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 “Per i fiscoli ci conoscono tutti, siamo gli unici nella zona e noi continuiamo a produrne quasi diecimila all’anno”, spiega Adolfo, “quello che la gente non sa è che facciamo anche altro, il filato di cocco e la rafia - questi i materiali usati - si modellano in mille forme”. Da qui la decisione necessaria di investire nella promozione e quella, difficile, di rinunciare a vendite facili ma che avrebbero tradito il valore reale dei prodotti realizzati a mano. Viene da sé quindi il no alle grandi catene di smercio. Tutto in nome di un progetto coerente finalizzato a salvaguardare l’unicità di creazioni uniche, pregiate ma orribilmente e troppo spesso imitate.
 Tutti in filato di cocco, direttamente dall’India, e in rafia, i manufatti nati dalle mani di Adolfo Cazzato ogni anno raccolgono estimatori e consensi da ogni parte d’Italia, grazie alle mostre, alle fiere campionarie, alle importanti ma ancora troppo rare occasioni per mettere in evidenza la qualità dell’artigianato salentino. “Servirebbe più iniziativa”, suggerisce Adolfo, “più eventi, più possibilità per valorizzare quello che c’è di buono qui, quello che sappiamo fare”.A vederlo così agguerrito e appassionato non si direbbe che i cestini, i tappeti, le borse, le tende della bottega Cazzato sono solo una piccola parte del lavoro di Adolfo, alla quale può dedicarsi solo per due mesi all’anno. “La nostra produzione è ancora prevalentemente concentrata sui fiscoli di una volta, i filtranti che realizziamo anche in polipropilene e in rafia”, spiega. Si lavora per dieci mesi, fino ad ottobre, per rifornire i frantoi. Ci sono le scadenze da rispettare e l’intreccio creativo è necessariamente messo da parte. Uno dei pochi termini questo a cui prestare attenzione. Infatti, l’attività di Adolfo nasce in seguito ad una scelta di vita, una decisione presa tenendo fede alla volontà di non lasciar cadere nell’oblio il mestiere del padre, al desiderio di non abbandonare la propria terra ma anche e soprattutto all’esigenza di restare libero e senza nessuna costrizione o orari d’ufficio. “Ho abbracciato il mestiere di mio padre dopo aver tentato altre strade”, racconta Adolfo e sono parole tristemente note le sue, che confermano ancora una volta quei luoghi comuni che si tenta di debellare, le sempreverdi malattie del meridione. La mancanza di lavoro ha spinto Adolfo ad appassionarsi a quell’antica arte dell’intreccio che aveva appreso da piccolo accanto al padre. Ed è stato così che al numero 28 di via Diaz si continuò a filare la rafia e il cocco nelle due piccole stanze che sono state casa d’infanzia e oggi sono non solo laboratorio ma anche museo di vecchi ricordi. Come le foto di sessant’anni fa appese alla parete, che mostrano quando i fiscoli erano a doppio strato e raccontano di giovinezze in bianco e nero, oppure il torcitoio del 1890, i filtranti già usati dalla fibra nerastra, cimeli gloriosi che trovano il giusto riposo accanto alle imponenti bobine di filato di cocco pronte all’uso e ai bianchi rotoli di rafia.
C’è odore di semplicità. Eppure, questa stessa semplicità sembra non essere del tutto ricercata ma somiglia quasi al prezzo da pagare per essere rimasti fedeli alla propria terra. “La scelta di rimanere a Specchia è anche dovuta alla comodità di avere già un laboratorio tutto mio”, spiega Adolfo, “e di poter proseguire nel solco della tradizione segnato da chi è venuto prima di me”. Racconta delle difficoltà dei primi anni nonostante avesse intrapreso un sentiero già in parte battuto e non nasconde un desiderio d’evasione, la voglia di far conoscere i suoi prodotti anche altrove.
Per ora Specchia, tuttavia, pare non voler lasciare andare via i suoi storici maestri fiscolai. Non resta quindi che avventurarsi nel capo del Salento e scovare la bottega di Adolfo. Chi l’ha trovata assicura che ne vale la pena.
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