Barracca “lu guarnamintaru”
l’uomo che veste i cavalli di gran lusso
di Marina Greco

Basta chiedere a un passante, a un ambulante, a una vecchietta che si affaccia alla finestra: tutti ad Avetrana sanno dov’è di bottega “lu Barracca”. Arrivando da Nardò, subito dopo la scuola, si gira a destra in via Mameli. Non c’è insegna, ma un portone di ferro di un comune garage. “Lo trovi lì”, dicono, e infatti c’è. “Piacere, Leonzio Saracino” almeno per l’anagrafe, “Leonzio era uno dei fratelli di Cosimo e Damiano, i Santi Medici”, informa, “ma la gente mi chiama Barracca, soprannome di mio zio e di tutta la famiglia”.
Avetranese doc, classe 1947, professioni svolte 99 (la centesima spera sia la pensione...), da 17 anni è “guarnamintaru”, riparatore, restauratore e costruttore di finimenti per cavalli, antico mestiere un tempo tanto diffuso nel Salento quanto i “trainieri” (carrettieri) che l’infausta modernità si porta via con il passare degli anni, seppellendoli nel “cimitero dei mestieri scomparsi”. Tutti, almeno una volta, hanno udito il richiamo ferroso battuto sull’asfalto da cavalli agghindati a festa, quasi che lo scalpitio equino si faccia più ridondante in virtù del desiderio di farsi ammirare nella splendida paratura che proprietari amorevoli hanno commissionato, vezzi messi a punto proprio dal “guarnamintaru”.
Pare che, da nord a sud, il Salento oggi ne conti due: si è al cospetto di una perla rara, dunque, che apre ogni mattina il suo laboratorio alle 8, lavora di mani e di vista con un basco calato sulla testa e baffi ben curati, alter ego dei più celebri colleghi siciliani. Cuce e modella fino a sera, su commissione o in vista delle fiere dove espone con orgoglio le creazioni forgiate in bottega, alla periferia di una cittadina essa stessa periferia della provincia tarantina, a due passi dal confine con quella leccese, neppure troppo lontana dalla terra brindisina. “La scadenza dell’assicurazione non la ricordo e nemmeno che giorno sono nati i miei figli”, scherza Leonzio, “ma le date delle fiere le so a memoria, di tutto l’anno. Il 1° marzo a San Marzano, il 13 aprile a Noha, il 25 aprile ce ne sono due, a Ruffano e a Cilino, devo decidere”.
Figlio del “trainiere” Pietro Barracca (“carrettiere fanatico” lo definisce), Leonzio è terzo di sette figli, maggiore tra i maschi; dal padre ha ereditato l’amore smisurato per i cavalli e, per un periodo, anche il mestiere. Poi ha fatto il contadino, e un po’ di tutto per sbarcare il lunario, finché ha deciso di sfruttare l’originaria passione dedicandosi ai “guarnamienti”. E lo ha fatto senza maestri né botteghe: “Il mestiere l’ho rubato, con gli occhi”, confida.
Le pareti bigie di una vecchia stalla sono oggi il caotico regno dei ferri del mestiere, forme e sellini, pelli di vacca e lamine a cui si sommano otri, ceste e “’mbili”, lampade, barili colmi d’olio e immagini di santi per proteggere mani forti e sguardo sicuro. Nel cuoio stretto sulla morsa attaccata allo “scannetto” su cui si monta come a cavallo, le indispensabili “ssugghie”, affilati punteruoli, aprono varchi per lo spago passato in crune d’aghi lunghi e spessi, da usare due per volta, che si incrociano in impunture e le cuciture sui “petterrali”, “il collare che per i cavalli è un cappotto, un vestito da cucire, e io sono il sarto”, ama le metafore, Leonzio. Gli occhi fanno da metro, le misure prese con lo sguardo: “Solitamente sono lunghi 3 metri e alti 19 centimetri. Poi, c’è chi il cappotto lo gusta lungo, chi lo preferisce alla vita. Ci sono gli abiti della festa, quelli sportivi e quelli per tutti i giorni”.
Sui cavalletti in bella mostra si affiancano le “uardelle”, decorazioni per i dorsi. Le forme variano per provincia: Lecce e Taranto preferiscono le bandierine di lamina che si muovono al vento, mentre i brindisini scelgono per tradizione la “papara”. La forma in legno è opera del falegname, passa dal fabbro per la saldatura e infine arriva in bottega dove è imbottita di tela e paglia e dunque rivestita in cuoio; chiusi i bordi con le borchie, si passa alla decorazione. Lamine sottili e leggere si prestano al disegno da ritagliare a mano e ricamare nei rilievi con una bordatrice che genera rosette e plance, fiori e rettangoli su cui fissare sonagli, cornetti, piccoli ferri di cavallo portafortuna e ogni altro “uarnamientu”, il tutto ritagliato e decorato “come un lenzuolo della prima notte di nozze”.

Aguzzando la vista sulle antichità già restaurate, si scorge l’intaglio di un Arcangelo Gabriele o quello di due innamorati sotto la scritta Mesagne 1946. Ogni “uardella” può richiedere tre o quattro mesi di lavoro e durante le fiere, intorno alla pregevole mercanzia de “lu Barracca”, prende vita una vivace asta a chi offre di più. “È un mestiere che morirà presto, non dà da vivere a una famiglia”, spiega l’artigiano, “ecco perché qui discepoli non ce ne sono. E non perché non li voglia, anzi, un po’ d’aiuto farebbe comodo, ma non li potrei pagare. Al giorno d’oggi chi viene solo per imparare?”.
Leonzio ha quattro figli, di cui tre falegnami, nessuno sulle sue orme, anche se proprio loro hanno spinto il padre verso quest’arte, riportandolo a contatto con gli amati equini dopo anni che, non avendone, si accontentava di guardare. “Io un cavallo lo misuro e lo valuto con lo sguardo: inizio dai piedi per poi salire alla testa, ne riconosco l’andatura, so già se i ferri, come le scarpe, hanno bisogno di una sistemata, se vanno meglio con o senza tacchi”. Le attenzioni del maniscalco però le riserva solo “ai suoi” e ha anche “brevettato” un modello di ferro segreto per un cavallo che, avendo perso un’unghia, camminava con difficoltà. Lo stesso cavallo che una volta portò al mare, alla Salina dei Monaci di Torre Colimena, perché alcuni balordi, nel tentativo di rubarlo, gli avevano anchilosato le zampe. Leonzio ebbe l’idea di “gettarlo” nelle acque della salina per stimolare il cavallo alla sopravvivenza. Andò bene e l’animale tornò alla smagliante forma di un tempo. Anche la somministrazione di medicine, ai suoi cavalli, la decide da sé: “Le stesse che prendo io, moltiplicate per peso”.
Dottore e fisioterapista, quindi, oltre che sarto “guarnamintaru”, che sia anche l’uomo che sussurra ai cavalli? “Certo che ci parlo”, esclama, “con Aramis, che è di mio figlio, ci parlo eccome. Vado da lui quattro volte al giorno, mi sente arrivare, riconosce l’auto e inizia a fare il pagliaccio. Ha solo venti mesi, è ancora come un bambino, ma basta un mio sguardo e subito capisce che non si scherza”. Poi Leonzio dà dimostrazione di abilità con la frusta: “Come questa”, sfarfalla la mano, “ad Avetrana non ce n’è, la faccio perfino suonare. E poi c’è Piero, che pure le fa suonare due per volta”. Cresciuto in questa bottega, Piero è un giovane ventitreenne che ogni giorno passa da qui, come l’amico Nicola: un’occhiata e sa già se è venuto qualcuno, se si è venduto o spostato qualcosa.
Tra “ssuje” e “petterrali”, “uardelle” e folte chiome, conquistata la simpatia del buon artigiano, una scala a pioli conduce all’ammezzato dove vecchie coperte custodiscono cari ricordi del padre: i finimenti dei suoi cavalli, preziosi ornamenti vecchi almeno 150 anni realizzati dal capostipite dei maestri Guarini di Mesagne, da cui esplodono pennacchi di pelliccia di tasso, “la milogna”, lustrini e campanelli, nastri e colori. “Non li fa vedere a nessuno”, sussurra Nicola, “sono le vesti delle grandi occasioni”, come la sfilata in onore di Sant’Antonio. Solo quel giorno sfilano, carichi di fascino, per farsi ammirare da sguardi incantati. “Sono ormai pochi gli appassionati e i veri traini si contano appena”, sospira, “ma per la festa tutti passano da qui per una sistemata, come una signora al parrucchiere”, sulla scia del celebre canto popolare “lu preggiu de lu trainu è lu cavallu, lu bellu de la donna è lu capellu”.
Clienti ed estimatori arrivano ad Avetrana da Noha, Cavallino, Galatone, Nardò, e non solo. Nelle fiere capita che qualcuno venuto da altre regioni, guardando le sue opere, affermi “Ma tu sei Barracca!”. Occhio vispo, mano ferma e precisa, “Barracca” sa bene che il suo è un mestiere in via d’estinzione, non se ne dispiace (dice), ma persevera più per passione che per denaro, e potrebbe continuare a spiegarne i segreti, a mostrare i pezzi di gran lusso e i lavori più impegnativi di restauro facendo trillare i sonagli e “musicando” la frusta ma, occhio alle lancette, Aramis aspetta il suo padrone, è l’ora del fieno...