Dagli antichi libri alle pergamene:
le storie perdute da portare in salvo
di Valeria Nicoletti

Un libro per me è come un ammalato. E io devo trovare la giusta cura per lui”. È Antonella Aprile a parlare, 37 anni, restauratrice di pergamene, carte, stampe, disegni e libri antichi, anima della bottega al civico 12 di vico Vernazza. Dove il traffico non arriva, in un discreto vico di Lecce vecchia, ha inaugurato il suo laboratorio di restauro di testi antichi circa un anno fa, prima porta a destra nella corte di uno dei palazzi più schivi del centro storico, che le offre il silenzio e la quiete necessari per “ascoltare” i libri.
E sotto le volte a stella di tre piccole stanze, linde e ordinate, di vecchi tomi ne sono passati tanti, ma non solo: antichi manoscritti, schizzi d’autore danneggiati dal tempo e anche un registro di morti del 1400, con tanto di teschio e scheletro sul dorso. Tutti in attesa di un intervento, “che fosse il meno invasivo possibile”, aggiunge Antonella.
Lei, infatti, è per il restauro conservativo, tanto da optare volentieri per il cosiddetto piccolo restauro, ovvero un intervento che coinvolge solo le parti danneggiate, senza smontare la coperta, scucire la rilegatura e quasi “sciogliere” il libro in fogli.
“I miei professori mi ripetevano che ogni frammento di libro asportato è un pezzo di storia, di patrimonio andato perduto”, dice. L’intervento di restauro dunque è invasivo solo quando non si può farne a meno. E, per avvicinarsi il più possibile alle antiche tecniche di conservazione, ai materiali originari, si usano gli stessi collanti, si ricreano le stesse “pozioni” che hanno preservato l’incantesimo di un testo o di una miniatura per millenni.
Non c’è niente di più resistente, ad esempio, del succo d’aglio, ottenuto strizzandone la polpa in una garzina e facendo filtrare il succo. Si ottiene un collante così potente che, tenuto per troppo tempo sulle dita, le lascia incollate. O ancora il tuorlo o l’albume dell’uovo, il miele, usato per ricoprire le miniature. Trucchi antichi, accorgimenti ingegnosi, che convivono accanto alle moderne tecnologie facendo di Antonella quasi una detective letteraria. Come il tavolo luminoso, dove posizionare il foglio e osservarlo. Importantissimo per scoprire in che direzione suturare gli strappi, la luce al neon permette all’occhio umano di scrutare tra le sottili corde della filigrana. E, a un occhio che sappia già dove guardare, la carta rivela tutto il passato di un libro, dalla provenienza all’incuria degli ultimi proprietari.
La carta nasconde segreti, affatto indecifrabili: alla luce di una lampada, un libro antico tradisce le sue origini. Non di rado, infatti, nascosto nella filigrana, si trova lo stemma intrecciato di una cartiera, come la manina che sta per sfiorare la rosa, simbolo della cartiera renana, o ancora l’inconfondibile giglio fiorentino. Si va ancora più indietro, invece, quando si parla di miniatura, e qui ci vuole la lente d’ingrandimento. “Anche i miniaturisti di una volta la usavano”, racconta Antonella, “per poter disegnare su supporti minuscoli”. I primi miniaturisti europei, i monaci amanuensi, lavoravano ricurvi sulla lente, e un poggiabraccio accanto. Il polso fermo, la mano immobile, gli occhi fissi dinanzi al millimetro di carta da istoriare, chini sui colori, sui pigmenti di oro e pietre preziose, finché la vista lo concedeva. “Anche oggi”, continua, “solo con la lente si afferra la bellezza, la meraviglia di una miniatura e se ti avvicini vedi anche i pori della barba di un santo”. Con la sola forza delle immagini, le miniature raccontavano intere parabole, i capilettera realizzati con pigmenti preziosissimi si facevano parola. “Anche gli alti uomini di chiesa avevano capito il potere della figura”, racconta Antonella, “e affidavano ai pittori della realtà, come Michelangelo o Raffaello, il compito di narrare la parola di Cristo agli ‘illitterati’, mentre, durante la cerimonia liturgica, si usavano gli ‘exultet’, lunghi rotoli di carta pergamenata dove, da un lato, era scritta l’omelia, dall’altro la sua traduzione in immagini per affascinare la platea di fedeli con lo splendore delle figure”. Piccoli artifici di un clero in difficoltà, ma anche esempi della potenza delle immagini. E dell’importanza dei libri. Varcare quindi la soglia di questo laboratorio non è solo ritrovarsi in uno degli angoli più ritirati dell’intera Lecce, ma anche addentrarsi in una storia iniziata con la nascita della carta, con il primo uomo che ha impugnato una penna, e osservare dall’interno una bottega un po’ atipica. Qui, infatti, il mestiere non si impara osservando, accovacciati sugli sgabelli accanto al maestro, in silenzio, ma con anni di studio e dedizione. Nel caso di Antonella, presso la Scuola di Alta Formazione di Cremona. “Mi è capitato di imbattermi in molti restauratori tuttofare nei dintorni”, rivela Antonella, “che intervengono su un libro antico pur non avendo studiato, rischiando di mandare al macero secoli di storia”. Antonella legge il latino, conosce le scritture dei manoscritti, sfiora le setole delle spazzole e distingue quella che può pulire la pergamena e quella più delicata per accarezzare le miniature, e sa riconoscere gli inchiostri resistenti all’acqua da quello nerofumo, idrosolubile, a cui è proibito ogni tipo di lavaggio, pena la perdita di intere pagine. Da perfetta ospite, sa ricreare per le sue pergamene la giusta temperatura, che non deve superare i 60 gradi di umidità e i 18 gradi di calore.

“Carta chiama carta, pelle chiama pelle”, dice Antonella. Il tipo, la sfumatura, lo spessore del materiale deve essere necessariamente identico a quello di partenza perché il restauratore è come un traduttore: fa un buon lavoro quando non ci si accorge del suo intervento. Ad occhio profano naturalmente. Antonella sfogliando le pagine di uno dei libri che giace sul tavolo da lavoro saprebbe dire con certezza quanti restauratori sono arrivati prima di lei, come hanno operato, quanti amanuensi hanno preso parte alla copiatura di un manoscritto e se il libro proviene da una biblioteca povera, in tal caso avrà una rilegatura umile e modesta, oppure è figlio di una biblioteca ricca o aristocratica, allora avrà la rilegatura in pelle, anche con impressioni in oro. “Cose che andando a bottega difficilmente si imparano”, conclude. Per il resto, pura tecnica e uno straordinario guizzo d’inventiva.
Come quando si ritrovò sotto le mani un prezioso corale del 1400, studiato poi per la sua tesi, dalla coperta semidistrutta e con gli angoli in ottone malandati e ricostruiti male. “Andai a prendere una lastra d’ottone”, racconta, “ma era lucidissima, inservibile a me che dovevo inserirla in un volume vecchio di secoli: allora l’ho annerita con i fumi dell’ammoniaca, invecchiandola e l’ho affiancata alle borchie antiche di millenni”. Sembra quasi un lavoro di decorazione questo, un intervento pregiatissimo, “ma è solo un falso”, chiosa Antonella. Forse l’unico permesso ai restauratori in nome della buona riuscita dell’intervento. Mai, infatti, un restauratore ligio all’etica professionale si azzarderebbe a sostituirsi al filologo per ricostruire, oltre alla lacuna materiale, anche quella testuale. “Quello sì, sarebbe un falso d’autore”.
“Io riempio i vuoti, recupero le mancanze”, continua, “e quando inizio il restauro so esattamente cosa sto per fare”. È un campo, questo, dove non sono ammessi errori. Solo fino ad un certo punto tutto è reversibile, a cominciare dal collante potentissimo, ma che si arrende all’acqua. Quando, affilate le lame, si comincia a tagliare e incidere la pelle, non si torna più indietro.
Solo rare volte è concesso il gioco, ci si può sbizzarrire aspettando di stupirsi da soli e lasciarsi andare all’immaginazione nell’incertezza del risultato: annegando la carta e mischiandoci il colore. “Bisogna poi aspettare che il colore si apra e si adagi sulla carta; in seguito si stende o si modella con piccoli rami di bambù o si riga con alcuni chiodi”. Così si ottengono le bellissime carte marmorizzate o pavonate, fogli che colano ghirigori di colore, che si usavano per foderare le controguardie, una sorta di seconda di copertina, nei libri del Cinquecento. “Fogli così belli che qualcuno li ha voluti come quadri”, sorride Antonella.
E se questo è il lato artistico, quello artigiano si scopre andando a sbirciare la serie di attrezzi che riposa, in attesa dell’uso, sulle mensole in legno. “Io sono l’unica nei dintorni a restaurare i libri, quindi, attrezzi per me non se ne trovano. Non mi resta che fabbricarli”, dice. Prima fra tutte la colla, “che molti pensano fatta di farina”, aggiunge Antonella, che invece usa un amido batteriologicamente modificato, perché non attiri insetti. O ancora, gli angoli delle lame che si smussano perché troppo aggressive, gli utensili del calzolaio che si riciclano in un nuovo utilizzo e il bastoncino d’ebano levigato che si fa della misura adatta per poter entrare in ogni casella, cioè tra un nervo e l’altro.
Le parole qui trovano un nuovo significato: i nervi non sono altro che i rilievi in pelle che segnano il dorso del libro, tra i quali si stende la casella. Qui si impara a prendere un libro non dal capitello, cioè non dall’alto con un dito, ma ad afferrarlo con l’intera mano dal dorso. “Le scuciture dei capitelli”, spiega, “un tempo ricamati in seta a spina di pesce o a otto, cioè con un doppio filo rinforzato ottenuto con aghi ricurvi, sono proprio i segni di tante dita”.
Antonella è un fiume in piena, ogni aneddoto le richiama un’altra storia, un’altra informazione da comunicare, un’altra tecnica da illustrare. Capelli biondi, pratici e corti, camice bianco, mani esperte e una parlantina vivace e curiosa, che sembra voler recuperare le tante ore trascorse in solitaria, non esita a ringraziare sulla soglia di casa come se non fosse stata lei a schiudere le porte di un altro universo, celato dietro un palazzo insospettabile.
Pronta a svelare tutto il suo laboratorio, spinta dalla passione addirittura a recuperare dagli scarti delle accademie una coperta in pelle del 1513 solo per portarsela a casa, sempre dalla parte dei libri anche quando l’incuria dei proprietari li dimentica nella sua bottega, Antonella lavora quotidianamente per portare in salvo storie perdute, per preservare manoscritti preziosi, riscoprendo piccole chicche dimenticate, come un promemoria o un segnalibro rinascimentali. Porta avanti ogni giorno una battaglia contro il tempo sì, ma anche contro l’indifferenza dei proprietari e, tutto può capitare, addirittura contro i piccoli incidenti domestici. “Perfino la pipì di un gatto”, racconta, “che una volta scambiò per tappetino personale un volume vecchio di secoli!”.