Storie di mare, pesce e aragoste:
una vita negli intrecci delle nasse
di Valeria Nicoletti

Un gallipolino non si racconta lasciando da parte la città bella. C’è chi ci prova, ma è una partita persa in partenza. Gallipoli, irritata, si insinua tra le immagini e le parole. Il vento ti richiama all’ordine, le onde si infrangono ancora più forte sulle carene azzurre a riposo nel porto e attirano l’attenzione dell’illuso che ha pensato di lasciar fuori Gallipoli dalla sua storia. Così, parlando di Francesco Bianco, 83 anni a San Martino, pescatore e intrecciatore di nasse, non si può non raccontare del porto, della banchina deserta e silenziosa sotto il sole del pomeriggio, del riposo ozioso (e in questi giorni forzato) dei pescatori, della facciata linda e placida del Santuario di Santa Maria del Canneto, e del piccolo avamposto sul mare, dimora di Santa Cristina e rifugio della gente di mare.
I raggi abbacinanti del pomeriggio inoltrato, il silenzio rotto solo dall’oscillare delle barche, il baluardo della fontana greca romana segnano l’accesso al mondo dei pescatori, fatto di reti abbandonate al limitare della banchina, di ricci di mare e spugne, di tempo che cola e odore di pesce fresco nel naso. E qui, chiedete dell’artigiano delle nasse, il più anziano, quello che intreccia il giunco appoggiato ai gradini del Santuario di Santa Maria del Canneto e, prima delle solerti risposte dei pescatori in canottiera bianca adagiati sulle sedie sparute del bar, sarà il mare a indicarvi la strada verso chi del colore del mare ha gli occhi e la camicia.
Il signor Francesco guarda il porto cambiare colore, la sua ombra allungarsi sul pavimento lastricato della piazza, come un’elegante e singolare meridiana. Vestito di tutto punto, in camicia blu, arriva da solo al porto con la sedia sulle spalle e va a godersi il profumo del mare all’ombra della cappella di Santa Cristina. E anche se non aspetta nessuno, accetta di buon grado l’appuntamento con chi va a chiedergli delle nasse.
“Aspetta, ca scia’ lla pijamu”, si alza e ritorna da dove è sbucato, da una piccola stradina che guarda in faccia il Rivellino. E da lì torna di nuovo, trascinandosi dietro un’enorme campana di giunco, in un’originale sortita che però nessuno si volta a guardare, perché le nasse, capolavoro di un ingegno tutto gallipolino, sono di casa qui al porto.
Tornato alla sedia fa: “Eccula, ’a nassa!”, giunco, metallo e storia intrecciati insieme in una rotonda scultura di canna per mezzo di filo ed esperienza legati insieme dalla “cucedda”, la pinza di ferro, unico attrezzo del mestiere.
Stupore e semplicità in camicia, mani rigate e pelle spremuta dalla salsedine: è lui l’artigiano delle nasse, citato anche nei siti Internet dai viaggiatori curiosi, e la sua storia è altrettanto semplice come il suo sguardo, la sua vita assomiglia a quelle di tanti artigiani salentini che hanno imparato il mestiere di famiglia seduti accanto al padre.
“Questa è l’arte di mio padre”, esordisce, “e l’ho imparata nella sua bottega”. I vecchi mestieri sono conservatori, hanno sempre le stesse abitudini. Restii alla teoria, sono per la pratica. E, come in ogni bottega che si rispetti, anche in quella dei Bianco la preziosa arte di famiglia si apprendeva solo guardando. Niente domande, ma occhi svegli e attenti, pronti a cogliere le astuzie della mano esperta e veloce. È così che l’arte delle nasse “dal bisnonno di mio nonno si è tramandata ai miei dieci figli. Questo è un mestiere di settima generazione”, spiega il signor Francesco.
Nonostante l’apparenza, però, questo antico costume non produce nuovi servi della gleba. Sebbene fosse un buon metodo per assicurarsi un lavoro già dall’infanzia, imparare l’arte del padre è stato innanzitutto un piacere, un dare continuità, in maniera del tutto naturale, ad una tradizione gallipolina.
“Questo mestiere mi piace”, conferma il signor Francesco, “anche se prima facevamo la malevita e io mi sdoppiavo con due lavori”. Si riferisce ai tempi in cui il lavoro non mancava, neanche nell’affollato bar del porto, l’attuale bar Canneto, un tempo proprietà dei Bianco e soci. “Facevo due mestieri, ma le nasse le portavo con me”. Dallo spiazzo del bar ai gradini del Santuario del Canneto, infatti, il passo è breve. E lo fu pure per il signor Francesco. È stato naturale lasciare le nasse in bella mostra proprio dinanzi alla chiesa, a pochi passi da Santa Cristina e venne da sé la leggenda dell’artigiano del Canneto, che intreccia le nasse benedetto dalla Madonna.
Per vent’anni si divideva tra il bancone del mare e la fedele “cucedda” che lo attendeva sui gradini del Santuario. “Campare per non morire”, questo sembrava essere il suo motto che ripete ancora oggi, che ci sono i “guastamestieri” a rendergli la vita difficile. Più che i delfini, infatti, noti sabotatori di nasse e affini, è la pesca con le reti e i tramagli a rovinargli la piazza, a lui che a 83 anni non vuole ancora abbandonare il mare.
“Le nasse però si usano ancora”, continua, “noi peschiamo solo così”. Alle quattro della mattina si lascia il porto. Essenziale l’equipaggio, il signor Francesco e il figlio. E con loro la serie di nasse, munite di esca. L’esca non è altro che farina di fave, tostate a metà e poi macinate. La farina, “schianata, come quando si fa il pane in casa”, si inumidisce e si appallottola intorno alla corda legata alla nassa. Questo l’ingannevole richiamo per i pesci ignari che, una volta entrati nella trappola di giunco, non riusciranno più ad uscirne. Nelle nasse finisce di tutto: dalle orate alle triglie, alle aragoste, ai più piccoli pupilli e alle “ope”.


A volte si torna a casa anche con venti, trenta chili di pescato, però ci deve essere “la corrente ca ne piace a lu pisce”. Calate le nasse, si attende una giornata intera prima di “salpare”. Pesca passiva, quindi, tuttavia non inconsapevole perché agli uomini di mare basta anche una sottile bava di vento per indovinare l’esito della giornata.
Quando si rientra a casa, si fa base al deposito per lasciare le nasse al meritato riposo. O in esposizione. Dipende dai punti di vista. Sì perché, non solo pescatori ma anche turisti si affacciano alla bottega del signor Francesco, un piccolo laboratorio alle spalle del bar occupato dalle nasse che ti sovrastano da ogni lato. Ce n’è di ogni forma e dimensione, per i pesci facili e quelli schivi, per le difficili aragoste e per i docili zerri. Tutte in bella mostra, per vederle prima, per capire subito quale ha bisogno di essere riparata o affinata prima di una battuta di pesca. Solo una, nascosta dietro la porta, è rimasta nella busta. Dentro una nassa minuscola.
“Questa l’ho comprata per un’amica”, dice il signor Bianco, “la vista non mi permette di farne di così piccole e poi io non le vendo. Ne vengono tanti a chiedermi le nasse ma a me servono per pescare”, si giustifica. E guardando queste silenziose campane di giunco, ogni filo un sospiro di pescatore, ogni intreccio una lacrima di pesce, si capisce subito come queste enormi figlie dell’esperienza possano fare gola a chi vuole portarsi a casa un pezzo della città bella.
Perché questo sono le nasse. Un mattone di kalé polis, proprietà di Gallipoli, “dal ’700”, aggiunge il signor Francesco raccontando delle prime botteghe di nasse, risalendo la spirale del tempo, ed è curioso osservarlo mentre si destreggia tra date, secoli e controversie storiche, lui che sa leggere solo le trame fitte dei giunchi intrecciati e l’unica storia che conosce è quella del suo mestiere, che si consuma insieme alle sue mani, come sabbia di un’impietosa clessidra. E proprio nell’insistere su questo legame, sembra invitarti a diffidare delle nasse non “made in Gallipoli”, perché se nassa c’è, la città bella ci ha messo lo zampino.
Gallipoli e la pesca, simbiosi e osmosi allo stesso tempo, sale e superstizione benedetti da Santa Cristina. Non si può immaginare kalé polis senza i pescatori, senza i pescherecci azzurri ancorati al porto e non solo perché la città è protesa sul mare, ma perché la pesca è nata con Gallipoli, così come le prime rudimentali imbarcazioni e i primi uomini di mare. La pesca è nata insieme alla fede nella protezione di Santa Cristina, insieme alle credenze sulla santa che porta la stella e governa il mare. La pesca scrive i ritmi naturali della città, vuole per sé le prime ore della mattina ma regala pomeriggi oziosi. E oggi, che la pesca ha anche un tocco folcloristico con gli schiamazzi del mercato del pesce, con i ghirigori delle reti abbandonate sul porto, non sembra la solita città bella la Gallipoli di questo pomeriggio con il mare silenzioso, che tradisce una tormentata attesa.
I pescherecci vuoti, la banchina deserta lasciano intuire che Gallipoli aspetta qualcosa. Per più di un mese, i pescatori gallipolini hanno lasciato al mare il compito di sorvegliare le barche, restando a casa. Si è appena acquietata, infatti, la protesta per il caro prezzi del gasolio, aumentato nel volgere di un anno del 200 per cento circa. Una protesta questa, che coinvolge anche i pescatori di Leuca e Porto Cesareo e che ha determinato un lungo periodo di fermo dei pescherecci e la conseguente scarsità di pesce fresco nelle pescherie. I pescatori hanno infatti aderito allo sciopero nazionale della pesca, chiedendo agevolazioni finanziarie per fare fronte all’incremento vertiginoso del prezzo del carburante, mezzi più moderni e sicuri e una politica volta al ripopolamento ittico. Il corteo lungo il corso di Gallipoli è stato il preludio alla più sentita protesta nella capitale dell’11 giugno, quando si è tenuto anche il tavolo di concertazione tra le marinerie e il Ministro delle Politiche Forestali.
Da qualche giorno, invece, pare che a Gallipoli sia tornata la calma. I pescatori hanno ripreso il mare, forse, tenuti a bada da qualche promessa, si spera non da marinaio, forse per nostalgia di una bella zuppa di mare con il pesce fresco. Tant’è che, con la luna ancora alta nel cielo, i pescherecci hanno salpato gli ormeggi e sono partiti alla volta di una nuova battuta.
Anche il signor Francesco, raccolte le nasse, ha preso il largo insieme a suo figlio. Terrore dei pesci gallipolini, i trabocchetti di giunco riposano di nuovo sul fondo del mare in attesa di prede ingenue e gustose. Ancora le nasse scendono negli abissi delle acque ma non in quelli dell’oblio, pronti ad avviluppare abitudini e tradizioni consunte e in disuso.
Forse il signor Francesco porterà con sé la leggenda dell’intrecciatore di nasse chino al lavoro sugli scalini del Canneto, ma la ritrovata curiosità per questo antico mestiere, la perizia delle mani dei suoi figli, l’amore nascosto che Gallipoli e i gallipolini conservano per le loro preziose tradizioni fanno sperare che il filo intrecciato non fermerà la sua corsa e che le campane di giunco continueranno a suonare silenziosamente l’ultima ora dei pesci nelle acque di Gallipoli.