Funi, piccone e passione:
sui muri del barocco i gechi del duemila
di Valeria Nicoletti
Qui nel Salento, terra dalle dolci pianure, dove il sole arroventato fa sudare anche i più umili rilievi e scoraggia le pur timide colline e dove le uniche montagne sono campanili, castelli e antiche torri di scolta, esposte non solo alla tirannia degli anni ma anche all’indifferenza dell’uomo, chi sa farsi non pigra lucertola ma geco operoso si mette all’opera per curare i danni del tempo.
Daniela Festa, Gianluca Selleri e Chiara D’Agostino, speleologi da anni, sono oggi corpo, anima e mente della Gekoservizi, società nata la scorsa estate, che ha mutato una passione in professione per restituire bellezza e fascino alle strutture colpite dal tempo, senza sequestrarle agli occhi di nessuno. I gechi salentini, infatti, lavorano attaccati ad una corda, mettendo da parte cestelli e sgraziati ponteggi, muovendosi leggeri sulla superficie, in una sorta di simbiosi, in cui le mura si affidano a mani esperte e gambe agili e in cambio confidano i propri segreti a chi non le rinchiude in gabbie metalliche, lasciandosi osservare e scoprire da un punto di vista unico dove iscrizioni, decorazioni, particolari che dal basso si possono solo immaginare diventano reali, regalando in più uno straordinario colpo d’occhio sulla città, schiudendo l’orizzonte.
Proprio come i minuscoli animaletti di casa nel Salento che, in barba a chi li scaccia con la scopa, godono di panorami inaspettati, Chiara, Gianluca, Daniela toccano con mano le asprezze dei muri antichi, accarezzano lo smalto delle tegole dei campanili, respirano lo stesso vento che accompagna gli uccelli nel volo. Senza indugiare al sole come le lucertole ben note all’immaginario salentino, gli arrampicatori della Geko inseguono le perpendicolarità, mirando ad alti spazi, imbattendosi nei fregi nobiliari, negli stemmi patrizi o nella maestosità delle campane, specchiandosi in quei volti barocchi di santi e angeli leccesi, fatti apposta per essere guardati dal basso.
Un privilegio per pochi questo, che si traduce però in convenienza e opportunità vantaggiose per molti. In particolare per le amministrazioni locali. “Programmando attraverso il nostro intervento lavori di ristrutturazione o di consolidamento sulle facciate, si riducono i tempi di intervento, i rischi di furto e i costi”, spiega Gianluca, “per questo vogliamo farci conoscere prima di tutto sul territorio dove le occasioni di impiego sarebbero infinite”. Non solo, si potrebbe dare corso a lavori di restauro più veloci, economici e snelliti da ponteggi e impalcature, che costringono le più belle altezze architettoniche a soffocanti attese, ingabbiate dentro deprimenti ferraglie. Una fra tutte, il campanile del Duomo a Lecce.
“Purtroppo, qui ancora non c’è la cultura della manutenzione ordinaria, che andrebbe fatta almeno una volta l’anno, con una spesa modesta, senza aspettare l’emergenza per intervenire, a costi considerevolmente più alti”, spiega ancora Gianluca, “si finisce, perciò, per trascurare le crepe che si insinuano lentamente, l’umidità che avanza, i primi cedimenti che, lasciati proliferare, portano al deterioramento. Si arriva quindi inevitabilmente all’esigenza urgente di una manutenzione completa, molto più ingente dal punto di vista economico”.
“A volte basterebbe anche un semplice lavoro di monitoraggio”, continua Daniela, “che costerebbe di meno, perché consente di bloccare sul nascere l’insorgenza di mali peggiori, e poi, senza impalcature e trabattelli, il costo è nettamente minore”.
Precursore è stato il Comune di Otranto, primo committente importante della neonata ditta Gekoservizi, che ha inaugurato la sua carriera con il magnifico castello della città, le cui mura giacevano inermi, sotto l’assedio di erbacce e vegetazione infestante, apparentemente irraggiungibili dalla mano dell’uomo.
Battesimo di tutto rispetto, quindi, per i gechi di Lecce che lavorano spesso con altre ditte, in cantieri già esistenti ma incontrano ancora una certa diffidenza. “Più che scetticismo, si tratta di timore, e in alcuni casi vera e propria paura”, spiega Gianluca, “ma non è che vi fate male, no?, ci chiedono tutti. Paradossalmente sembra più sicuro passeggiare a venti metri di altezza su un ponteggio, che essere sospesi, imbracati, saldamente ancorati e assicurati”.
“Io, per esempio, soffro di vertigini”, rivela Daniela, “ma appesa alla mia corda, imbracata a dovere, mi sento sicura”. Sì, perché la normativa da seguire per gli operatori su fune è precisa e a prova di legge. “Prima di tutto l’ancoraggio, cioè il fissaggio della corda”, spiegano, snocciolando trucchi e segreti dell’essere geco, “noi di solito preferiamo gli ancoraggi naturali, dove la fune - anche questa assolutamente omologata e specifica per la speleologia, perché non è certo quella del ferramenta - viene fissata ad un elemento architettonico già esistente, come una colonna. Se non è possibile, si ricorre ad un ancoraggio artificiale, un po’ più complesso perché la corda va fissata ad un foro nella parete, fatto con il trapano, un’operazione che presuppone un piccolo progetto, verifiche e studi per valutare la resistenza e l’affidabilità del muro”.
Nel trio, è Gianluca l’esperto degli ancoraggi, in virtù della sua esperienza di geologo. Il testimone, anzi la fune, passa poi a Daniela, ‘braccio’ della società. “Una volta fissata, la corda viene srotolata. Ci si arrampica e si lavora per fasce verticali”, aggiunge. La fune, infatti, consente all’operatore un raggio d’azione di circa un metro su ogni lato. “Se ci si deve spostare anche di due metri, però, si scende per procedere ad un nuovo ancoraggio”.
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Fedeli aiutanti degli operatori su fune sono poi discensori e bloccanti, gli indispensabili ganci attraverso i quali passa la corda, usati rispettivamente per scendere e risalire. Gli attrezzi del mestiere sono attaccati all’imbracatura o riposti in un tascone. Per gli utensili più ingombranti, invece, c’è Chiara. Nonostante i ruoli non siano fissi, infatti, di solito è lei a fare da sorvegliante, a sovrintendere e controllare l’intero lavoro, passando gli attrezzi più pesanti, verificando che tutto vada bene, vigilando dall’alto o dal basso, a seconda che ci si cali o ci si arrampichi. Meticoloso nella procedura, il codice lo è altrettanto per quanto riguarda tempi e vestiario. “L’imbracatura che si usa per lavoro è diversa da quella che si usa nell’attività sportiva”, precisa Gianluca, “è sicuramente più comoda perché, secondo quanto stabilito dalla legge in materia, i turni di un operatore su fune durano circa quattro ore. Quindi cosciali, fasce e pettorali adibiti alla professione si adattano meglio alle linee del corpo”. A completare l’imbracatura c’è il caschetto sul quale viene montata la luce, la famosa torcia del minatore. Sempre secondo la normativa, poi, per calarsi giù in grotta servono due sistemi di illuminazione indipendenti, di solito uno elettrico e l’acetilene, un gas che alimenta la luce. “Si sta proprio con una fiammella sulla testa”, conclude Daniela. Attrezzature necessarie anche quando il sole batte forte sulle alte verticali da riassestare, e la brezza è un ristoro impagabile. Ma è quando si scende giù, ad affrontare la metà oscura, ma anche più misteriosa, di questo lavoro che la luce fioca della torcia diventa l’appiglio irrinunciabile, l’indispensabile sicurezza nella notte perenne dei cunicoli e delle cave.
Ed è proprio con la luce che si rischia di spaventare i pipistrelli, i padroni di diritto delle caverne. “Stiamo attenti a non disturbarli con il fascio diretto della luce o con un rumore eccessivo”, spiegano, “in fondo, siamo noi gli intrusi”. Ma gli spettrali mammiferi non sono gli unici animali che capita di incontrare nel fondo della terra. “Soprattutto sull’orlo delle cavità, è frequente imbattersi nelle tane dei tassi o delle volpi”. Quando la luce comincia ad illividire e il freddo è di quelli che non perdona, invece, restano solo ragni, tanti insetti e zanzare gigantesche.
Ordinaria amministrazione per chi è abituato a vivere la natura e sentire sulla propria pelle il sapore di luoghi incontaminati e inaccessibili a chiunque altro, aperti solo a chi si cala nel grembo della terra e osserva, dal basso, l’infinito del cielo che diventa spiraglio e poi buio.
“Non avrei mai pensato di fare questo lavoro”, confessa Daniela, restauratrice di quadri per molti anni, poi speleologa per passione dal 2002, anno dell’incontro con il Gruppo ’Ndronico, dove ha conosciuto Gianluca, Chiara e il suo lato più avventuroso. “Non sono un tipo sportivo, né estremo”, continua, “sono solo curiosa dell’insolito, dell’inconsueto. L’idea di fare il geco per lavoro è venuta per caso”, spiega, lei che è anche l’ideatrice del nome della società.
Gianluca, invece, è praticamente nato con l’imbracatura. “Lui è un animale da grotta”, scherza Daniela, “da piccolo si arrampicava nella culla”. Geologo, istruttore di speleologia insieme a Chiara, Gianluca le cavità non le visita, ma le inventa. Piccone in spalla, scende in grotta alla ricerca di nuovi percorsi, nuovi sentieri bui da portare alla luce. E da esploratore qual è, immagina di calarsi in grotta da solo almeno una volta nella vita. “È un’esperienza importante che ti dà anche la soddisfazione di entrare per primo in una cavità dove nessuno ha mai messo piede”, dice, “però la speleologia è una pratica complicata e bisognerebbe essere almeno in tre per scendere giù”. Tuttavia, anche se il rischio fisico è innegabile, le difficoltà sono soprattutto psicologiche. “È una sfida interiore, si combatte contro un proprio limite, quello che ti inibisce nel confronto con un ambiente che non puoi tenere sotto controllo, per il semplice motivo che non lo riesci a vedere. Ad esempio, in grotta, al buio, con la sola luce delle torce, è molto facile che si smarrisca la cognizione del tempo. Capita di scendere in grotta alle nove di mattina e uscirne la sera. È entusiasmante, ma una prospettiva del genere può anche spaventare”. E, dimentichi per un attimo dell’intervista, Gianluca e Daniela rievocano gite sotto la città più che fuori e nottate intere passate nelle cavità della terra, per poi venirne fuori alle prime luci dell’alba. “Non è difficile perdere l’orientamento”, continua Gianluca, “non si sa dove ci si sta avventurando e, spesso, anche il pensiero di una risalita faticosa ed esitante può scoraggiare”.
“Non è uno sport per tutti”, aggiunge Daniela, “molti ci si avvicinano per la voglia di provare qualcosa di nuovo, ma solo per pochi diventa una passione”. E per una ristrettissima minoranza si trasforma in vero e proprio lavoro. “Noi, comunque, non abbiamo inventato niente”, conclude Gianluca, “camminiamo, anzi ci arrampichiamo, in un solco già ampiamente tracciato da chi pratica quest’attività da tempo, nel Nord Italia, dove questo campo è meticolosamente regolamentato, in materia di tempi, attrezzi, spazi e così via. Proprio in virtù di queste leggi, la soglia dei rischi che si corrono è molto bassa. Non è così nella pratica sportiva, dove a volte un’iniziativa personale, la voglia di sperimentare può essere molto pericolosa. È per questo che per arrivare a fondare la società Geko, abbiamo seguito dei corsi e ottenuto le necessarie abilitazioni. E anche per una semplice escursione, occorre prima tanta pratica, esperienza e consapevolezza delle difficoltà che si andranno ad affrontare”. In altre parole, non ci si improvvisa speleologi. Tanto meno gechi.
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