SAGRE

 

Pazienza, calcolo e fantasia
Gli intrecci di paglia del signor Alfonso

di Valeria Nicoletti

“Dai, cominciamo”, così esordisce il signor Alfonso Gagliardi, 74 anni, occhi di ghiaccio e profilo distinto, impagliatore, aprendo cortese la porta della sua minuscola bottega nascosta nelle pieghe del centro storico di Lecce.
Ormai avvezzo a soddisfare le curiosità che sorgono spontanee di fronte ad uno degli ultimi impagliatori, abbandona la sedia su cui stava lavorando sul mucchio che aspetta di tornare a nuova vita e dice: “Io le aggiusto solo le sedie, non le restauro”, quasi volendo chiedere il perché di un interesse mai sopito nei confronti del suo lavoro. Proprio in nome di questo interesse, infatti, il signor Alfonso ha visto avvicendarsi nel suo laboratorio liceali che gli hanno dedicato articoli, turisti meravigliati dai suoi virtuosismi con la paglia, fotografi, vicini di casa che si sono decisi a chiedere qualcosa di più e addirittura un insolito Sgarbi, capitato da quelle parti per acquistare qualche pezzo d’antiquariato ed entrato nella sua bottega, irresistibilmente attratto da questo anziano signore, non seduto, bensì chinato su una vecchia sedia a lavorare. “Me lo sono conservato il nastro con Sgarbi, perché ci hanno ripreso mentre chiacchieravamo”, dice compiaciuto. “Ho pure le foto con lui”, racconta tirando fuori vecchi album, “e altre che mi fanno mentre sto lavorando e poi me le spediscono, alcune vengono dalla Germania”.
Poi monta su un piccolo sgabello di legno, inforca gli occhiali. E continua: “Sì, perché da cinque anni ho dovuto mettere i binocoli, ma ho sempre lavorato senza, forse perché ho gli occhi di gatto”, e riprende in mano la sedia. Si mette quindi all’opera, circondato dai suoi pochi ma indispensabili attrezzi del mestiere, “il cacciavite per sfilare un filo quando lo intreccio male, i ‘puntarieddhi’, piccoli punteruoli di legno per tenerlo tirato, la paglia, l’unica materia prima che ordino da Firenze, e ovviamente le mani, quelle sempre”.
Comincia così un pomeriggio da insegnante per lui, che ha rifiutato mille proposte e orde di apprendisti, non meritevoli del suo tempo, preferendo rimanere nel laboratorio a impagliare sedie per conto suo.
Sfila un filo dalla matassa di paglia e inaugura la sedia attorcigliandoci il primo intreccio. “L’importante è cominciare dal centro, perché solo così io posso misurare la distanza da un lato all’altro. E se salto qualche buco”, continua ermetico, “è solo per far coincidere gli intrecci. A questo primo giro, poi, ne seguono altri cinque, per un totale di sei, due orizzontali, due verticali e le due diagonali. Solo dopo ti puoi sedere, altrimenti la sedia la sfondi”.
Recupera dalla catasta di sedie alcune già ultimate, indicando spazi impercettibili ai profani, piccoli stratagemmi da veterano che riposeranno per sempre nascosti dai fili di paglia. “Qui ho saltato tre spazi, qui invece al primo intreccio ne ho saltati quattro”.
Risale sullo sgabello, “che ho fatto io, tutto io ho fatto qui dentro”, e riprende in mano il filo. “Non dovrei, perché non è tempo di andare in obliquo, ma ora ti mostro l’intreccio diagonale, che è il più rognoso”.
Gli occhi fissi sulla sedia, che piano piano comincia a prendere forma, il signor Alfonso ricorda regole e fondamentali della paglia. “Non esiste solo un filo, ma anche il controfilo. È per questo che bisogna prestare attenzione al lato. Il trucco è toccare il filo, infatti il nodo della canna, che lo fa inceppare, si sente tra le dita a occhi chiusi”. Ti affida il filo e gira intorno alla sedia, annodando e sistemando qua e là. “Quello che ho fatto adesso è un nodo alla marinara, la prima cosa che si deve imparare; questo è un nodo che non si staccherà mai”. A lui consegna quotidianamente tutto il suo lavoro, sicuro che non lo tradirà.
Sarebbe stato un ottimo insegnante il signor Alfonso. Con un occhio alla sedia e uno all’improvvisato discente, intuisce subito quando un’espressione perplessa significa riflessione o quando, nonostante movimenti lenti e precisi, non si riesce più a seguire il filo, è proprio il caso di dirlo, nella sua mano. Tutti i giorni intreccia, immerso nella placidità della sua bottega, disturbato solo dal vociare tipico delle viuzze della città vecchia, e mentre attorciglia filo su filo, smentisce quanti hanno definito il suo lavoro monotono e piatto. Dimostra che la sua è una semplice attività artigianale, fatta non solo però di manualità ma anche di pazienza, precisione, calcolo, lungimiranza e anche fantasia. “Una volta ho fatto un intreccio a stella, così per gioco. Era bellissimo”.
È proprio per far vedere com’è il suo lavoro che il signor Alfonso partecipa spesso a dimostrazioni sui vecchi mestieri.


“Di solito gli artigiani non vogliono perdere tempo con queste cose”, spiega, “ma alla fine ci vanno. Io pure ci vado perché mi fa piacere, anche se quando cominciano a dire ‘vedete ancora esiste chi fa queste cose e lavora la paglia’ e tutta quella roba lì, io faccio le corna”. Durante le mostre, alcuni si stupiscono, altri non sanno nemmeno cosa sia impagliare le sedie. Molti non capiscono questa che si potrebbe quasi chiamare arte della riparazione. La scelta del filo, controllarne la lunghezza, stare attenti perché non si inceppi al nodo della canna, regolare le distanze, seguire un canovaccio che è lo stesso da tempo immemore, aggiungendo però sempre nuovi segreti e accorgimenti al grande libro dell’esperienza.
“È per questo che lo faccio. Per me queste cose sono importanti, forse per altri no. Però io sono l’unico in provincia di Lecce a fare questo lavoro e mi piace mostrarlo. Di certo non ho bisogno di pubblicità io, chi mi deve conoscere già mi conosce e si fida di me”.
Il signor Alfonso da vent’anni ha decine e decine di clienti fissi. “C’è chi ritorna anche dopo quindici anni, soddisfatto del mio lavoro, per portarmi altre sedie. Io lo saluto e mi auguro di poterlo rivedere tra altri quindici anni, per chiacchierare ancora un po’. Così vuol dire che siamo ancora vivi tutti e due, no?”. Restano quindi i clienti fedeli di un tempo, ma sono i tempi ad essere cambiati. “Sì, perché anche se non ho mai perso una giornata di lavoro, prima si riparava molto di più. Ora la gente se rompe una sedia, la butta e ne compra una nuova. Però c’è ancora chi, quando mi scopre, mi ringrazia perché può recuperarne una alla quale era affezionato”.
E se il mestiere del signor Alfonso è ricco di curiosità, non è da meno la storia della sua vita durante la quale, neanche per un attimo, ha smesso di tirarsi su da solo. A soli dieci anni, si avvicinò timidamente a paglia e sedie, osservando suo padre che, ad occhi chiusi, non per sicurezza, ma perché cieco dall’età di tre anni, rimetteva a nuovo sedie rotte e dimesse, che aveva imparato a impagliare in un istituto per non vedenti, lo stesso dove, una volta completati gli studi, prese il posto di chi lo iniziò alla sua attività.
Alfonso, fruttivendolo già a dodici anni, poi venditore di caldarroste, panettiere, “e lo facevo io il pane, ho imparato pure quello”, infine camionista, non ha mai messo da parte l’arte del padre. “Prima si doveva per forza apprendere il mestiere che già c’era in casa”, spiega, “guardavo e imparavo, senza chiedere niente come si faceva nelle vecchie botteghe. Semmai qualche volta ero messo in guardia da qualche facile trappola”. Racconta allora di come il padre, pur costretto all’oscurità, indovinasse i suoi dubbi. Ricorda il modo in cui si aggrappava sicuro ai fili di paglia, come accarezzava le sedie per sfuggire ai loro tranelli, come se vedesse con le mani quegli intrecci, lui che era estraneo a certi imbrogli dettati solo da occhi stanchi e distratti.
“I miei fratelli presero altre strade e così faranno anche i miei nipoti, che già adesso non ne vogliono sapere”, aggiunge sorridendo, “io, invece, da quando mi hanno licenziato, sto sempre in mezzo alle sedie. Mi piace perché non devo stare alle dipendenze di nessuno. Adesso mi comando da solo”. E da quei pomeriggi passati all’ombra di suo padre, il signor Alfonso non ha mai più lasciato la paglia. “Qualche volta stavo via da casa per lunghi periodi, ma quando tornavo mi mettevo a lavorare, sempre su commissione. Da trent’anni il mio laboratorio è già aperto alle sette del mattino. Ogni giorno tranne la domenica”, precisa, “mentre il sabato alle undici chiudo e poi vado al barbiere, a fare la spesa, cose di ordinaria amministrazione”.
In trent’anni di carriera, pretese strane gli sono arrivate alle orecchie. “Un giorno arrivò addirittura un apprendista, se così lo vogliamo chiamare, che voleva essere pagato. Gli ho detto di andarsene, che l’avrei pagato io per non vederlo più passare di qua”. Ma la battaglia più umiliante è sempre la solita. Contrattare il prezzo con chi non riconosce valore, tempo e fatica al suo lavoro. “Però io non mi arrabbio. Dico sempre ‘io la sedia gliela faccio, se non le va bene non me la paga’ e mi metto a lavorare”. Ma poi quella sedia va sempre bene.