Navigando fra secoli d’arte e fantasia
con Valerio il restauratore

di Valeria Nicoletti

E' vestito elegante, di tutto punto. Sulle mani nessuna macchia di colore. Niente camice o cappellino in testa. Oggi è domenica, il suo laboratorio è chiuso ed è nella sua nuova casa che Valerio Giorgino, restauratore di Alezio, accoglie chi va a chiedergli del suo lavoro.
Di solito, a casa di un restauratore, non ci si aspetta di trovare volti segnati dal tempo, statue invecchiate e mobili screziati da piccole crepe. Non è così qui, dove gli oggetti hanno un’età veneranda e nessuna paura di rivelarla. “Quando si parla di restauro, tutti si aspettano che una cosa ritorni nuova”, spiega Valerio, “ma ciò che è restaurato non è nuovo, solo risplende della sua luce originaria, è fragile, delicato, conserva le tracce della sua età e va lasciato in pace”.
“Anche quello che ho io non è nuovo e nemmeno lo deve sembrare”, continua, aggirandosi per le stanze della sua casa. Nessuno scopo estetico, infatti, nessuna mania del bisturi per Valerio, sostenitore di un tipo di restauro solo conservativo, affinché ciò che era un tempo torni ad “essere” oggi.
“Non tutto si deve restaurare, la maggior parte delle cose che arrivano nel mio laboratorio vanno lasciate così come sono, senza essere disturbate o imbarbarite”, dice, lui che molte volte ha rifiutato di prestarsi alla smania del restauro a tutti i costi o di sottostare alle richieste di privati opprimenti e capricciosi. Come chi, incoscientemente, gli ordinava di sovrapporre le sue personali fantasie ad una meravigliosa decorazione ottocentesca.
Valerio viene dal liceo artistico e dall’accademia, e ha studiato il restauro prima di tutto sul campo, sa riconoscere quando il suo intervento è necessario e quando, invece, non è opportuno frenare l’azione del tempo.
Seduto sul divano, nel salotto di casa, racconta del primo approccio con l’arte del restauro, sotto le ali della sua vecchia insegnante, da cui poi ha preso il volo, aggiudicandosi il primo lavoro da solo per le suore di clausura della chiesa di Santa Teresa a Gallipoli, stanche di affacciarsi e seguire la messa da una triste e sciupata grata grigia. Da allora, lavora sempre su commissione.
Da quel primo incarico, di richieste assurde e “reati” commessi in nome del restauro ne ha visti tanti. Oggi è quasi dispiaciuto dall’assolutismo di clienti tiranni a cui deve obbedire, signori piccati quando si dimostra loro lo scarso valore di tanti piccoli oggettini recapitati con urgenza tra le sue mani. È insofferente di fronte alle inappellabili decisioni di chi non esita a tradire la vera natura di statue e decorazioni “pur di avere qualcosa di cui vantarsi e da mostrare agli amici”.
Gli scappa un sospiro quando pensa al Cenacolo di Leonardo, restaurato in dieci anni, tempi impensabili qui dove la smania del restauro, questa frenesia dei tempi prettamente meridionale, lo costringe a liquidare in pochi anni gioielli che meriterebbero una vita intera.
Come la Chiesa della Purità, a Gallipoli, dove sta lavorando da due anni, affiancato dalle sue collaboratrici. Altari, tele, pavimenti, affreschi da risistemare. “Abbiamo appena trovato un finto marmo sull’altare”, rivela, venendo meno a una sorta di segreto professionale, “ma il suo destino è nelle mani della Sovrintendenza, se vorrà darci il tempo di riportarlo in vita oppure no”. È proprio a questo punto, mentre continua a raccontare delle battaglie perse e di quelle ancora in corso che ti stupisce. “In fondo”, rivela, “a me non piace restaurare”. Resta un momento in silenzio, prima di sbottare in una risata, sicuramente nata dagli occhi sgranati del suo interlocutore. “Mi spiego, io amo il restauro perché riporta alla luce quello che il tempo e l’incuria hanno cercato di far cadere nell’oblio. Ma non mi piace il lato creativo del mio lavoro. Io seguo i modelli e le regole della mia arte, schemi molto tecnici e sono felice quando posso fare a meno del ritocco finale, operazione trascurabile quando ci si è assicurati che i colori di una tela o le rughe di un volto di cartapesta non verranno deturpati almeno per un po’ di anni”. Parla così del consolidamento, l’indispensabile rafforzamento dell’opera, prima di procedere con il restauro, della pulitura, primo passo verso la scoperta del lavoro originale, “che noi facciamo con i nostri cotton fioc artigianali”, spiega, “cioè ovatta arrotolata sugli stecchini degli spiedini, imbevuta di solvente”. Ancora, parla della “foderatura”, necessaria quando si ha a che fare con tele molto delicate, da ricoprire con la carta velina, fatta aderire con i ferri da stiro per far asciugare la colla. “Operazione suicida in estate”, aggiunge, ricordando che ogni fase del suo lavoro richiede pazienza, tempo e precisione, virtù che mal si accordano con le pressioni dei committenti. Proprio la superficialità degli ultimi clienti, infatti, gli ha rubato un pizzico della sua passione.


“Prima lavoravo fino alle dieci di sera”, racconta, “ma adesso, fatte le mie ore, ripongo bisturi e pennelli e chiudo il laboratorio. Il lavoro è lavoro. Anche se lascio volentieri che il restauro invada il mio tempo libero”. E aggiunge di essere bersaglio degli scherzi dei suoi amici, che lo canzonano quando, anche senza accorgersene, “restaura” tutto ciò che gli capita a tiro. “Anche mio fratello mi prende in giro quando mi vede sbrogliare un filo o stirare con le mani un foglietto stropicciato”. Sì, perché Valerio non smette mai i panni del restauratore. “In questo periodo, quando lascio la chiesa, mi dedico alla mia casa”.
Quella che lui chiama modestamente casa, è un palazzotto antico, nascosto dietro un’insospettabile porticina nel centro storico di Alezio. Una splendida dimora da ultimare, dove libri, ninnoli e una curiosa zampogna aspettano ancora di trovare una sistemazione. “Questa è la mia casa-museo”, così la definisce e racconta che spesso i suoi amici si chiedono se farsi o no il segno della croce una volta entrati, per via di quella singolare collezione che troneggia nelle stanze. Una suggestiva raccolta di campane di vetro, alcune anche molto antiche e preziose che fanno da cupola discreta a santi e natività. “Ne ho circa una ventina”, dice, “molte sono regali, ma alcune le ho anche comprate io, scovandole in qualche mercatino”. Una predilezione nata in tenera età la sua. “La prima campana di cui mi sono letteralmente innamorato”, racconta, “la vidi a dodici anni, a casa di un’amica di famiglia. Era una bellissima Madonna Addolorata e, per intercessione di mia madre, fu mia”. Questa la prima di una lunga serie che conta anche una Natività, appartenuta al nonno paterno, dove in un piccolo foro è conservata una pietruzza di Betlemme.
Ogni camera, ogni ambiente rivela una traccia del suo amore per questi oggetti, che Valerio colleziona non per una morbosa devozione, ma per puro gusto artistico. Lo stesso che ha spinto lui e il fratello a ideare e costruire uno splendido presepe napoletano, che dimora in una stanzetta della casa, interamente riservata a questa dettagliatissima installazione, iniziata nel ’94 e cresciuta negli anni, variegandosi e popolandosi via via di nuove scene e personaggi.
Rinato grazie al lavoro delle sue abili mani, il palazzo, con le sue decorazioni, gli affreschi, le volte maestose, è solo una delle ultime scoperte. “Si scopre sempre qualcosa nel mio lavoro”, dice, “soprattutto se ci si porta in ogni occasione un bisturi dietro”. Sì, perché c’è sempre una superficie da grattare, e c’è sempre qualcosa di nascosto sotto vernici inopportune. “La mia scoperta più bella”, continua, “è stata sicuramente la Madonna della Lizza, la mia Madonna, che tutti pensavano fosse bianca e, invece, celava uno splendido manto blu, stellato, che adesso è tornato a brillare”. È questo il lavoro più importante per Valerio, che alle tele preferisce la cartapesta delle statue, volti più docili da restituire allo splendore originale.
Inoltre, da quando ha sperimentato sul campo, arrampicandosi sul barocco delle chiese di Lecce, quanto è duro lavorare la pietra, combattendo invano contro pioggia e vento, preferisce rifugiarsi nel suo laboratorio, nel cuore di Alezio, dove ad attenderlo ci sono pennelli, colle, vernici e il rumorosissimo compressore, indispensabile per il tocco finale. Qui ha riportato in vita opere bellissime sottraendole alle grinfie del tempo e si è indignato di fronte a pesanti mani di vernice, buttate lì per caso o per mancanza di volontà. Colate di colore, usate quando non si sapeva più cosa fare di fronte a una foglia d’oro capricciosa o ad affreschi che si sbriciolavano tra le mani. “Tutto sommato, dobbiamo ringraziare questi restauratori se adesso ci siamo noi”, dice sorridendo, “in fondo, spesso ci chiamano per riparare ai loro sbagli e poi, con quelle coperte di vernice, hanno paradossalmente protetto decorazioni e fantasie preziose”.
Con quest’ironico grazie agli artefici dei “delittuosi” restauri del passato, Valerio chiude il suo scrigno di esperienze e ricordi. Sono volate due ore nel salotto della sua casa e, vinta la reticenza a parlare di sé, ha ripercorso la sua storia, meravigliando e meravigliandosi, imbarazzando e confondendo a sua volta quando mostrava sicurezza nel destreggiarsi tra secoli e secoli di arte e fantasia. Adesso, il cielo dalle finestre è ormai nero e le ombre delle campane sul pavimento si sono allungate. È ora di andare. In fondo, oggi è domenica e non si parla di lavoro.