Il cartapestaio e Stella
Segreti e meraviglie per vestire santi e madonne

di Valeria Nicoletti

Non si entra di passaggio nella bottega Gallucci. Chi arriva al civico 31 di via Cerrate Casale e si affaccia nello storico laboratorio della cartapesta, che vive in quest’insospettabile stradina della semi-periferia di Lecce, conosce già il maestro Carmelo e il suo rinomato atelier, che veste da decenni santi e madonne, solo e soltanto su commissione, e sa già cosa troverà.
Ad accogliere ospiti e curiosi, c’è un’allegra bandiera della pace, che saluta da un disordinatissimo soppalco e sembra dare il benvenuto nella bottega. Un benvenuto caldo e cortese, come il maestro Carmelo che, in silenzio, ti stringe la mano, fa spazio tra le sue creature di cartapesta e lascia che sia il suo laboratorio da solo a presentarsi, lascia che gli occhi si perdano tra i pennelli sporchi di colore, le scatole di pelati piene di vernice, le teste dei santi, i barattoli di colla, gli angeli e i cristi appesi al muro.
Il maestro, a 78 anni compiuti uno degli ultimi veri cartapestai leccesi, lascia che siano le foto, sparpagliate sulle pareti, a raccontare la storia della sua bottega e, schivo e silenzioso, infila il camice e si mette subito al lavoro.
Mentre finisce di ritoccare un Bambinello, accanto a lui i santi si guardano negli occhi, la Madonna Addolorata sembra pregare per Giovanna d’Arco, incatenata al rogo, vecchi cristi tarlati prossimi alla morte attendono la speranza di una nuova vita, gli scaffali di legno tremano sotto il peso degli stampi di gesso e dei modelli di creta, piccoli angioletti riposano nell’attesa di salire in cielo con la Madonna Assunta e San Michele sorride quasi divertito dal pasticcio di macchie e colori, forbici e pennelli in cui si aggira sicuro il maestro.
Posati gli occhiali, poi, sorride e, da artigiano, solo per una mattina ritorna insegnante. Non esita a salire sul soppalco, a prendere attrezzi e utensili, per nulla stanco di ripetere all’ennesimo profano i fondamentali della cartapesta. Comincia a spiegare a cosa serve l’indispensabile furnaceddhra, dove si lasciano arroventare i ferri per la focheggiatura, chiama per nome ogni suo piccolo alleato appeso alle pareti della sua bottega, da un filo di ferro tira fuori la sagoma di un curioso San Giuseppe. E, paziente, scoraggia ancora una volta banalità e luoghi comuni sulla sua arte. “Tutti hanno la mentalità che la cartapesta si fa con i giornali”, dice ridendo e, da un cassetto sgangherato macchiato di vernice, prende la sua preziosa materia prima, arrivata dalla Costiera Amalfitana. “Tramonti, Amalfi, è da lì che si ordina la cartapesta”, rivela.
Serve una cartapesta raffinata, infatti, per i capolavori della bottega Gallucci. Da questa porta rossa, opere d’arte ne sono passate davvero tante. “Ci chiedono tutti figure sacre”, dice il maestro, “anche i privati. L’anno scorso abbiamo fatto un gruppo pasquale, Cristo in croce, la Madonna, la Maddalena e San Giovanni tutti a grandezza naturale per un privato che li voleva in casa. Però la richiesta più strana è stata quarant’anni fa: una Pietà di Michelangelo, tutta in cartapesta, per il cimitero di Monteroni”.
Imballati e confezionati, dal laboratorio in via Cerrate Casale sono usciti i capolavori più disparati. “Ma prima si lavorava molto di più”, ricorda il maestro, “avevamo contatti con la Grecia, con l’America, la Germania. Poi, dopo la guerra abbiamo perso molto. Sono finiti i tempi d’oro...”. E nel sorriso un po’ amaro sembra rispecchiarsi la profezia di suo fratello, il maestro Attilio che, prima di andarsene, aveva previsto il proliferare di dilettanti della cartapesta e la perdita di mordente dell’arte vera.
Hanno lavorato insieme da sempre i due fratelli, diversi, quasi contrari. Attilio era più morbido, meno severo, lungimirante, una mente matematica, mentre Carmelo è più riservato e schivo e sa fare di tutto, dal legno alla creta, alla terracotta.
Tutti e due, però, hanno ereditato la passione per la cartapesta dal padre, il maestro Cesare Gallucci. “Sì, perché è stato mio padre ad aprire la bottega”, racconta il maestro Carmelo, “e io ho continuato il suo mestiere. Lui, da quando era piccolo e andava all’asilo, e a quei tempi le elementari erano l’università, prendeva una sedia e andava a spiare dai vetri di una bottega di cartapesta, vicina alla scuola. E allora suo padre, mio nonno, andò dal maestro e disse ‘Se passa una bicicletta o una carrozza e lui sta qui, me lo mettono sotto, prenditelo dentro con te’. E il maestro se lo prese come ragazzo, mio padre lasciò la scuola e andò a fare la cartapesta”.
Oggi, dopo più di cent’anni, qualcuno sbircia ancora nelle botteghe di cartapesta. Non più in piedi, su un seggiolino rubato all’asilo, ma in sella ad una Vespa. Così faceva Stella, che ha 40 anni ed è diventata socia del maestro dopo la morte di suo fratello. Prima di prendere coraggio e presentarsi come apprendista, passava e ripassava in via Cerrate Casale, a spiare nel laboratorio Gallucci.
“Qui si guarda e si impara”, dice Stella, spuntando dal retrobottega. E racconta di un ambiente e di un’arte ritrosi, quasi da corteggiare, dei tranelli della focheggiatura e della raffinatura, ancora più ostica e rischiosa. Ma non tralascia le sue prime gioie e le imprevedibili scoperte. Come la decorazione a foglia d’oro, rinvenuta sotto il mantello di una Madonna, arrivata nella bottega ricoperta da un sacrilego quanto improbabile manto rosa.

Orgogliosa mostra le statue, tutte catalogate nel suo computer, fa scorrere le foto di capolavori di un’arte tutta leccese usciti dalla bottega Gallucci e ogni foto è una storia diversa, come la Madonna creata e spedita a San Paolo, in Brasile, oppure la Madonna di Taranto e quel volto che non andava mai bene, fatto e disfatto, oppure il viso della Madonna nera che Stella osò finalmente modellare secondo i lineamenti delle donne africane, “perché io volevo una Madonna nera che fosse nera, non occidentale”. Intanto il maestro, al suo fianco, ricorda i nomi e le difficoltà di tutte le sue creature, le pretese di tutti gli acquirenti.
Stella è l’apprendista che i due maestri non hanno mai avuto. Leccese doc, appassionata, esigente con sé stessa e con le sue creazioni, originale, creativa e schietta. “L’unica che ha resistito alle puzze della bottega”, dice il maestro Carmelo. Perché, per lavorare la cartapesta ci vuole pazienza e cuore, ma anche stomaco. Perché Stella maneggia i secchi della “ponnula”, la colla a base di acqua, farina e solfato di rame, nemica dei tarli, e della terribile “colla osso”, ottenuta sbriciolando ossa di coniglio, l’unica adatta a sostenere la struttura in gesso ma che emana un fetore insopportabile quando inizia a decomporsi. “Queste però almeno non fanno male”, precisa Stella.
“Ci sono le vernici che puzzano e sono anche pericolose”, spiega, lei che ormai conosce tutti i segreti della bottega e non aspetta altro che scoprirli un’altra volta, ricordando i primi tempi nel laboratorio quando, in silenzio, ascoltava e cercava di rubare i trucchi ai suoi maestri.
Stella si divideva tra un lavoro e l’altro prima di avvicinarsi alla cartapesta. Adesso è da dodici anni al fianco di maestro Carmelo, è il suo braccio destro, la sua aiutante e, a guardarli modellare insieme nel laboratorio, non è difficile scambiarli per padre e figlia. Prima un po’ timida, poi più loquace, Stella apre le innumerevoli scatole disseminate nel laboratorio, parla delle sue statue preferite, di angeli dispettosi che non si lasciano dipingere. Ricorda i lividi di San Sebastiano, le frecce così reali da sentirne quasi il dolore, e con nostalgia richiama alla mente i tempi in cui c’era anche maestro Attilio, più dolce, quasi paterno, insostituibile mediatore tra lei e maestro Carmelo che oggi, come ieri, litigano e si scontrano quando un naso è troppo all’insù.
Stella arriva in laboratorio alle nove e fino alle sei del pomeriggio non stacca gli occhi e le mani dalle sue statue. “Il maestro invece lavora sempre”, aggiunge. “Io, soprattutto quando si deve modellare la creta, non vedo l’ora di arrivare. Già dalla mattina mi sveglio felice”. Modellare è per lei come un gioco, una scommessa sulla faccia che alla fine verrà fuori, un continuo indovinello. È la raffinatura, invece, la terribile smerigliatura con la carta vetro, a spaventarla, un procedimento sottile e pericoloso, anche per chi, come il maestro, ha passato quasi settanta anni in una bottega.
E, mentre lui ritorna al lavoro, Stella è un fiume in piena di parole e storie. “Mi piace che la gente guardi con libertà nel laboratorio e impari un po’ della mia arte”, dice e, dall’inesauribile retrobottega, tira fuori una piccola scatola. Dentro, migliaia di piccoli occhi, uno diverso dall’altro, tenuti insieme da un filo di rame, come un insolito rosario di sguardi si srotolano tra le sue dita. “Questo è cristallo e viene dalla Germania. Non ne fanno più di così piccoli”, dice svelando uno dei “segreti” di bottega. Anche questo è un segnale della scarsa qualità della nuova cartapesta, che non presta attenzione ai dettagli ma si lascia tentare dai grossi numeri da produzione industriale, la cartapesta che getta la spugna davanti alle difficoltà dei pezzi unici e sforna collezioni di souvenir.
Niente “ricordini” invece nella bottega Gallucci. “Una volta venne un ingegnere di Roma”, racconta il maestro alzando per un attimo gli occhi, “parcheggiò vicino la bottega, entrò che cercava un souvenir e io gli mostrai una statuina. Quattrocentomila lire gli chiesi. Ha preso e se n’è andato”.
Non basta sicuramente una giornata per scoprire storie e segreti di una bottega ed è difficile andare via da un laboratorio così, ma Sant’Antonio ha in braccio Gesù che aspetta di essere dipinto, la Madonna Assunta deve salire in cielo e il maestro e Stella devono tornare a lavoro. “Solo il mignolo ti posso dare”, saluta il maestro, porgendo la mano impiastricciata. E ritorna a confezionare le sue creature.
Con Antonio Malecore che appende ferri e pennelli al chiodo dopo Natale, Gallucci rimane l’ultimo vero maestro cartapestaio di Lecce. E sebbene sia consapevole che la cartapesta, quella vera, stia scomparendo da Lecce, storce il naso quando si parla di nuovi garzoni o di giovani apprendisti. “Non è che non li vogliamo...” ma, scuotendo il capo, non conclude. Forse non vuole estranei nel suo laboratorio e preferisce lavorare senza occhi inesperti, aggirarsi da solo nella sua bottega disordinata, lui che non butta mai niente ma trova sempre tutto, senza nessun altro che non sia la sua fedele Stella, ricordando i tempi d’oro in cui, con il cappello bianco in testa, si era in tre a lavorare nella bottega e a mandare in giro per il mondo meraviglie di cartapesta.