Le scorribande de “lu Cesari”
vent’anni di clic sul Salento

di DARIO QUARTA

“Se riesci a trasmettere con la foto l'emozione che quell'immagine ti ha dato, allora... la fotu è mmestuta”. È una definizione tanto semplice e genuina quanto inconfutabile quella di Luigi Cesari, fotografo di Cutrofiano. Fotografo ma anche un po' allevatore, agricoltore, molto attivista e più in generale artista, anche se fare fotografie è il suo vero “mestiere”. Dal 1989, una ventina di anni circa che per lui, 49enne con lo spirito di un ragazzino, o meglio “col cuore giovane”, rappresentano un po' tutta la sua vita e le sue passioni. Che poi sono quelle racchiuse nei suoi scatti, nel suo studio, un po' “atipico”, come dice lui, un po' bottega e un po' “centro sociale”, spiegherà poi.
Una “bottega dei ricordi”, la definisce invece Raffaele Casarano, suo amico, talentuoso musicista salentino, organizzatore del Locomotive jazz Festival di Sogliano, al quale “Lu Cesari”, presta la sua opera curando l'aspetto visivo con le sue “foto collezioni”. Ma è solo il più recente dei suoi impegni, delle sue “scorribande fotografiche” in vent'anni nei quali c'è, dal punto di vista professionale, pure il passaggio dal clic analogico a quello digitale, con tutto quello che ciò ha significato. Vent'anni con lo sguardo comunque e perennemente puntato sul Salento. Sempre. Quello celebrato e turistico di oggi, da lui ricercato già negli anni '80 e immortalato, in ogni suo angolo. Il Salento che rappresenta il cuore della sua attività, di questo lavoro così legato alle passioni, alle idee e al sociale, se è vero com'è vero, che parlare di fotografia, per lui, è impossibile senza sviare su altre strade fatte di ricordi. Sul suo paese, amato, vissuto e catturato nei suoi scatti. “Basti pensare che negli anni '80”, racconta davanti al computer del suo “studio” nel cuore di Cutrofiano, “in paese c'erano 16 botteghe per la lavorazione della terracotta, oggi ce ne sono cinque. Rischiamo di perdere una tradizione importante, e una risorsa”. Ed ha, oggi, un po' la stessa sensazione avuta negli anni '80 quando, ricorda, “con gli amici si andava nelle campagne a sentire i contadini, o a vivere le campagne, non da fotografi o ricercatori, il nostro era un puro desiderio, o forse una necessità di capirci e capire, eravamo e siamo tutti figli e nipoti di contadini e pastori, ed era facile allora trovarsi di fronte ad una forma di pecorino con una bottiglia di vino a cantare stornelli e serenate”.
Fu quello spirito che spinse poi ad aprire il Centro sociale Gabba Gabba e che, tra feste e musica, accoglieva “gli svantaggiati te Cutrofianu, gli emarginati, li pacci”, una realtà un po' alternativa, un'esperienza di vita in un paese tra gli anni '80 e 'ì90 che, inevitabilmente, si è trasferita poi nella sua attività.
“Quando è finita quell'esperienza di aggregazione, che ritengo sia stata importante per il paese, un po' centro sociale il mio studio lo è diventato, per gli amici che vengono, per la gente che ci passa”. Ed effettivamente come “studio fotografico” qualcosa di anomalo ce l'ha: due stanze, una adibita a esposizione, l'altra a laboratorio, anche se i due termini sono poco indicativi. Nel retro c'è il classico ombrellino con una sedia, una macchina fotografica per fototessera (usata senza cavalletto) e un tavolo con il computer; nella stanza davanti, un grande scaffale con libri, sul Salento, magliette con simboli salentini, realizzati e stampate da lui, “una piccola serigrafia artigianale” e ancora i primi “ferri del mestiere”, moderne elaborazioni digitali al computer e un bel po' di ingrandimenti di vecchi scatti, quelli degli anni '80 e '90”. Migliaia di clic, bucolici, popolari, “sociali” e, tra questi, fin dal primo anno la Notte della Taranta di Melpignano con le “preziose” foto, centinaia di momenti e i volti storici della prima edizione del 1998, fino al 2004. Salento e musica è stato da sempre il binomio alla base della sua attività. “Per me la musica è importantissima”, racconta, “la mia passione per la fotografia forse è nata da una specie di mancanza: non so suonare, e non ci sono mai riuscito. Non so parlare bene, non riesco ad esprimermi con le parole... quindi ho scelto l'immagine che non ha bisogno di parole, e poi... non so che avrei fatto se non il fotografo, di sicuro sarei stato nella terra. Mi capita spesso di scappare via dallo studio, prendo la macchinetta ed esco. È una necessità”. È così che è capitato dalle parti di Melpignano, racconta, “immaginate la sorpresa nel venire a conoscenza, quasi vent'anni dopo le nostre passeggiate in campagna, del progetto del sindaco di uno dei più piccoli paesi del Salento, di voler rivalutare, attualizzando e contaminando, la musica che ancora e quasi di nascosto alcuni nostalgici suonavano tra di loro. Nel frattempo il mio lavoro era diventato quello di fotografo di paese, ritraevo giovani sposi, cresimandi e inaugurazioni, feste ed altre espressioni della cultura popolare (fiere del bestiame, feste patronali). Soprattutto qui trovavo quell'humus popolare, nelle espressioni e nei gesti, quello che ti fa rimanere giovane e allegro, così andai a vedere le prime prove del concerto della Notte della Taranta del 1998, a dir la verità più entusiasta che curioso.



Fotografando il musicista mi sentivo, e mi sento ancora, partecipe della sua musica e delle sue emozioni, è quello che mi ha spinto a partecipare, da fotografo e da appassionato, sia ai workshop sia ai primi concerti della Notte della Taranta. Stavo lì 'smammatu' a sentire i musicisti rigirare e riarrangiare la musica salentina... Passavo ore ad ascoltare ed a cogliere quegli attimi. L'ho fatto per anni, ma ad un certo punto ho avvertito la perdita della spontaneità, dell'immediatezza dell'evento, e non mi sono più interessato”.
Queste parole fanno parte di uno dei ricordi, “Il sogno della Taranta”, scritto su un foglio di word del computer, ma impossibile da mandare via mail, come spiega: “Non ho internet, e a casa con mia moglie non abbiamo neanche la tv, non mi piace, però ascolto molto la radio”.
Niente internet e tv, ma sulla tecnologia “applicata” alle foto, e quindi al suo mestiere, è più o meno al passo con i tempi: per “sopravvivenza”, dice, si è ormai completamente digitalizzato. “Continuo però a scattare su pellicola in bianco e nero, e stampare”, racconta, “guai a perdere la mano, si perde il contatto con il mondo, il bianco e nero stampato in maniera tradizionale ha una fisicità diversa, un altro spessore, i bianchi che non si bruciano, tutta una serie di sfumature di grigi, particolari che con il digitale non si è ancora arrivati ad ottenere. E poi l'aspetto più bello del fare fotografie continua ad essere quello di averle fra le mani, è come se l'idea diventasse realtà. Il contatto, la fisicità, anche nel rapporto con le persone, vale più di mille parole”. E mostra una lunga serie di scatti: l'intenso ritratto di una vecchia zia, le sinuose bellezze avvinghiate a strumenti musicali... si attraversano attimi di incantati paesaggi salentini e giochi di bambini, momenti di vita paesana e sguardi nascosti su persone e personaggi, reportage di viaggi. Ed è così che dal volto sudato di due cuochi della sagra di Ortelle, si arriva in Galizia, nel 2002, dove andò come volontario di Legambiente, della sezione cutrofianese, partito in furgone dopo il disastro ecologico con le coste invase dal petrolio.
Tutto raccolto su file in cartelle o in originalissimi e piccoli book fotografici, rilegati negli anni '80, e magari in “una rivista patinata”, che altro non è che un servizio matrimoniale, impaginato, anzi “editato” a mo' di giornale.
Una sua idea, di qualche anno fa che continua ad interessare i giovani sposi. Questo dopo l'avvento del digitale, che, a parte la gestione economica di un negozio, dal punto di vista artistico, ritiene abbia cambiato poco, “anzi niente”. “La macchina fotografica è solo uno strumento”, spiega, “è come scegliere un'automobile, può essere a benzina o diesel, ma deve fare quel lavoro: portarti. Ed è così la macchina fotografica, deve prendere pezzi di realtà che tu decidi di prendere. Per le fotografie ai concerti magari il digitale è un aiuto, puoi cercare la giusta espressione, il gesto musicale, con l'analogico lo dovevi aspettare, dovevi 'cchiapparlu', catturarlo, e magari sprecare qualche fotogramma, che non sempre potevi permetterti”.
E non è un caso che, per spiegare le sue sensazioni, le sue riflessioni, anche le più tecniche, l'esempio ricada, sempre, su foto stampate qualche anno fa, scelte tra cataloghi e cartellette, e questo nonostante il computer sia stracolmo di file.
Tra tutte: foto “mmestute” tante, ed è evidente, ma nessuna preferita. “Il bello non esiste, è sempre filtrato dalle emozioni”, dice, “e poi parto dal presupposto che 'nisciunu fotografu ete giudice de se stessu'“.