Sognando cristalli blu nel sole
nel metallo il piacere dell’invenzione

di Giuliana Coppola
E menomale che c’è l’Annarita accanto a Ferruccio e ci sono Mattia ed Isaia… menomale che ci sono loro a farlo rimanere con i piedi per terra… se no, sai cosa farebbe Ferruccio Zilli, il maestro? Farebbe come il geco da lui creato; il geco ha voglia di raggiungere “le punte delle stelle” che “non toccano più il mondo” e allora si posa su ali di colomba e la colomba lo porta con sé in alto, in alto su testa di chiocciola che un giorno era piccola piccola, micro-scopica, ed ora è grande quasi quanto il mondo o la vita, chissà, a far la gara con civetta grande quanto il mondo anche lei… o la vita chissà e c’è luce di questa “terra santa in mezzo ai due mari, terra di mezzo, terra di messapi, padri tuoi”. E questo è Ferruccio e tu sei a Cavallino ed è un fiume in piena Ferruccio Zilli, nell’angolo suo di via Cavour, nido di fatica e memorie, di ricerca del passato e scoperta di un futuro che dona luce agli angoli più lontani, che dona luce anche alla pala di ficodindia e diventano stelle le spine.
Ché lui, Ferruccio, scrive “Penso di non poter più tornare / all’origine del fiume / bere acqua di fonte”; dove lucido è l’orizzonte ed è terso il cielo. Scrive quando gli viene un attimo di malinconia sulle cose della terra ma poi ti regala una risata cristallina come acqua di fonte e sorride la bicicletta “me chiantava a rretu alla bicicletta”, lo schiantava sulla bicicletta papà Pippi Nziddhi e via a scuola, guai a far perdere un giorno di scuola a Ferruccio e a Romualdo perché un papà contadino, i figli li forgia alla fatica e un papà così, un figlio non se lo può dimenticare… la bicicletta è sempre lì anche ora che questo figlio con l’arte sua ha fatto passi da gigante e tutti lo vengono a trovare…
Dunque… scuole elementari a Cavallino; ultimo banco per lui che arrivava dalla masseria fuori dal paese e per la corsa si disfaceva il fiocco sul grembiule eppure glielo sistemava bene mamma Tetti; non si dimentica un ultimo banco; uno se lo porta dentro e giura che per “i piccinni”, tutti i piccinni affidati a lui che oggi è maestro di bottega a Cavallino e professore tra ragazzini e adolescenti a Lizzanello, giura che ci saranno solo primi banchi perché così dev’essere “ché il piacere di fare e l’impegno ti fanno passare al primo banco con l’arte tua”.
E poi? Un papà che forgia i figli alla fatica, pur di farli continuare a studiare, li affida ai Cistercensi, a Martano prima, a Trisulti dopo; lui, il papà, affitta casa sua e va a fare il mezzadro in masseria.

Ed è scuola media ed è ginnasio ed è silenzio ed è meditazione ed è salveregina al tramonto ed è purezza di canto gregoriano all’ombra della Certosa ed è ricerca e nostalgia di casa per un adolescente che sogna “cristalli blu nel sole” mentre intorno vede e già sei diventato uomo “il silenzio delle stelle” e “le ali del gabbiano / incrociano l’azzurro / planando e battendo / l’infinito”.Ed è nostalgia di mesciu Mmelu, il maniscalco… “forse la scelta di continuare studi artistici nasce proprio da una nostalgia e dal profumo del ferro di cavallo, da quell’attenzione a un mestiere antico…” racconta Ferruccio quando gli chiedi il perché del suo amore per l’arte del ferro.
Ritorna il profumo d’un mestiere antico; lo risenti in quest’angolo di via Cavour ed è profumo di ferro , d’arte, di invenzione, di incudine e forgia e mani e pensiero e fantasia e sacrificio accanto ad un filo di ferro “sintesi in assoluto rispetto a tutti gli altri materiali; un filo di ferro diventa scultura, inizio d’un percorso, d’un viaggio, l’angolare diventa civetta, la lamiera diventa tutto, rispecchia i moti dell’animo”.
Il filo di ferro, il metallo… “Immobile il mio metallo / libera movimento estremo / voluto, imprigionato / mosso per sempre e fermo”.
Voluptas inveniendi, piacere dell’invenzione, il piacere del fare, il piacere della poesia… senti che respira trascritto su fogli “pagine di un diario nascosto”, nel filo di ferro, nella lamiera, nel metallo che diventano creatura ed è fiore e melograno ed è ficodindia-pezzo di cielo ed è ramo d’ulivo ed è chiocciola ed è civetta e mantide ed è tronco d’albero ed è albero delle Esperidi ed è coccinella e nido ed è cavallo ed è guerriero e sono lacrime d’un pesce sperduto nel mare e sono trozzelle e sono nziddhi ed è micro ed è macro ed è piccolo ed è grande; è luce, ombra, colore, è sudore ed è gioco… “spaziare, carpire il movimento/ il colore continuo/ e cangiante/ delle cose… voli infiniti/ movimenti perenni/ ricercati/ voluti/ capiti forse mai controllati/ nello spazio sferrato”, ed è libero il pensiero, libero come “soffio di gabbiano”.
Ed è Cristo… solo che danza questo Cristo, danza… una piroetta allegra che lo rende fratello a Pinocchio e s’alleggerisce il dolore del mondo sulle spalle d’un Dio “che rimpiange la vita” e risorge dalle tenebre e danza, ancora, in questo aprile che è tornato.
Un filo di ferro e la poesia in questa terra di mezzo, terra di messapi antichi e di Annarita e di Mattia e di Isaia e di Ferruccio Zilli, maestro fabbro e professore tra “i piccinni suoi”… lontano nel pensiero un ultimo banco, vicini vicini, nel pensiero, nziddhi allegri di sogni realizzati.