Primavera e resurrezione del colore
Il mondo ideale in un affresco
di Giuliana Coppola
E così hai chiesto anche ad Antonio De Vito di arrivare pellegrino nella cripta del silenzio, a Cursi; se ti fosse possibile, se ti fosse possibile, porteresti anche e l’Angelo dorato e la Venere e l’Angelo con l’arpa e l’Angelo icona e questa dolce, incredibile figura femminile; e mai sia a lasciarlo solo l’Angelo con le stelle e anche l’Angelo inginocchiato e il viso angelico e il cavallo in battaglia… tutti insieme, tutti insieme a donar primavera ad una grotta scavata da mani d’uomo ché fosse riparo per divinità timorose d’essere annientate, per oranti non liberi di pregare loro divinità.
Antonio De Vito e i muri suoi dell’arte l’hanno già donata a te; hanno già donato primavera in uno squarcio di umanità e di rinascita, di resurrezione del colore, d’un ritorno di Persefone nel passo flessuoso della Venere che ti sei ritrovato di fronte e t’è sembrato fosse di mano di Botticelli in persona ed è invece di mano di Antonio… Questo maestro ha la forza di far riemergere dal passato sguardi e volti e figure e paesaggi e cieli e campi di battaglia e poi li immerge nel presente grazie ad un particolare sorprendente e inaspettato. La tecnica dell’affresco gli appartiene.
Si nasce ad Alessano, si studia a Lecce, ci si laurea ad Urbino e si sperimenta…
Questo è l’Antonio quando parla di sé “ha compiuto un difficile percorso artistico e culturale e, come nelle botteghe del Rinascimento i discepoli studiavano, imparavano mescolando i colori, osservando i maestri, imitandoli dapprima per poi staccarsene e andare oltre, ha frequentato idealmente quelle botteghe…”. E se chiedi notizie sulla tecnica, ti risponde con le parole del Vasari, sì, proprio di Giorgio Vasari che, pur vissuto cinquecento anni orsono, maestro fu e maestro rimane e insegna ancora che maestrevole e bello è dipingere in muro perché consiste nel fare in un giorno solo quello che nelli altri modi si può in molti ritoccare sopra il lavorato. Deve essere fresca la calce e non si lascia mai sino a che sia finito quanto per quel giorno vogliamo lavorare e il muro dev’essere continuamente bagnato e i colori che vi si adoperano tutti di terre. Non aspettano gli angeli… non è che stazionano per sempre le veneri… non è che ritornano all’infinito le ombre delle immagini, quelle suggerite nell’animo dai grandi del passato, dell’Umanesimo e del Rinascimento, sino a spaziare al presente; li fissa sui muri, l’Antonio, afferra col dipinto i visi, i tratti, le sagome, nel momento d’oro; trasforma i segni che deturpano, in linee di bellezza e fascino.
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E il muro, i mattoni, la superficie grezza cambiano ruolo, ti spiega il maestro “non più semplici superfici neutre su cui realizzare l’opera d’arte, ma protagoniste esse stesse, elementi essenziali, parte integrante dell’opera, forse più importante dell’immagine stessa”. Colore e materia, insieme, formano un tutt’uno, oggetti a metà strada tra pittura e scultura, creazioni che proprio per questo loro essere tra pittura e scultura, possono non rimanere legati ad una superficie ma essere staccati da lei, avere vita propria, muoversi per le strade del mondo, mostrarsi nella loro luce, distribuirla dovunque Antonio, il maestro, decida di posarla. È questo il miracolo che t’ha regalato felicità mentale e quando tu riesci a catturarne solo un attimo, tu subito pensi di passarlo a chi sai meno felice… felicità mentale dettata da sguardi di creature senza tempo è a portata tua di mano; felicità che ti regala Antonio e non c’è bisogno, se tu non puoi, che tu vada a trovarlo nella sua bottega, bellissima e dolcissima, in quel di Grassina a Firenze in via di Fattucchia n. 27, che la vita e l’arte gli hanno assegnato. Di tanto in tanto Antonio prende con sé i suoi muri dell’arte e li porta in giro per il mondo; li fa giungere qui, in terra salentina, nella terra sua, ché senta anche lei il senso d’una storia diversa, la storia di un muro protagonista … quelle macchie, quelle spaccature, lo scolorimento e la ruvidezza evidenziata della materia suggeriscono l’idea di una bellezza violata, di un’armonia spezzata, dello struggimento dell’uomo contemporaneo che, dai conflitti risolti dai frantumi di ogni certezza, si volge indietro a contemplare un mondo ideale che non c’è più, che non c’è mai stato ma che l’arte dei secoli passati ha saputo rappresentare in modo così perfetto.
Un mondo ideale che non c’è più diventa nell’affresco di Antonio il mondo ideale possibile che solo l’arte può ricreare… quel particolare sorprendente e inaspettato che è apparso anche a te e che, in un giorno di ritorno, ha sorpreso Antonio e la sua passione di fotografo… La neve sulle cime delle montagne d’Albania, da sfondo alla paiara di terra salentina: gliel’aveva preparata Santa Barbara, la visione, così pura da divenire sfondo d’affresco, subito; un invito a rimanere accanto ai santi suoi, quelli un po’ sbiaditi e senza più sorriso, per ridonare loro luce, con una carezza di restauro per mano delicata d’un figlio che va e che viene e che non sa dimenticare.
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