BOTTEGHE

I poeti della terra
che alzano i “pariti”

di Giuliana Coppola


Leggerezza di lacrime d’angelo racchiusa nel grigio di una pietra: quando Donato ed Antonio Piliego sollevano una pietra e ti sembra che non ci sia fatica, te la ripeti la leggenda delle lacrime d’angelo che toccano terra e si pietrificano. Fu l’arcangelo Kjriel, a capo della luminosa legione di creature celesti, a dire che “le pietre, ad ognuna la sua forma, sono destinate ai poeti della terra, per proteggerli, ispirarli ed aiutarli per non perdere mai il contatto con le stelle che solo i poeti e i figli della follia hanno”.
C’è una pietra per ogni poeta che appare... le pietre passano di mano in mano sino a che giungono nelle mani del loro poeta... Niente succede per caso e tu non sai perché, un giorno, anzi una mattina, per una strada di campagna hai trovato Donato ed Antonio e il cognato Michele e da loro ti sei fatta raccontare, ancora una volta, la storia di pietre, leggere come lacrime d’angelo, che, una sull’altra, formano “pariti”, a difendere e proteggere e c’è solo terra a sostenere la pietra su pietra. E’ lontano il cemento e non lo conoscevano i padri.
Ad aiutarti le mani nude; accarezzano la pietra ed è soltanto la carezza di mani a far capire se lei e non un’altra deve occupare quel posto; un tocco di “mazzetta” per smussare angoli o spigoli e lei trova il suo posto; così preciso, così aderente alla sua forma che non si muoverà più. Da millenni, se radici d’albero o violenza d’uomo, non li smuovono, i “pariti” rimangono intatti, eppure non c’è una base che sia anche l’inizio; si sposta l’erba e si inizia.
Ti raccontano Donato ed Antonio che appartengono a famiglie di “petrari” giunti a Melendugno; i nonni hanno costruito trulli; e poi ognuno ha scelto la sua strada; per esigenze di lavoro si emigrò al nord, per passione si rimase nel Salento ad accarezzare le pietre.
Bottega per loro è la terra, un giardino, uno spazio da limitare, gli alberi intorno e sulla testa il cielo; la mazzetta, la zappa, la carriola, “zocco” e corda, poi il gusto della creazione, l’occhio, il senso dell’equilibrio perché, anche se non c’è base precisa, la pendenza cambia, ma si deve pur ottenere una piramide perfetta, con pendenza dalla parte interna e la pietra piccola mantiene la grossa e fu il “parite”. E’ d’obbligo andare ad osservare, ma senza infastidire, in silenzio. Perché nel silenzio lavorano i poeti e i “paritari”; si raccolgono le pietre, d’intorno, così come da sempre in un arido terreno roccioso, i padri hanno raccolto le pietre, per rubare loro la terra e poi piantare un albero e seminare. Si portano le pietre, quelle grigie che hanno il sapore di muschio e di lichene, lì dove decidi di costruirlo il tuo muro. E si inizia a scegliere, una dopo l’altra, le più grosse a limitare base di piramide, due cornici ad inizio e si va a riempire gli spazi limitati dalle cornici, carezza dopo carezza, tocco di mazzetta dopo tocco di mazzetta. Si riempie e si svuota la carriola; ogni pietra che si smuove, un brusio di creature della terra intorno. Si toglie loro una casa, devono gioco-forza cercarne un’altra, si rifugeranno presto accanto alla loro pietra, questa volta nel muro, fra gli anfratti. Se ti avvicini, lo senti il brusio di vite nascoste...
Donato ed Antonio ti dicono che è ritornata nel Salento la passione per un muro a secco, che non si tradiscono tradizioni, che si cerca di ridar loro valore, magari con un tocco in più di perfezione, racchiuso nella sinuosità dell’invito. Perché d’un tratto il muro si interrompe da un lato e dall’altro per lasciar spazio a quello che sarà un ingresso, dopo l’”invito”, appunto, sinuoso e gentile per l’ospite che arriva. Sinuoso l’invito di quel muro dove hai incontrato Antonio e Donato. Ti racconta Donato che la signorina Durante, Rina Durante, fu sua maestra, un tempo. Gli diceva che si doveva, oltre che la tradizione, non dimenticare la lingua madre, il latino; voleva che i suoi piccoli alunni componessero in latino e compose il piccolo Piliego; scrisse “mammas, dammes un piccas de panes cu lu pimmidorus, ca me piaces”; sinuosa la “s” di un latino di fanciullo, sinuosa la forma di un “parite” di un’arte di adulto.